La transizione energetica globale assomiglia sempre più a una partita a scacchi, ma con una differenza sostanziale: mentre molti Paesi riflettono sulla prossima mossa, la Cina ha già spostato tre pezzi e sta chiedendo il tempo. L’idrogeno, in questo scenario, non è più una semplice opzione tecnologica ma una leva strategica dichiarata, quasi un’assicurazione contro le turbolenze geopolitiche e i capricci dei mercati energetici.

Il segnale arriva direttamente dalla National Energy Administration, che ha deciso di imprimere una nuova accelerazione allo sviluppo dell’industria dell’idrogeno. Non un’accelerazione qualsiasi, ma una spinta che punta apertamente a trasformare il settore da laboratorio sperimentale a colonna portante del sistema energetico nazionale. Il contesto, inutile girarci intorno, è quello di un mondo sempre più nervoso sul fronte della sicurezza energetica, complice anche l’escalation del conflitto in Medio Oriente. Quando le rotte del petrolio diventano incerte, l’idrogeno torna improvvisamente molto interessante.

Durante una recente riunione, l’autorità cinese ha parlato senza mezzi termini di “innovazioni audaci”. Un’espressione che, tradotta dal linguaggio istituzionale, significa una cosa piuttosto semplice: serve correre e serve farlo subito. L’idrogeno viene descritto come un elemento chiave per costruire un moderno sistema industriale, una definizione che lo colloca ben oltre il ruolo di tecnologia emergente e lo avvicina a quello di infrastruttura strategica.

Il cambio di passo è confermato anche dagli operatori del settore. Secondo Lou Yimin, senior vice president di Envision Energy, il sistema cinese sta passando dalla fase delle dimostrazioni pilota allo sviluppo su larga scala. In altre parole, il tempo dei prototipi sta finendo e inizia quello delle fabbriche, delle reti logistiche e, soprattutto, della domanda industriale reale. Perché l’idrogeno, senza acciaierie, chimica pesante e trasporti hard-to-abate pronti a utilizzarlo, resta poco più che una promessa ben confezionata.

La strategia cinese non nasce oggi. Già nel 2022 Pechino aveva inserito l’idrogeno tra i settori strategici emergenti, con un piano che guarda al 2035. Più recentemente, il quindicesimo piano quinquennale ha fatto un ulteriore passo avanti, includendo l’idrogeno tra le “industrie del futuro” e indicando una traiettoria chiara: sostituire progressivamente i combustibili fossili con fonti non fossili, senza creare shock economici lungo il percorso. Una transizione ordinata, almeno nelle intenzioni, che suona quasi come una risposta preventiva alle difficoltà incontrate da altri Paesi.

I numeri iniziano a dare sostanza a questa ambizione. Entro la fine del 2025, la capacità produttiva cinese di idrogeno verde ha superato le 220.000 tonnellate annue, più della metà del totale globale. Anche sul fronte delle infrastrutture, Pechino corre: oltre 540 stazioni di rifornimento costruite, circa il 40% del totale mondiale. Numeri che non lasciano molto spazio all’interpretazione e che raccontano una leadership già consolidata, almeno nella fase iniziale della corsa.

Eppure, anche nella pianificazione più ambiziosa, i problemi non spariscono per magia. Storicamente, il costo elevato delle energie rinnovabili ha reso l’idrogeno poco competitivo rispetto ai combustibili fossili. Oggi il quadro sta cambiando grazie alla discesa dei costi di solare ed eolico, settori in cui la Cina gioca in casa con un vantaggio difficilmente colmabile nel breve periodo. Questo ha ridotto il costo di produzione dell’idrogeno e aperto prospettive che fino a pochi anni fa sembravano teoriche.

Resta però un nodo geografico tutt’altro che banale. La maggior parte dei progetti si concentra nelle regioni settentrionali e nord-occidentali, dove sole e vento abbondano e l’elettricità costa meno. Il problema è che le grandi industrie energivore si trovano altrove, soprattutto nell’est e nel sud del Paese. Se quindi produrre idrogeno è sempre più facile, portarlo dove serve molto meno. Le infrastrutture di trasporto e stoccaggio diventano quindi il vero banco di prova della strategia cinese.

La National Energy Administration sembra aver colto il punto, chiedendo esplicitamente innovazioni nei meccanismi di scambio dell’idrogeno e nelle certificazioni verdi. Temi apparentemente tecnici che, in realtà, determinano la possibilità stessa di creare un mercato funzionante. Senza standard condivisi e senza un sistema credibile di certificazione, anche il miglior idrogeno verde rischia di restare confinato in progetti isolati.

Il messaggio che arriva da Pechino è chiaro e, in fondo, anche piuttosto pragmatico: l’idrogeno non è più un esperimento, ma un tassello necessario per garantire sicurezza energetica, competitività industriale e, non da ultimo, credibilità climatica. Il tono resta istituzionale, ma la sostanza è quella di una corsa vera e propria, dove chi arriva primo non prende solo una medaglia, ma definisce le regole del gioco.

Nel frattempo, il resto del mondo osserva. Qualcuno accelera, qualcuno prende tempo, qualcuno discute ancora su quale sia il colore più giusto dell’idrogeno. La Cina, invece, sembra aver già scelto: meglio produrlo, trasportarlo e usarlo, poi eventualmente discutere dei dettagli lungo il percorso. Non sarà un approccio perfetto, ma ha un vantaggio competitivo evidente: trasforma le strategie in infrastrutture, e le infrastrutture, come insegna la storia dell’energia, tendono a durare più delle dichiarazioni.