Per anni, quasi per riflesso pavloviano, gli economisti hanno svolto il ruolo di anestesisti del progresso tecnologico. Ogni volta che una nuova ondata di innovazione minacciava di destabilizzare il mercato del lavoro, la risposta era invariabilmente la stessa: calma, la storia insegna che la tecnologia crea più posti di lavoro di quanti ne distrugga. Gli sportelli bancomat non hanno eliminato i cassieri, Microsoft Excel non ha cancellato i contabili, e i robot aspirapolvere non hanno mandato in pensione il personale domestico. Il mantra era rassicurante, quasi consolatorio: “augment, not replace”.

Questa narrativa, tuttavia, inizia a incrinarsi sotto il peso di una realtà che evolve più rapidamente delle analogie storiche su cui era stata costruita. Il recente studio congiunto tra la Federal Reserve Bank of Chicago, il Forecasting Research Institute, Yale University, Stanford University e la University of Pennsylvania rappresenta un cambio di tono che, per chi sa leggere tra le righe, suona come un campanello d’allarme più che come un paper accademico.

Il dato più rilevante non è tanto la previsione in sé, quanto il consenso trasversale tra economisti, esperti di AI e superforecaster: un’accelerazione dell’intelligenza artificiale si traduce in una riduzione della partecipazione alla forza lavoro. Tradotto in termini meno accademici, significa meno persone che lavorano. Non meno lavoro in senso assoluto, ma meno necessità di esseri umani per svolgerlo. È una distinzione che cambia completamente la geometria del problema.

Nel cosiddetto scenario “rapid”, in cui l’AI supera le capacità umane nella maggior parte dei compiti cognitivi e fisici entro il 2030, il tasso di partecipazione alla forza lavoro negli Stati Uniti scenderebbe dal 62% attuale al 54% entro il 2050. Otto punti percentuali che, nella traduzione concreta dell’economia reale, significano circa 10 milioni di posti di lavoro persi direttamente a causa dell’automazione intelligente. Non è una correzione ciclica. È una mutazione strutturale.

Il dettaglio che merita attenzione, e che spesso sfugge nel dibattito pubblico, è che questa non è una previsione apocalittica formulata da futurologi o venture capitalist in cerca di attenzione. È il risultato di un’analisi prudente condotta da istituzioni che, per definizione, hanno costruito la loro credibilità sulla moderazione. Quando anche i custodi della prudenza iniziano a usare scenari aggressivi, significa che il terreno sotto i piedi si sta muovendo davvero.

La figura di Dario Amodei, CEO di Anthropic, emerge in questo contesto come una voce che, fino a poco tempo fa, poteva sembrare eccessivamente allarmista. Oggi, invece, le sue dichiarazioni sulla velocità della disruption trovano una legittimazione empirica in questi modelli economici. Il paradosso è evidente: i protagonisti della rivoluzione tecnologica sembrano meno ottimisti dei suoi osservatori storici.

Il lato più ironico, e in un certo senso più cinico, di questa trasformazione riguarda il prodotto finale del sistema economico. Mentre la partecipazione al lavoro diminuisce, il PIL cresce. E cresce in modo significativo. Gli economisti prevedono un tasso di crescita annuo del 3,5% nella seconda metà del secolo, con gli esperti di AI che spingono questa stima fino al 5,3%. Numeri che evocano il boom del secondo dopoguerra, ma con una differenza fondamentale: allora la crescita era accompagnata da un’espansione della classe media; oggi rischia di coincidere con la sua contrazione.

Il risultato è una creazione di ricchezza aggregata che si concentra progressivamente verso l’alto. Le stime indicano che il 10% più ricco delle famiglie potrebbe detenere fino all’80% della ricchezza totale entro il 2050. Un livello di disuguaglianza superiore a quello registrato prima della Seconda Guerra Mondiale. La tecnologia, in questa configurazione, non è più un moltiplicatore di opportunità, ma un acceleratore di asimmetrie.

