Il premio Nobel per l’Economia 2025 Philippe Aghion non ha dubbi: la distruzione creativa e l’intelligenza artificiale possono davvero generare una crescita sostenuta, inclusiva e diffusa, ma solo a patto che entrino in campo politiche pubbliche intelligenti e calibrate. Lo ha affermato con chiarezza durante il suo intervento al 25° Forum Confcommercio di Roma, dove il professore del Collège de France e della London School of Economics ha portato sul palco gli studi empirici più recenti. Secondo le analisi citate, nel prossimo decennio l’AI potrebbe spingere la produttività aggregata in un range che va da un modesto 0,07 punti percentuali annui fino a un robusto 1,24 punti percentuali all’anno, a seconda di quanto efficacemente si gestiscano concorrenza, regolamentazione e formazione.
Aghion, che ha condiviso il Nobel con Peter Howitt e Joel Mokyr proprio per aver formalizzato matematicamente il meccanismo della crescita guidata dall’innovazione, sa bene di cosa parla.
L’intelligenza artificiale ha un potenziale enorme di espansione economica, ma rischia di essere frenata da politiche della concorrenza inadeguate. Un esempio lampante, ha ricordato, è il mercato delle tecnologie cloud, dominato da tre colossi: Amazon, Google e Microsoft.
Tre “superstar” che, se non tenute sotto controllo, possono trasformare rendite temporanee in barriere permanenti all’ingresso di nuovi player.
Qui entra in gioco la contraddizione che Aghion definisce quasi filosofica: regolamentare un’economia di mercato significa gestire in modo costante questa tensione. Gli innovatori vengono spinti a rischiare proprio dalla prospettiva di guadagnare rendite da monopolio temporaneo sulle loro invenzioni. Eppure quelle stesse rendite, se non vengono “riciclate” in ulteriore innovazione, rischiano di essere usate per erigere muri contro i concorrenti e bloccare il ricambio generazionale del mercato. È la classica trappola del successo: chi arriva primo tende a voler chiudere la porta.
Sul fronte occupazionale il discorso si fa ancora più concreto e, per certi versi, rassicurante. L’AI elimina posti di lavoro sì, ma ne crea di nuovi grazie all’aumento della produttività e alla generazione continua di nuove opportunità. Non è un processo automatico: perché la bilancia penda dalla parte della creazione netta di opportunità serve formazione adeguata e, soprattutto, sistemi di “flexicurity” ben oliati. Flessibilità per le imprese che devono reinventarsi rapidamente, sicurezza sociale per i lavoratori che devono poter transitare senza finire schiacciati.
Il messaggio di Aghion al mondo delle imprese italiane e, più in generale, all’ecosistema tech europeo e americano è limpido. Non si tratta di scegliere tra innovazione e protezione sociale, ma di farle marciare insieme. L’Europa, e in particolare l’Italia con il suo tessuto di Pmi, hanno un’occasione unica per dimostrare che la transizione all’AI può essere inclusiva se accompagnata da investimenti mirati in capitale umano e da una vigilanza antitrust che non soffochi la concorrenza. Negli Stati Uniti, dove il boom dei data center sta già scontrandosi con limiti infrastrutturali e ambientali, le parole del Nobel suonano come un monito: senza politiche che gestiscano la “distruzione” creativa, il rischio è che la crescita dell’AI benefici solo pochi giganti e lasci indietro intere fasce di società.
In fondo, Aghion ci ricorda una verità antica quanto Schumpeter, ma aggiornata all’era degli algoritmi: l’innovazione non è mai neutra. Può essere il motore di una prosperità diffusa oppure l’acceleratore di nuove disuguaglianze. La differenza la fanno le scelte politiche di oggi che dovrebbero essere pensate per aiutare le imprese italiane a non subire la rivoluzione dell’AI, ma a cavalcarla con intelligenza.