
Nel momento in cui Palantir Technologies pubblica un manifesto in ventidue punti, il dibattito si polarizza con una prevedibilità quasi noiosa; da un lato l’accusa di autoritarismo, dall’altro la difesa tecnocratica della necessità. Entrambe le letture sono vere e, allo stesso tempo, irrilevanti. Il problema non è morale, è strutturale. Il documento non è una policy aziendale, né un’operazione di marketing, ma un artefatto culturale molto più antico, travestito da codice. Chi lo legge come un white paper perde il punto, chi lo legge come propaganda lo sfiora appena. La forma stessa tradisce la sostanza: ventidue punti non sono una scelta casuale, sono una dichiarazione simbolica, un gesto che richiama architetture di senso che precedono di millenni qualsiasi stack tecnologico.

La Silicon Valley ha sempre avuto un rapporto ambiguo con il sacro. Ufficialmente lo rifiuta, ufficiosamente lo replica. Ogni volta che un’azienda promette di “cambiare il mondo”, in realtà sta cercando di sostituire un sistema di credenze con un altro, più scalabile, più monetizzabile, più compatibile con AWS. Il manifesto di Palantir si inserisce perfettamente in questa tradizione, ma con una differenza rilevante: qui la dimensione teologica non è implicita, è esplicita nella struttura. Ventidue punti che evocano alfabeti antichi, sistemi simbolici chiusi, cicli completi. Non serve credere a letture esoteriche per riconoscere il pattern; basta avere una minima familiarità con la storia delle idee.
Il riferimento inevitabile, almeno sul piano culturale, è The Externalisation of the Hierarchy di Alice Bailey, un testo che negli anni Cinquanta articolava una visione del mondo in cui élite illuminate avrebbero guidato una trasformazione globale, sotto il segno di una gerarchia spirituale destinata a manifestarsi nella realtà materiale. Liquidare questo parallelo come paranoia sarebbe intellettualmente pigro. Non perché esista una connessione diretta, ma perché esiste una continuità culturale: l’idea che una minoranza tecnicamente e moralmente superiore abbia il diritto, se non il dovere, di orchestrare il sistema.
Palantir nasce già immersa in questo immaginario. Il nome stesso è preso dall’universo di J. R. R. Tolkien, dove le pietre veggenti permettono di osservare a distanza, ma al prezzo di essere osservati a propria volta. Non è una metafora sottile. È un’ammissione. Il controllo dell’informazione è sempre bidirezionale, e chi pensa di detenere lo sguardo spesso dimentica di essere dentro lo stesso campo visivo. In questo senso, il manifesto non introduce nulla di nuovo; rende solo più esplicito ciò che era già implicito nel modello di business.
Il punto interessante, quasi ironico, è che l’accusa di “creepiness” rivolta al manifesto è un prodotto della stessa cultura che ha normalizzato l’estrazione massiva di dati personali negli ultimi vent’anni. Quando Google indicizzava il mondo, veniva celebrata come infrastruttura della conoscenza. Quando Facebook mappava le relazioni sociali, era “connessione”. Quando Palantir esplicita la dimensione gerarchica e strategica di questo potere, improvvisamente diventa inquietante. La differenza non è tecnologica, è narrativa.
Ogni grande sistema tecnologico costruisce una propria teologia operativa. Il cloud non è solo infrastruttura, è una metafora di onnipresenza distribuita. L’intelligenza artificiale non è solo statistica avanzata, è una promessa di onniscienza probabilistica. Il manifesto di Palantir si limita a chiudere il cerchio, introducendo una dimensione di inevitabilità storica che ricorda più le dottrine escatologiche che i business plan. La guerra come destino, la gerarchia come ordine naturale, la missione come debito morale. Lessico antico, implementazione moderna.
Qui entra in gioco un elemento che molti analisti sottovalutano: il bisogno di legittimazione. Le aziende tecnologiche non si accontentano più di essere profittevoli; vogliono essere necessarie. È una differenza sottile ma cruciale. Essere profittevoli implica competizione, essere necessari implica inevitabilità. Il manifesto è uno strumento di questa trasformazione. Non serve a convincere i clienti, serve a costruire una narrativa in cui l’esistenza stessa dell’azienda diventa parte di un ordine più grande.
Il paradosso è che questa narrativa si sviluppa proprio mentre l’industria dell’AI attraversa una crisi di credibilità silenziosa. Dopo anni di hype, i limiti dei modelli emergono con una certa brutalità: allucinazioni, bias, costi energetici insostenibili. Il documento caricato dall’utente, relativo al progetto NeuroGraph , lo esplicita con una chiarezza rara nel panorama europeo: il paradigma dello scaling ha raggiunto un plateau concettuale. Aumentare i parametri non risolve problemi strutturali come l’integrazione semantica o l’apprendimento incrementale. In altre parole, l’AI attuale è potente ma fragile, impressionante ma miope.
In questo contesto, il ritorno a strutture gerarchiche e simboliche non è un’anomalia, è una risposta. Quando la complessità supera la capacità di controllo, il sistema tende a ricostruire livelli di ordine più rigidi. La gerarchia diventa un modo per comprimere l’incertezza. Il manifesto di Palantir può essere letto esattamente così: non come un progetto autoritario, ma come un tentativo di stabilizzare un ecosistema che sta sfuggendo di mano ai suoi stessi creatori.