La vera frattura teorica, tuttavia, non riguarda la velocità con cui l’AI progredisce, bensì la sua natura. Le precedenti rivoluzioni tecnologiche, dalla meccanizzazione industriale all’informatizzazione, hanno sempre distrutto lavori esistenti ma ne hanno creati di nuovi. Il sistema si è riorganizzato intorno a nuove categorie di attività. La domanda implicita era sempre stata: quali lavori sostituirà la tecnologia? Oggi la domanda cambia forma: l’intelligenza artificiale è in grado di automatizzare anche la creazione di nuovi lavori?

Questa è la domanda che inquieta davvero gli economisti, perché mina alla base il principio di compensazione che ha sostenuto due secoli di crescita capitalistica. Se l’AI non solo esegue compiti, ma progetta nuovi compiti, il ciclo di distruzione e creazione potrebbe interrompersi. In altre parole, potremmo trovarci di fronte a una tecnologia che non si limita a partecipare al mercato del lavoro, ma lo ridefinisce fino a renderlo marginale.

Nel breve termine, i dati macroeconomici continuano a offrire una certa stabilità. Studi condotti da Yale University e dalla Brookings Institution non evidenziano segnali di disoccupazione di massa a distanza di tre anni dal lancio di ChatGPT. Questo dato viene spesso utilizzato come prova che le paure sono esagerate. È un errore di prospettiva.

Le trasformazioni strutturali non si manifestano immediatamente nei dati aggregati. Emergono prima nelle periferie del sistema, nei segmenti più esposti. Il calo del 13% dell’occupazione tra i lavoratori di età compresa tra 22 e 25 anni nelle professioni più esposte all’AI rappresenta un segnale anticipatore. Il sistema nel suo complesso appare stabile, ma le sue componenti più sensibili stanno già cambiando.

Questa dinamica ricorda, con una certa ironia storica, le prime fasi della globalizzazione negli anni Novanta. Anche allora, i benefici aggregati mascheravano costi distribuiti in modo diseguale. Le conseguenze politiche di quella fase sono ancora visibili oggi. Ignorare i segnali deboli, in nome di una stabilità apparente, è una tentazione che il sistema economico paga sempre a posteriori.

Sul fronte delle politiche pubbliche, il divario tra economisti e opinione pubblica è quasi più interessante dei numeri stessi. Gli economisti continuano a privilegiare soluzioni incrementali, come programmi di riqualificazione mirata, sostenuti da oltre il 70% degli intervistati. Allo stesso tempo, mostrano una marcata diffidenza verso interventi più radicali come il reddito di base universale o le garanzie occupazionali.

Questa posizione riflette una fiducia, forse residuale, nella capacità del mercato di riassorbire gli shock. La storia, ancora una volta, pesa come un bias cognitivo. Il pubblico, al contrario, sembra più disposto a considerare soluzioni strutturali, probabilmente perché percepisce in modo più diretto la fragilità del proprio posizionamento nel mercato del lavoro.

Il nodo centrale resta l’incertezza. Gli stessi autori dello studio sottolineano che l’efficacia delle politiche dipende in modo critico dallo scenario che si realizzerà. E su questo punto, il consenso evapora. Non sulla possibilità che l’AI diventi potente, ma sulle sue conseguenze economiche e sociali. È una differenza sottile, ma fondamentale.

In un certo senso, stiamo assistendo alla fine di una narrazione che ha accompagnato l’intero ciclo tecnologico moderno. L’idea che la tecnologia sia intrinsecamente emancipatrice, che crei più opportunità di quante ne distrugga, è stata una delle colonne portanti del capitalismo contemporaneo. Oggi questa idea non è ancora morta, ma appare sempre più come un assunto da verificare, piuttosto che una verità acquisita.

La realtà, come spesso accade, è meno ideologica e più ambigua. L’intelligenza artificiale continuerà a creare valore, probabilmente in misura straordinaria. Ma la distribuzione di questo valore sarà tutt’altro che uniforme. Il rischio non è tanto una società senza lavoro, quanto una società in cui il lavoro smette di essere il principale meccanismo di distribuzione del reddito.

In questo scenario, la domanda più importante non è se l’AI sostituirà gli esseri umani, ma quale ruolo economico e sociale resterà per loro. Una domanda che, per decenni, gli economisti hanno evitato con eleganza. Oggi, per la prima volta, iniziano a rispondere con esitazione. Ed è proprio quell’esitazione, più dei numeri, a segnalare che qualcosa di fondamentale sta cambiando.

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