Altro che smartphone e televisori: la vera miniera d’oro di Samsung Electronics oggi è invisibile, minuscola e assolutamente indispensabile. Si chiama memoria. E nel pieno della corsa globale all’intelligenza artificiale, vale più del petrolio o, almeno, rende di più. Dopo un biennio complicato, tra il 2023 e il 2024, il colosso sudcoreano ha cambiato marcia con una velocità che farebbe impallidire anche le sue linee produttive. I numeri preliminari del primo trimestre 2026 raccontano una storia che ha poco di lineare e molto di esplosivo: 57.200 miliardi di won di profitto operativo, circa 33 miliardi di euro, che vuol dire otto volte di più rispetto all’anno precedente e tre volte rispetto al trimestre record di fine 2025.

Una crescita così non si improvvisa. Si cavalca.

E Samsung, a quanto pare, ha trovato l’onda perfetta: l’insaziabile fame di chip da parte dell’intelligenza artificiale.

Chi immaginava che il futuro dell’AI si giocasse solo sugli algoritmi dovrà aggiornare il proprio schema mentale. Senza memoria, l’intelligenza artificiale non va da nessuna parte. Ogni risposta generata da piattaforme come ChatGPT, Gemini o Claude è il risultato di un’enorme quantità di calcoli che passano inevitabilmente da chip di memoria sempre più sofisticati.

Ed è qui che Samsung domina.

Leader mondiale nella produzione di DRAM e NAND, l’azienda beneficia di una tempesta perfetta: domanda in crescita esponenziale e offerta limitata. I prezzi delle memorie, nel solo primo trimestre, sono aumentati rispettivamente dell’87% e del 79%. Una dinamica che, nel linguaggio aziendale, si traduce in una parola sola: margini. Margini che crescono mentre il resto del mondo cerca disperatamente fornitori.

Il vero salto di qualità, però, arriva nel segmento più strategico di tutti: le memorie HBM (High Bandwidth Memory), fondamentali per alimentare i processori grafici utilizzati nei data center AI. Qui Samsung ha riconquistato terreno dopo essere stata temporaneamente superata da concorrenti come SK Hynix e Micron Technology.

Oggi, la situazione si è ribaltata.

Con la produzione di massa delle nuove HBM4 e lo sviluppo delle versioni evolute HBM4E, Samsung è tornata in testa alla corsa tecnologica. Una leadership che non è solo teorica: si traduce in contratti miliardari con i giganti dell’AI.

Clienti come Nvidia, Google e AMD stanno letteralmente facendo la fila per assicurarsi forniture. Perché senza memoria, anche il miglior processore resta poco più di un fermacarte molto costoso.

Nel frattempo, Samsung gioca su più tavoli. Non solo vende componenti, ma produce anche chip progettati da altri. Un esempio? L’accordo da 16,5 miliardi di dollari con Tesla per la produzione, a partire dal 2027, delle nuove unità di AI sviluppate dal team di Elon Musk. E poi c’è la collaborazione con Nvidia, guidata da Jensen Huang, che ha confermato il coinvolgimento di Samsung nella produzione di nuove unità dedicate al linguaggio AI.

Insomma, mentre altri progettano il futuro, Samsung lo costruisce, letteralmente.

A questo punto, il quadro diventa ancora più interessante. Gli analisti iniziano a fare i conti e il risultato è sorprendente: se il trend continuerà, Samsung potrebbe superare colossi come Alphabet Inc., Apple e la stessa Nvidia in termini di profitti entro il 2027.

Le stime parlano di oltre 320.000 miliardi di won di profitto operativo annuale, parliamo di circa 185 miliardi di euro. Numeri che trasformano una crescita impressionante in qualcosa di più: una possibile ridefinizione della gerarchia globale della tecnologia.

E qui arriva la parte ironica della storia.

Per anni, Samsung è stata raccontata come l’eterna inseguitrice nel mondo tech: meno glamour di Apple, meno “visionaria” di Google, meno centrale nella narrativa dell’AI rispetto a Nvidia. Oggi, mentre gli altri brillano sotto i riflettori, è invece proprio lei a incassare, in silenzio, la parte più consistente della rivoluzione.

Curiosamente, il business più visibile, quello degli smartphone Galaxy, contribuisce a meno del 5% dei profitti. Il che significa che il vero cuore dell’azienda batte lontano dalle vetrine e vicino ai data center. Una posizione strategica quasi perfetta: meno esposizione mediatica, più controllo sull’infrastruttura.

Il risultato finale è un paradosso degno della Silicon Valley: mentre il mondo discute di modelli linguistici, etica dell’AI e interfacce conversazionali, la vera partita si gioca su qualcosa di molto meno affascinante… ma infinitamente più redditizio: i chip di memoria.

E se la corsa all’intelligenza artificiale è davvero la nuova corsa all’oro, allora Samsung Electronics non è solo una delle tante aziende partecipanti, è quella che vende le pale.