Sembrava un capitolo chiuso, un relitto tecnologico destinato ai musei dell’archeologia industriale del Novecento. E invece no, il carbone continua a proiettare la sua ombra lunga e scura sul futuro del nostro mix energetico. In un’epoca dominata dal mantra della decarbonizzazione, l’Italia si scopre ancora dipendente da una delle fonti più “inquinanti” ma al tempo stesso rassicuranti, il carbone, utilizzato come polizza assicurativa contro l’instabilità geopolitica. E proprio in questo contesto, la tensione tra l’imperativo climatico e la sicurezza degli approvvigionamenti ha generato un paradosso: da un lato inseguiamo il Green Deal, dall’altro teniamo i motori a carbone al minimo, pronti a ripartire al primo segnale di crisi.

La “Soglia di Sicurezza”: perché 70 euro cambiano tutto

Il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha recentemente cristallizzato questa strategia pragmatica definendo un preciso “punto di caduta”. Non si tratta di una scelta ideologica, ma di una questione di convenienza economica e stabilità sistemica. Sebbene il prezzo del gas naturale si attesti oggi su valori gestibili (con una quotazione intorno ai 40 euro/MWh nel momento in cui scriviamo), esiste un limite oltre il quale la sostenibilità finanziaria del Paese entrerebbe in collisione con gli obiettivi ambientali.

Quello che io considero un’emergenza è una situazione dove il gas supera i 70 euro al megawattora, in questo caso si potrebbe rendere necessario riattivarle”, sono le parole del Ministro.

Questa soglia dei 70 euro non è peraltro casuale: rappresenta il momento in cui lo spread tra la produzione a gas e quella a carbone renderebbe quest’ultima tragicamente necessaria per calmierare i prezzi in bolletta. È il riconoscimento implicito che la nostra autonomia energetica è ancora ostaggio della volatilità dei mercati internazionali.

Le centrali “fantasma”: la forza della riserva fredda

Sul territorio continentale, il cuore del sistema poggia su una capacità complessiva di circa 4,7 GW, di cui gran parte è attualmente in uno stato di “animazione sospesa”. Le grandi centrali di Civitavecchia (Torrevaldaliga Nord) e Brindisi (Federico II), entrambe gestite da Enel, dispongono ciascuna di una potenza di 1,8 GW.

Sebbene il piano originale ne prevedesse la chiusura definitiva entro il 31 dicembre 2025, la realtà operativa ci consegna impianti che, pur essendo virtualmente spenti già alla fine del 2024, restano integri. Il Governo ha deliberatamente evitato di ordinarne lo smantellamento, trasformandoli in una “riserva fredda”. Certo, riattivarle non sarebbe immediato, servirebbero passaggi tecnici e autorizzativi complessi, ma la loro esistenza garantisce al sistema elettrico nazionale un paracadute contro eventuali shock esogeni.

L’orizzonte 2038: un addio che si allontana

Il cronoprogramma del phase-out italiano ha subito una metamorfosi legislativa che riflette la fragilità del momento storico. Se il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec) aveva inizialmente fissato l’addio al carbone per il 2025, un recente emendamento al Decreto legge Bollette ha spostato l’orizzonte temporale fino al 2038.

Questo slittamento di tredici anni rappresenta una sorta di “clausola di salvaguardia” legale. Non significa necessariamente che bruceremo carbone per i prossimi tre lustri, ma si stabilisce che le centrali rimarranno in stato di disponibilità operativa. È la prova di come la sicurezza energetica abbia oggi la priorità sulla velocità della transizione: una ritirata strategica che permette di gestire l’incertezza senza smantellare le fondamenta del vecchio sistema prima che il nuovo sia pienamente affidabile.

Il caso Sardegna: l’isola dove il tempo si è fermato

Se nel resto d’Italia il carbone è una “riserva”, in Sardegna è una necessità vitale. L’isola rappresenta un’eccezione strutturale nel panorama nazionale a causa della storica mancanza di una rete di metanizzazione e di interconnessioni sufficienti. Qui, il carbone non è il piano B, ma il pilastro del sistema.

Le centrali di Portovesme (Grazia Deledda), gestita da Enel con 0,5 GW, e quella di Fiume Santo, operata da EP Produzione con circa 0,6 GW, rimangono pienamente operative. Per il sistema elettrico sardo, questi impianti sono considerati indispensabili: senza di essi, l’isola rischierebbe il blackout. La Sardegna incarna così il volto reale della difficoltà di transizione in territori con vulnerabilità strutturali, dove il distacco dal fossile richiede infrastrutture che ancora mancano.

Il paradosso della decarbonizzazione

L’analisi del think tank per il clima Ecco evidenzia un amaro paradosso. La riduzione delle emissioni di CO2 registrata negli ultimi anni non è il risultato di un cambiamento strutturale profondo, ma piuttosto di una combinazione di fattori accidentali. Il calo dei consumi è stato guidato dalla reazione dei cittadini ai prezzi esorbitanti e, soprattutto, da temperature invernali insolitamente miti.

Saremmo quindi di fronte a una decarbonizzazione “per caso” e non “per piano”. Mentre il settore elettrico cerca faticosamente di allontanarsi dal carbone, le emissioni nei trasporti continuano a crescere e quelle nel settore domestico restano inchiodate a vecchie inefficienze. L’Italia si trova in una posizione di “fortuna climatica” che nasconde l’assenza di una reale trasformazione industriale, rendendo la nostra transizione estremamente fragile e reversibile.

D’altra parte la strategia italiana sembra essere chiara: muoversi verso le rinnovabili, ma tenere la mano vicina all’interruttore del carbone. La scelta di mantenere la “riserva fredda” e di blindare legalmente gli impianti fino al 2038 è il segnale di un realismo politico che non può permettersi il lusso dell’idealismo energetico.

Tuttavia, proprio in questo delicato equilibrio tra transizione e sicurezza, l’innovazione digitale può giocare un ruolo decisivo. Grazie a reti intelligenti, intelligenza artificiale e sistemi di previsione avanzati, sarà possibile ottimizzare in tempo reale la produzione da fonti rinnovabili, ridurre gli sprechi e gestire la variabilità del vento e del sole con una precisione impensabile fino a pochi anni fa.

L’energy management basato su dati, la domanda-risposta intelligente e lo stoccaggio virtualizzato potrebbero progressivamente alleggerire il peso della riserva a carbone, trasformandola da necessità strutturale a mera misura di emergenza sempre più rara.

In altre parole, la vera via d’uscita dal carbone non passerà solo dalle nuove installazioni di pale e pannelli, ma dalla capacità di rendere il sistema energetico più intelligente, flessibile e prevedibile. Un campo in cui l’Italia, con le sue eccellenze nel software e nella meccatronica, ha tutte le carte per trasformarsi da paese prudente a paese pionieristico.