Le reti sono diventate ciò che un tempo erano le autostrade, con una differenza sostanziale: oggi il traffico cresce a ritmi esponenziali, ma i pedaggi restano sorprendentemente bassi. È su questo squilibrio che si concentra l’analisi presentata da Asstel insieme alla Luiss Guido Carli, uno studio che ha il merito di dire ad alta voce ciò che nel settore si sussurra da tempo. Il messaggio è semplice anzi, potremmo dire quasi brutale nella sua chiarezza: le telecomunicazioni sostengono il peso dell’economia digitale, ma lo fanno con margini sempre più compressi e sotto una pressione regolatoria che rischia di trasformarsi in un freno strutturale. Il risultato è un paradosso che ha poco di teorico e molto di industriale.

Tra il 2019 e il 2025 il traffico dati sulle reti mobili è cresciuto di oltre il 280%, mentre su quelle fisse ha superato il 130%. Numeri che raccontano un’Europa sempre più connessa, sempre più affamata di banda e servizi digitali. Peccato che questa crescita vada a vantaggio principalmente dei cosidetti OTT e non si traduca in un analogo aumento dei ricavi per chi quelle reti le costruisce e le gestisce.

Il nodo è proprio nella distribuzione del valore. Tra il 70% e l’80% del traffico viene generato da poche grandi piattaforme digitali, ma la capacità di monetizzare resta limitata per gli operatori telco. L’Arpu mobile europeo nel 2024 si ferma a 20,4 euro, meno della metà dei 42,4 euro registrati negli Stati Uniti. Sul fisso il divario non è meno evidente. Numeri che, letti senza contesto, sembrano solo statistiche. Inseriti in una strategia industriale, diventano un campanello d’allarme.

A complicare ulteriormente il quadro interviene la regolamentazione. Non tanto per la sua esistenza, quanto per la sua stratificazione. Regole pensate per un ecosistema diverso si sono accumulate nel tempo, creando un sistema che secondo lo studio non è più coerente con la realtà attuale. Il rischio, neanche troppo velato, è quello di indebolire proprio l’anello fondamentale della catena digitale, quello da cui dipendono fibra, 5G, cloud e, in prospettiva, anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Pietro Labriola, presidente di Asstel, sintetizza la questione con una richiesta che suona come un invito ma anche come un avvertimento. Gli operatori continuano a sostenere obblighi pubblici, investimenti infrastrutturali e costi di sicurezza senza meccanismi adeguati di compensazione. In altre parole, fanno molto, ma raccolgono relativamente poco.

Le proposte non mancano e vanno in diverse direzioni. Una revisione delle politiche sulle frequenze, da assegnare con una logica industriale e non puramente fiscale. L’idea di un intervento normativo organico, un possibile decreto dedicato alla connettività e alla sicurezza nazionale. Misure fiscali come crediti d’imposta o super-deduzioni per incentivare gli investimenti. Persino una revisione di alcune delibere regolatorie considerate troppo rigide.

Il punto, però, non è solo tecnico o normativo. È anche, e forse soprattutto, strategico, perché mentre da un lato l’ecosistema digitale europeo si è trasformato profondamente, dall’altro il quadro regolatorio non ha tenuto lo stesso passo. Una disallineamento che rischia di diventare un problema competitivo su scala globale.

Nel frattempo, gli operatori continuano a investire. Secondo quanto evidenziato, circa un quarto dei ricavi viene reinvestito nelle infrastrutture. Una percentuale che racconta bene quanto il settore sia capital intensive e quanto sia delicato il bilanciamento tra sostenibilità economica e sviluppo tecnologico.

La questione delle grandi piattaforme, gli OTT, resta sullo sfondo ma neanche troppo e da più parti si auspica una riduzione delle asimmetrie normative per consentire alle telco di competere ad armi pari. Non è solo una questione di equità, ma una scelta che tocca direttamente la geopolitica digitale europea.

L’ironia, se proprio la si vuole cercare, sta nel fatto che mentre si discute di intelligenza artificiale, cloud sovrani e autonomia tecnologica, la base di tutto, ovvero le reti, rischia di diventare l’anello debole. Forse anche su questo occorrerebbe agire, perché alla fine, anche nell’era dell’AI, senza reti solide e sostenibili, il futuro digitale resta una promessa ma con il segnale debole.