Mentre Hollywood discute ancora di contratti, scioperi e regolamentazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale, Bollywood ha deciso di saltare direttamente al capitolo successivo. Entro la fine dell’estate 2026 arriverà nelle sale il primo lungometraggio indiano completamente generato dall’AI: “Maharaja in Denims”, tratto dall’omonimo bestseller di Khushwant Singh del 2014. Scenografie, ambientazioni, attori virtuali, tutto creato al computer. L’unico tocco umano rimasto è la colonna sonora, composta ed eseguita da musicisti in carne e ossa, con la voce di Sukhwinder Singh, lo stesso di Slumdog Millionaire, a cantare il tema principale.

L’operazione è firmata da IntelliFlicks Studios, la piccola casa di produzione di Chandigarh fondata nel 2023 dallo stesso scrittore insieme a Gurdeep Singh Pall, ex vicepresidente di Microsoft. L’obiettivo dichiarato era ambizioso e un po’ provocatorio: dimostrare che un film intero poteva nascere da strumenti di intelligenza artificiale. Missione compiuta, almeno sulla carta. Il budget tradizionale avrebbe superato i 500 milioni di rupie (circa 4,65 milioni di euro). Con l’AI è sceso a 40-50 milioni. Un decimo del costo. Niente cachet per gli attori, niente ritardi sul set, niente problemi di illuminazione o di umore delle star. Solo creatività umana e potenza di calcolo.

C’è una buona dose di ironia nella faccenda. L’industria che produce oltre 2.000 film all’anno, la più prolifica al mondo, ha abbracciato l’AI con l’entusiasmo di chi non ha tempo da perdere in dibattiti etici. Mentre negli Stati Uniti i sindacati impongono paletti e le major procedono con cautela, a Bollywood due progetti precedenti, “Chiranjeevi Hanuman: The Eternal” e “Love You”, erano già in pista, ma “Maharaja in Denims” è destinato a prendersi la corona di primo film interamente AI a raggiungere il grande schermo.

Il romanzo racconta la storia di un adolescente privilegiato di Chandigarh convinto di essere la reincarnazione del Maharaja Ranjit Singh, fondatore dell’Impero Sikh, e affronta le violenze subite dalla comunità sikh nel 1984 dopo l’assassinio di Indira Gandhi. Una narrazione potente e delicata, perfetta per testare se l’AI sia in grado di restituire emozioni culturali complesse.

Non sembra essere stato facile: gli strumenti attuali faticano ancora a riprodurre fedelmente i volti indiani. Il regista, su questo tema, ha dichiarato che sarebbe stato più semplice girare un western. E poi c’è il problema del progresso tecnologico troppo rapido: ogni nuova versione dell’AI rendeva obsolete le scene già generate, costringendo a continui rifacimenti. E il montaggio è diventato una corsa contro il tempo.

Eppure Khushwant Singh è convinto che questo sia solo l’inizio di una rivoluzione: “considerato il ritmo estremamente rapido del progresso tecnologico, un diciottenne seduto nel suo villaggio sarà presto in grado di competere con le grandi case di produzione”, ha dichiarato. La concorrenza, secondo lui, arriverà da tutto il mondo. Democratizzazione totale: costi bassissimi, troupe ridotte a sei persone, creatività accessibile.

Sul mercato del cinema l’impatto rischia di essere dirompente. Da un lato, l’AI abbatte barriere economiche che finora proteggevano i grandi studi e i divi multimilionari. Un film da 50 milioni di rupie può permettersi effetti speciali che prima richiedevano centinaia di milioni. Dall’altro, apre le porte a una produzione globale iper-frammentata: chiunque con un buon prompt e un computer potente potrà raccontare storie.

Bollywood, che già macina volumi impressionanti, potrebbe moltiplicare ulteriormente il suo output, saturando il mercato interno e puntando con più aggressività a quello internazionale.Il rischio, ovviamente, è che la quantità prenda il sopravvento sulla qualità umana. Ma l’industria indiana sembra aver deciso che è meglio cavalcare l’onda piuttosto che farsi travolgere.

La musica invece, quella resta umana perché, come dice lo stesso Singh, “in India la gente guarda la musica più di quanto la ascolti”. Un piccolo segnale di resistenza culturale in mezzo alla rivoluzione digitale.

Insomma, Maharaja in Denims non è solo un film. È il manifesto di un’industria che ha capito prima di altre che l’intelligenza artificiale non è un optional, ma il nuovo set di attrezzi. E mentre Hollywood ancora discute se usarla, Bollywood ha già iniziato a girare. La domanda, a questo punto, non è più se l’AI cambierà il cinema: è chi arriverà primo alla fine della corsa. E per una volta, il favorito non sembra arrivare da Los Angeles.