Mentre l’Europa ripete come un mantra la parola “sovranità digitale”, l’Algeria ha deciso di passare dalle parole ai fatti. Lo scorso martedì il ministro dell’Economia della Conoscenza, delle Start-up e delle Microimprese, Noureddine Ouadah, ha accolto il nuovo CEO di Huawei Algeria, Tony Shi Xiaohua, per siglare una partnership strategica che punta dritto al cuore della transizione digitale del Paese: intelligenza artificiale, 5G e infrastrutture di calcolo ad alte prestazioni.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso e suona familiare a chiunque segua il dibattito europeo: dotare ricercatori e imprenditori algerini di supercomputer con GPU potenti per competere sulla scena internazionale. Ma l’accordo non si ferma all’acquisto di hardware. Le due parti hanno messo nero su bianco un piano che parla esplicitamente di sovranità tecnologica “Made in Algeria”: sviluppo di soluzioni AI interamente locali per i mercati nazionali e africani, investimenti diretti in ricerca e sviluppo, formazione continua delle risorse umane e persino produzione locale di apparecchiature elettroniche per integrare le microimprese algerine nelle catene del valore globali.

Il 5G diventa la leva infrastrutturale per far decollare le startup in settori concreti dell’economia reale mentre sul piano operativo, il quadro di cooperazione passerà anche attraverso l’acceleratore pubblico di startup “Aventure”, garantendo che le giovani imprese algerine siano direttamente coinvolte nella trasformazione.

Fin qui tutto lineare. Eppure c’è un dettaglio che rende la vicenda particolarmente interessante: l’Algeria sta costruendo questa tanto sbandierata sovranità tecnologica appoggiandosi a una delle aziende più emblematiche della potenza tecnologica cinese, Huawei. Ed è proprio qui che emerge l’ironia del momento storico che stiamo vivendo.

In Europa il concetto di sovranità digitale è diventato quasi sacro: si parla di cloud europeo, di chip europei, di AI europea per non dipendere da americani o cinesi. L’Algeria, invece, sembra aver scelto una strada più pragmatica e meno ideologica: per affermare la propria autonomia tecnologica accetta di partire da una partnership forte con Pechino.

Vuole addestrare i suoi talenti, produrre localmente e creare soluzioni “algerine” per l’Africa, ma lo fa utilizzando la tecnologia, le competenze e gli investimenti di Huawei.

Non è una contraddizione da poco. Da un lato rafforza la retorica della sovranità nazionale, dall’altro riconosce implicitamente che, in questa fase, il salto tecnologico più rapido passa attraverso la collaborazione con chi è già avanti nella catena del valore, in questo caso la Cina. È la dimostrazione che il mantra della sovranità digitale non è solo un lusso europeo: è diventato un’aspirazione globale.

Paesi emergenti come l’Algeria lo interpretano però in modo più flessibile, privilegiando risultati concreti rispetto alla purezza ideologica.Per l’Africa subsahariana questa partnership potrebbe rivelarsi un acceleratore formidabile: soluzioni AI tarate su bisogni locali, reti 5G accessibili, formazione sul campo. Per l’Algeria è un modo per non restare ai margini della rivoluzione tecnologica e per posizionarsi come hub digitale del Maghreb e oltre.

Il rischio, ovviamente, è quello di scambiare una dipendenza, dagli Stati Uniti o dall’Europa, con un’altra, quella dalla Cina. Ma il messaggio che arriva da Algeri è chiaro: meglio una sovranità costruita passo dopo passo, anche con aiuti esterni, che restare fermi in nome di un’autonomia puramente teorica. Nel grande gioco della geopolitica tecnologica, l’Algeria ha appena mosso una pedina concreta. E lo ha fatto con il marchio Huawei ben visibile sulla scacchiera.