Qualcuno a Westminster ha iniziato a farsi una domanda piuttosto scomoda: quanto è davvero autonoma la difesa britannica se i dati, il vero carburante delle operazioni moderne, passano sempre più spesso per piattaforme americane? Non è un dibattito accademico, ma una questione che tocca nervi scoperti tra sicurezza nazionale, tecnologia e geopolitica.
Un gruppo trasversale di deputati britannici ha deciso di mettere nero su bianco queste preoccupazioni, indirizzando un appello diretto al governo guidato da Keir Starmer. Tra i firmatari figurano nomi di schieramenti diversi, dai Verdi ai Liberal Democratici fino al Labour, segno che il tema supera le tradizionali linee di partito. Il bersaglio principale è la crescente dipendenza del Regno Unito da colossi tecnologici statunitensi, con Palantir Technologies in prima linea.
Il punto non è solo economico, anche se gli 8 miliardi di sterline stimati in contratti pubblici con aziende tech americane fanno una certa impressione. Il vero nodo è strategico. Quando sistemi critici della difesa e della gestione dei dati vengono affidati a fornitori esterni, la questione non è più semplicemente “quanto costa”, ma “chi controlla cosa”. E, soprattutto, “chi potrebbe interferire”.
La lettera dei parlamentari evidenzia una differenza crescente con altri Paesi europei, che negli ultimi anni hanno avviato riflessioni più strutturate sulla cosiddetta sovranità digitale. Il Regno Unito, al contrario, viene descritto come ancora privo di una strategia chiara, proprio mentre le tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti, in particolare durante la stagione politica di Donald Trump, hanno mostrato quanto anche le alleanze più solide possano diventare imprevedibili.
Il caso Palantir è emblematico. L’azienda, fondata da figure come Peter Thiel e Alex Karp, è diventata uno dei principali attori globali nell’analisi dei big data, con soluzioni basate sull’intelligenza artificiale utilizzate in ambiti sensibili, dalla difesa alla sicurezza. Ma proprio questa centralità ha attirato critiche crescenti, legate all’uso dei suoi software in contesti militari complessi, inclusi scenari di conflitto.
Nel Regno Unito, la collaborazione con Palantir non è una novità dell’attuale governo. Affonda le radici nelle precedenti amministrazioni e ha continuato a espandersi sotto la leadership di Starmer, anche grazie al sostegno di figure influenti come Tony Blair. Un endorsement che, se da un lato ha contribuito a rafforzare la presenza dell’azienda, dall’altro ha alimentato ulteriori polemiche, soprattutto in un contesto già sensibile sul tema della gestione dei dati pubblici, inclusi quelli sanitari.
Il linguaggio utilizzato dai deputati è tutt’altro che diplomatico. Definire il Regno Unito una “colonia digitale della Silicon Valley” non è solo una provocazione retorica, ma un segnale di quanto il tema sia diventato politicamente rilevante. La tecnologia, in questo caso, smette di essere neutrale e diventa uno strumento di potere.
E qui entra in gioco una dinamica interessante. Per anni, la narrativa dominante ha celebrato l’efficienza e l’innovazione delle aziende tecnologiche americane, viste come partner naturali per modernizzare infrastrutture pubbliche e sistemi complessi. Oggi, però, quella stessa relazione viene riletta alla luce di nuove priorità: autonomia, resilienza e controllo.
Non si tratta necessariamente di un rifiuto della tecnologia americana, quanto piuttosto di una richiesta di equilibrio. Il problema non è usare piattaforme avanzate, ma dipenderne in modo strutturale senza alternative credibili. In altre parole, il Regno Unito si trova davanti a una scelta che riguarda molti altri Paesi: continuare a integrare soluzioni globali o investire in un ecosistema tecnologico più indipendente.
La questione diventa ancora più delicata se si considera il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nei sistemi di difesa. Algoritmi, modelli predittivi e analisi dei dati non sono più strumenti di supporto, ma componenti centrali delle decisioni operative. Delegarne lo sviluppo e la gestione significa, in parte, delegare anche una porzione di sovranità.
Il dibattito è appena iniziato, ma il segnale è chiaro. La politica britannica sta iniziando a interrogarsi non solo su cosa comprare, ma su cosa significhi davvero “possedere” la propria infrastruttura digitale. E in un mondo dove i dati valgono quanto, se non più, delle risorse fisiche, la risposta a questa domanda potrebbe ridefinire il concetto stesso di indipendenza nazionale.
Nel frattempo, la Silicon Valley osserva. Probabilmente con interesse, forse con un pizzico di preoccupazione. Perché quando anche i partner più fedeli iniziano a parlare di autonomia, significa che qualcosa nel rapporto di fiducia sta cambiando. E nel campo della tecnologia, come in quello della geopolitica, questi cambiamenti raramente sono temporanei.