Europa colonia digitale: quarant’anni di internet, un errore strategico

Nel salone del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa, davanti a una platea che oscillava tra nostalgia accademica e inquietudine industriale, Franco Bernabè ha fatto qualcosa che pochi dirigenti con il suo curriculum osano fare: ha tolto il velo retorico a quarant’anni di internet in Italia e, con una chirurgia quasi brutale, ha mostrato che il problema europeo non è mai stato la tecnologia. È sempre stato il potere. E la sua distribuzione.

La narrazione dominante, quella che si racconta nei panel rassicuranti e nei white paper autocelebrativi, suggerisce che l’Europa sia rimasta indietro per eccesso di regolazione, per una sorta di feticismo normativo che avrebbe soffocato l’innovazione. Bernabè ribalta il tavolo con una frase che, se fosse quotata in borsa, sarebbe già diventata volatile: non è stata troppa regolazione, ma troppo poca, e soprattutto troppo tardiva. Un’affermazione che suona controintuitiva solo a chi non ha mai costruito un mercato da zero.

Internet, nella sua versione commerciale, non nasce per caso. È il prodotto di una visione politica precisa, quella di Al Gore e Bill Clinton, che negli anni Novanta immaginano le “information superhighways” come infrastruttura globale, non come semplice tecnologia. Gli Stati Uniti non si limitano a innovare; costruiscono un ecosistema normativo che permette alle imprese di scalare senza attriti, trasformando un vantaggio tecnologico iniziale in una rendita geopolitica duratura. L’Europa, nel frattempo, osserva, regola a metà, e soprattutto non coordina.

Il risultato è sotto gli occhi di chiunque guardi un bilancio consolidato delle big tech: il valore si è concentrato altrove. Non per superiorità genetica degli ingegneri californiani, ma per una combinazione di accesso ai dati, immunità legale e dottrina economica. Bernabè individua quattro fattori chiave che hanno permesso agli hyperscaler americani di colonizzare il mercato europeo. Il primo è quasi imbarazzante nella sua semplicità: accesso libero ai dati personali degli europei per oltre due decenni. Un regalo strategico, mascherato da apertura.

La storia degli accordi transatlantici sulla privacy è, a ben vedere, una sequenza di compromessi asimmetrici. Dal Safe Harbour al Privacy Shield fino al Data Privacy Framework, l’Europa ha tentato di conciliare due visioni incompatibili: quella americana, dove la sicurezza nazionale prevale su tutto, e quella europea, dove i diritti fondamentali dovrebbero essere inviolabili. Il risultato è stato un ibrido giuridico che ha funzionato perfettamente per le aziende americane e molto meno per i cittadini europei. I dati hanno continuato a fluire; il controllo è rimasto altrove.

La vera asimmetria, tuttavia, non è solo nei dati, ma nella responsabilità. La famigerata Section 230 del Communications Decency Act ha rappresentato uno dei più grandi esperimenti di deregolamentazione della storia moderna. Liberare le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti degli utenti ha creato un incentivo economico potente: massimizzare l’engagement a qualsiasi costo. Rabbia, paura, polarizzazione. Non sono effetti collaterali; sono feature di prodotto.

L’Europa, nel tentativo di non restare isolata, ha adottato un approccio formalmente diverso ma sostanzialmente compatibile. La direttiva e-commerce ha replicato, con eleganza burocratica, lo stesso principio: niente responsabilità preventiva, solo intervento ex post. Il risultato è stato che le piattaforme americane hanno potuto operare nel mercato europeo con condizioni quasi identiche a quelle domestiche, ma con una base utenti più ampia e meno protetta. Una combinazione che qualsiasi CFO definirebbe “irripetibile”.

Il paradosso si complica quando si entra nel territorio dell’antitrust. Negli Stati Uniti, a partire dagli anni Settanta, la dottrina del consumer welfare ha ridotto la concorrenza a una variabile di prezzo. Se il servizio è gratuito, non c’è problema. Una logica apparentemente razionale che, applicata al digitale, diventa quasi comica. Google, Facebook, Amazon hanno costruito imperi offrendo servizi gratuiti e monetizzando altrove, mentre acquisivano sistematicamente potenziali concorrenti. Instagram, WhatsApp, YouTube. La lista è lunga e, per l’Europa, dolorosa.

