Il mercato corre, le aziende osservano, le istituzioni riflettono. Nel frattempo, l’intelligenza artificiale avanza a passo deciso e non aspetta nessuno. I numeri diffusi oggi da Anitec-Assinform in occasione della presentazione del rapporto “L’IA nel mercato del lavoro italiano – Professioni, modelli di adozione e la sfida della formazione” parlano chiaro e, per una volta, non lasciano troppo spazio all’interpretazione: nel 2025 il mercato italiano dell’AI vale già 1,24 miliardi di euro, con una crescita del 33% rispetto ai 935 milioni del 2024. Se il ritmo resta questo, si supereranno i 2,5 miliardi entro il 2028. Non parliamo più di una scommessa, ma di una trasformazione strutturale.
Il punto, però, non è tanto quanto cresce il mercato, ma chi sarà davvero in grado di cavalcarlo. E proprio qui arriva il nodo, quello meno glamour ma decisamente più urgente: le competenze. Il rapporto realizzato insieme al Politecnico di Torino fotografa una situazione in cui l’Italia ha ancora una finestra temporale per organizzarsi, ma non può permettersi di usarla per rimandare decisioni.
Secondo Massimo Dal Checco, Presidente di Anitec-Assinform, la direzione è evidente: gli investimenti tecnologici da soli non bastano. Senza un piano serio sulla formazione, il rischio è quello di trovarsi con strumenti avanzati e persone che non sanno davvero come usarli.
Il tema peraltro non è solo economico, ma anche sociale. Dal Checco lo dice senza troppi giri di parole: senza competenze adeguate, il Paese rischia di restare fuori mercato e di vedere indebolito il proprio tessuto sociale. Un’affermazione che suona meno teorica di quanto sembri, considerando che l’AI non sta semplicemente creando nuovi lavori, ma sta riscrivendo quelli esistenti.
A rafforzare il concetto interviene Riccardo Di Stefano, in rappresentanza di Confindustria, sottolineando come la trasformazione in corso richieda un salto di qualità nelle competenze. Non si tratta più di aggiungere qualche corso di aggiornamento qua e là, ma di ripensare in profondità il rapporto tra formazione, lavoro e innovazione.
Il rischio concreto è quello di un’adozione a metà, disomogenea e poco efficace. In altre parole, aziende che implementano l’intelligenza artificiale solo superficialmente, senza ottenere i benefici reali e amplificando le disuguaglianze tra chi sa e chi non sa. Una sorta di digital divide 2.0, molto più sofisticato e decisamente più difficile da colmare.
Il messaggio che emerge dal rapporto è chiaro: serve una nuova stagione di politiche pubbliche. Non un aggiornamento marginale, ma un cambio di passo deciso che metta la formazione al centro. Perché se è vero che l’intelligenza artificiale sta trasformando il mercato del lavoro, è altrettanto vero che senza persone capaci di comprenderla e governarla, quella trasformazione rischia di restare incompleta.
Il paradosso italiano è tutto qui. Da un lato, un mercato che cresce a ritmi sostenuti e prospettive economiche rilevanti. Dall’altro, un sistema che rischia di non essere pronto a sostenere questa crescita. Una situazione che, con un pizzico di ironia, potrebbe essere riassunta così: l’Italia ha il biglietto per il futuro, ma deve ancora imparare bene come usarlo.
Nel frattempo, il tempo scorre. E, come spesso accade nel mondo della tecnologia, non aspetta chi è indeciso.