Revolut sta per scrivere un nuovo capitolo della sua storia, ma chi sognava un debutto in Borsa imminente dovrà pazientare ancora un po’. L’amministratore delegato Nik Storonsky ha appena chiarito che la quotazione arriverà, però non prima del 2028. Parlando con David Rubenstein nel suo show su Bloomberg, il fondatore della fintech britannica ha usato parole che suonano quasi come una doccia fredda per gli investitori più impazienti: “tra due anni”.
Del resto, come ha spiegato lo stesso Storonsky, Revolut è ormai una banca a tutti gli effetti e per una banca la fiducia vale più di qualsiasi valutazione lampo. Le società quotate, ha aggiunto, godono di una credibilità superiore rispetto a quelle private, e lui non ha intenzione di bruciare i tempi solo per accontentare il mercato. Con questa dichiarazione ha chiuso definitivamente le voci che davano l’Ipo già per il 2026, costringendo analisti e fondi a ridisegnare i loro calendari. Prima di salire sul palco di Wall Street, però, la società valuterà nuove vendite secondarie di azioni.
L’ultima operazione, conclusa a novembre, ha spinto la valutazione di Revolut a 75 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto ai 45 miliardi di dodici mesi prima. Un balzo sostenuto da investitori del calibro di Nvidia e Coatue Management, che ha dato alla fintech la benzina necessaria per accelerare i piani di espansione internazionale.
Proprio in questa direzione si muove l’ultima grande scommessa americana. Revolut ha chiesto formalmente la licenza bancaria negli Stati Uniti, dove dal 2020 opera in modo ancora embrionale attraverso partnership con banche locali. Per guidare l’assalto al mercato statunitense è stato chiamato Cetin Duransoy, ex dirigente di Visa, un nome che porta con sé decenni di esperienza nei pagamenti digitali. Una volta ottenuta l’autorizzazione, Revolut potrà accedere direttamente ai sistemi della Federal Reserve, offrire prestiti personali e carte di credito senza intermediari. Storonsky sa che l’iter burocratico potrebbe durare fino a un anno, ma l’obiettivo ufficiale dell’azienda resta ambizioso: chiudere tutto in quattro mesi.
Una tempistica che, vista la lentezza tipica delle autorità americane, fa sorridere chi conosce il settore, eppure rispecchia perfettamente lo spirito di una realtà che ha sempre promesso velocità senza rinunciare alla solidità. In fondo Revolut sta giocando una partita intelligente.
Invece di correre verso la quotazione per cavalcare l’onda dell’entusiasmo, preferisce rafforzare le basi, conquistare nuovi mercati e accumulare fiducia. Per gli investitori più irrequieti l’attesa potrà sembrare eterna, ma chi ha seguito la crescita della fintech sa che, quando arriverà il momento di suonare la campana di Wall Street, la festa sarà servita su un piatto d’argento molto più solido. E forse, proprio per questo, ancora più redditizia.