Il diritto europeo della concorrenza è teoricamente più sofisticato, più strutturale, meno ossessionato dal prezzo. Tuttavia, arriva tardi e, soprattutto, si muove in un contesto frammentato. Mercati dei capitali non integrati, normative nazionali divergenti, burocrazia cumulativa. Il risultato è che le startup europee, anche quando brillanti, vengono acquisite prima di poter diventare minacce reali. Una sorta di drenaggio sistemico di innovazione, finanziato indirettamente dagli stessi errori regolatori europei.

La svolta, se così si può chiamare, arriva con il Digital Services Act e il Digital Markets Act. Due strumenti che cercano di correggere vent’anni di inerzia con un colpo solo. Il passaggio da responsabilità sui contenuti a responsabilità sistemica è concettualmente rivoluzionario. Non importa solo cosa viene pubblicato, ma come la piattaforma è progettata. Algoritmi, interfacce, incentivi. Tutto entra nel perimetro della regolazione.

La reazione americana, prevedibilmente, è stata feroce. Accuse di protezionismo, minacce commerciali, retorica sulla censura. Nulla di nuovo sotto il sole della geopolitica economica. Quando il diritto diventa strumento di competizione, la diplomazia si trasforma in lobbying su scala globale. Bernabè lo dice senza giri di parole: il conflitto digitale transatlantico non è giuridico, è industriale.

Nel frattempo, il mondo è cambiato. Non siamo più in un duopolio USA-Europa. La Cina è entrata nel gioco con una strategia radicalmente diversa. Non si limita a competere; ridefinisce le regole. Open source selettivo, prezzi aggressivi, integrazione verticale. Modelli come DeepSeek o Qwen non sono solo prodotti tecnologici, ma strumenti di politica industriale. Offrire AI a costi drasticamente inferiori significa abbassare le barriere di ingresso e creare dipendenze alternative.

L’Europa si trova così in una posizione quasi schizofrenica. Ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti rischia di aumentare quella dalla Cina. Restare fermi significa accettare lo status quo. Il famoso “dilemma europeo” non è mai stato così concreto. Il rapporto Draghi del 2024, citato da Bernabè, lo sintetizza con brutalità: il problema non è il talento, è la scala. Senza capitale, infrastruttura e coordinamento, l’innovazione resta un esercizio accademico.

La proposta di aprire i supercomputer pubblici a modelli federati pubblico-privati è, in questo contesto, una delle poche idee realmente operative. Democratizzare l’accesso al calcolo significa dare alle PMI e alle startup una possibilità concreta di competere. Non basta regolamentare; bisogna costruire capacità. Una lezione che la Silicon Valley ha imparato negli anni Ottanta e che l’Europa continua a rimandare.

L’intelligenza artificiale amplifica tutte queste dinamiche. A differenza di internet, non è solo un’infrastruttura di comunicazione; è un fattore diretto di produttività. Industria, sanità, energia, finanza. Chi controlla l’AI controlla la catena del valore. Bernabè è netto: se l’Europa non sviluppa un proprio modello, rischia di perdere il vantaggio competitivo residuo nei settori dove ancora eccelle.

La tentazione di competere frontalmente sui modelli fondazionali è forte, ma probabilmente illusoria. Gli Stati Uniti e la Cina hanno un vantaggio strutturale difficile da colmare. La vera opportunità europea sta nelle applicazioni verticali, dove i dati industriali, il know-how e la regolazione possono diventare asset. Non è una strategia romantica; è una strategia realista.

La storia dei quarant’anni di internet in Italia, celebrata a Pisa, diventa così una lente per leggere il futuro. Non è una celebrazione, ma un monito. Le infrastrutture tecnologiche non sono neutrali; sono strumenti di potere. Chi le controlla definisce le regole del gioco. L’Europa, per troppo tempo, ha giocato con le regole degli altri.

Una frase, tra le molte pronunciate, resta sospesa nell’aria come un promemoria per chiunque si occupi di innovazione: il vantaggio competitivo non nasce dalla tecnologia, ma dall’ecosistema che la sostiene. È una verità scomoda, perché implica responsabilità politiche e industriali che non possono essere delegate a qualche startup o a un programma di finanziamento.

Il resto è rumore e per dirla con un’ironia che Bernabè non ha esplicitato ma che aleggiava tra le righe, è marketing travestito da strategia. In un’epoca in cui ogni azienda dichiara di essere “AI-driven”, la vera domanda non è chi usa l’intelligenza artificiale, ma chi controlla le condizioni in cui essa viene sviluppata e distribuita.

Quarant’anni dopo il primo collegamento italiano alla rete, la sensazione è che il Paese, e con esso l’Europa, si trovi ancora davanti allo stesso bivio. Solo che questa volta la posta in gioco è infinitamente più alta.