La dimensione più interessante, e forse più inquietante, è la convergenza tra due traiettorie apparentemente opposte. Da un lato, progetti europei come NeuroGraph cercano di introdurre trasparenza, spiegabilità, integrazione semantica. Dall’altro, aziende come Palantir spingono verso una centralizzazione strategica del potere informativo. Due visioni incompatibili solo in apparenza. Entrambe riconoscono che il modello attuale non è sostenibile. Divergono sulla soluzione: apertura contro controllo, distribuzione contro gerarchia.
Nel mezzo, come sempre, c’è il mercato. E il mercato, a differenza degli editorialisti, ha una memoria selettiva e un’etica flessibile. Se la promessa di sicurezza, efficienza e vantaggio competitivo è abbastanza convincente, la questione filosofica diventa secondaria. È già successo con il cloud, con i social, con i big data. Succederà di nuovo con l’AI. Il manifesto di Palantir non cambierà questa dinamica; la renderà solo più esplicita.
Un vecchio adagio della strategia militare dice che “la dottrina segue la tecnologia”. Nel caso dell’AI, sta accadendo il contrario. La tecnologia è ancora in fase di assestamento, ma la dottrina si sta già cristallizzando. Questo è il vero segnale da osservare. Quando le aziende iniziano a produrre manifesti invece che roadmap, significa che stanno cercando di definire il campo di gioco prima che sia completamente formato. È una mossa difensiva travestita da visione.
Il rischio, ovviamente, è quello di prendere troppo sul serio la retorica. La Silicon Valley ha una lunga storia di dichiarazioni grandiose seguite da implementazioni molto più banali. “Move fast and break things” suonava rivoluzionario, finché non si è tradotto in qualche bug di troppo e qualche miliardo di dati esposti. Il manifesto di Palantir potrebbe seguire lo stesso percorso: un testo carico di simbolismo che, alla prova dei fatti, si riduce a una serie di scelte operative molto più prosaiche.
Resta però un fatto difficilmente ignorabile. La tecnologia non è mai neutrale, e quando inizia a parlare il linguaggio della teologia, significa che ha superato una soglia culturale. Non siamo più nella fase dell’innovazione, ma in quella della legittimazione. Non si tratta più di costruire strumenti, ma di giustificarne l’esistenza.
In questo senso, il manifesto non è solo inquietante. È rivelatore. Non dice tanto cosa farà Palantir, quanto come vede il mondo. E, per estensione, come una parte crescente dell’industria tecnologica sta iniziando a vederlo. Un mondo in cui la complessità richiede gerarchia, l’incertezza richiede controllo, e la tecnologia, inevitabilmente, diventa una forma di potere.
Chi si sorprende probabilmente non ha prestato abbastanza attenzione negli ultimi vent’anni.
1. Silicon Valley owes a moral debt to the country that made its rise possible. The engineering elite of Silicon Valley has an affirmative obligation to participate in the defense of the nation.
2. We must rebel against the tyranny of the apps. Is the iPhone our greatest creative if not crowning achievement as a civilization? The object has changed our lives, but it may also now be limiting and constraining our sense of the possible.
3. Free email is not enough. The decadence of a culture or civilization, and indeed its ruling class, will be forgiven only if that culture is capable of delivering economic growth and security for the public.
4. The limits of soft power, of soaring rhetoric alone, have been exposed. The ability of free and democratic societies to prevail requires something more than moral appeal. It requires hard power, and hard power in this century will be built on software.
5. The question is not whether A.I. weapons will be built; it is who will build them and for what purpose. Our adversaries will not pause to indulge in theatrical debates about the merits of developing technologies with critical military and national security applications. They will proceed.
6. National service should be a universal duty. We should, as a society, seriously consider moving away from an all-volunteer force and only fight the next war if everyone shares in the risk and the cost.
7. If a U.S. Marine asks for a better rifle, we should build it; and the same goes for software. We should as a country be capable of continuing a debate about the appropriateness of military action abroad while remaining unflinching in our commitment to those we have asked to step into harm’s way.
8. Public servants need not be our priests. Any business that compensated its employees in the way that the federal government compensates public servants would struggle to survive.
9. We should show far more grace towards those who have subjected themselves to public life. The eradication of any space for forgiveness—a jettisoning of any tolerance for the complexities and contradictions of the human psyche—may leave us with a cast of characters at the helm we will grow to regret.
10. The psychologization of modern politics is leading us astray. Those who look to the political arena to nourish their soul and sense of self, who rely too heavily on their internal life finding expression in people they may never meet, will be left disappointed.
11. Our society has grown too eager to hasten, and is often gleeful at, the demise of its enemies. The vanquishing of an opponent is a moment to pause, not rejoice.
12. The atomic age is ending. One age of deterrence, the atomic age, is ending, and a new era of deterrence built on A.I. is set to begin.
13. No other country in the history of the world has advanced progressive values more than this one. The United States is far from perfect. But it is easy to forget how much more opportunity exists in this country for those who are not hereditary elites than in any other nation on the planet.
14. American power has made possible an extraordinarily long peace. Too many have forgotten or perhaps take for granted that nearly a century of some version of peace has prevailed in the world without a great power military conflict. At least three generations — billions of people and their children and now grandchildren — have never known a world war.
15. The postwar neutering of Germany and Japan must be undone. The defanging of Germany was an overcorrection for which Europe is now paying a heavy price. A similar and highly theatrical commitment to Japanese pacifism will, if maintained, also threaten to shift the balance of power in Asia.