Ieri, 16 aprile 2026, mentre i giornalisti italiani incrociavano le braccia per il rinnovo del contratto nazionale, è arrivata una notizia che ha lasciato tutti senza fiato: Condé Nast chiude Wired Italia. L’annuncio, contenuto in un memo interno del CEO Roger Lynch intitolato “Brand and Technology Updates”, non lascia margini di dubbio. Dopo 17 anni di vita, dal lancio nel marzo 2009 a oggi, la versione italiana della rivista che per molti è stata, e rimane, la bibbia del tech cesserà le pubblicazioni. Non è un ridimensionamento: è una vera e propria chiusura editoriale.

Lynch è stato chiaro e glaciale nei numeri: Wired Italia, insieme a Self e alle edizioni di Glamour in Germania, Spagna e Messico, pesa poco più dell’1% del fatturato globale del gruppo. È un’attività non redditizia che, secondo l’amministratore delegato, “limita la capacità di Condé Nast di investire” nei settori con maggiore potenziale di crescita. La compagnia ha chiuso il 2025 in utile e ha superato i budget del primo trimestre 2026, ma ha scelto di concentrare risorse sui sette brand principali – Vogue, The New Yorker, Condé Nast Traveler e gli altri – che generano l’85% dei ricavi. Wired resterà forte negli Stati Uniti, Regno Unito, Medio Oriente, Giappone, Messico e Repubblica Ceca, mentre in Italia si spegne. Gli eventi e il consulting europeo continueranno, ma gestiti dalla sede UK.

Come persona che da circa 30 anni si occupa di tecnologia e di editoria, non posso nascondere un profondo dispiacere. Wired Italia non era solo una rivista: è stato un punto di riferimento, un laboratorio di idee, un luogo dove la cultura digitale veniva raccontata con profondità, rigore e quella curiosità visionaria che ha segnato il giornalismo tech mondiale.

La sua chiusura lascia un vuoto enorme. In Italia il giornalismo tecnologico è da sempre un settore di nicchia, spesso schiacciato tra generalisti che trattano il tech come “gadget” e portali verticali che vivono di click. Wired portava autorevolezza, indipendenza e uno sguardo globale su innovazione, etica e cultura digitale. La sua scomparsa rischia di impoverire il dibattito pubblico, quello che noi di Rivista.AI cerchiamo nel nostro piccolo di portare avanti, proprio mentre l’intelligenza artificiale, la cybersecurity e le trasformazioni digitali stanno ridefinendo economia, lavoro e società.

Ma a ben riflettere, il segnale va oltre i confini nazionali. Wired non è una rivista qualunque: è il marchio che ha inventato il giornalismo tech moderno. Il fatto che persino Condé Nast, un colosso che pubblica Vogue, Vanity Fair e The New Yorker, decida di chiudere un’edizione locale della sua “bibbia” dice molto sullo stato dell’editoria. Purtroppo si tratta dell’ennesima conferma di una tendenza strutturale: i costi di produzione di contenuti di qualità restano alti, mentre i ricavi digitali faticano a scalare.

La riorganizzazione tecnologica annunciata da Lynch, con hub in India e focus sull’AI per “innovare più velocemente”, è emblematica. Il gruppo sta puntando tutto su efficienza, scala globale e concentrazione. Le edizioni locali che non tengono il passo diventano un lusso insostenibile.

A livello internazionale, questa chiusura non è un episodio isolato: è parte di un riassetto che colpisce anche Self (i cui contenuti migreranno su Allure e Glamour) e altre versioni di Glamour e mostra come i grandi editori stiano sacrificando le periferie per rafforzare il centro.

Wired Italia muore, ma il brand globale sopravvive e si rafforza. Il messaggio è chiaro: nel 2026, anche per chi ha raccontato il futuro, il presente è fatto di scelte dure, numeri e redditività. Quello che rimane è un senso di tristezza autentica: non è solo la fine di una testata, è la chiusura di un capitolo di giornalismo che ha ispirato tanti di noi.

Speriamo che il suo spirito, fatto di curiosità, rigore, visione, continui a vivere altrove. Perché la tecnologia ha bisogno, oggi più che mai, di voci libere e autorevoli che la raccontino senza filtri.

Addio, Wired Italia. Grazie per questi 17 anni.