I 22 punti del Manifesto di Karp, le pietre Palantíri, lo skyline del potere e l’egemonia mistica della Silicon Valley

Essi non si servono del pensiero che per giustificare le proprie ingiustizie, e non usano le parole che per nascondere i propri pensieri.

—Voltaire (Dialogues et entretiens philosophique, 1763 ca.)

C’è un numero che ritorna. Lo trovi nell’Apocalisse di Giovanni, nel genoma umano, nell’architettura invisibile di Internet e ora, con quella precisione che non può essere casuale, al centro di un manifesto aziendale che pretende di ridisegnare l’Occidente. Quel numero è il 22. E la frase di Voltaire è l’unica bussola con cui si può attraversare questo territorio senza perdersi. Perché il pensiero che si nasconde sotto le parole del Manifesto di Karp è più eloquente delle parole stesse. E il numero scelto per strutturarlo è già, di per sé, una dichiarazione.

Quando Alex Karp, cofondatore e CEO di Palantir Technologies, ha pubblicato i 22 punti che sintetizzano il suo libro «The Technological Republic», scritto con Nicholas Zamiska, la stampa internazionale li ha letti come un documento geopolitico. E geopolitico lo è, certamente. Ma c’è una seconda lingua in cui questo testo è scritto, una lingua che non si apprende nei corsi di informatica né nelle facoltà di economia. Karp questa lingua la conosce: si è laureato prima in legge a Stanford – dove ha incontrato Peter Thiel – ma ha poi conseguito un dottorato in teoria sociale alla Goethe Universität di Francoforte sotto la guida di Jürgen Habermas, il filosofo che ha costruito la sua intera opera sul concetto di ragione comunicativa, di spazio pubblico democratico, di dialogo come fondamento della legittimità politica. Karp ha studiato a fondo i limiti del potere. Poi ha costruito, con Thiel e con il supporto iniziale di In-Q-Tel – il fondo di venture capital gestito direttamente dalla CIA – uno degli strumenti di potere più penetranti che esistano. Non è ipocrisia: è quel tipo di contraddizione lucidissima che caratterizza i grandi architetti di sistemi. Lo stesso paradosso che attraversa ogni uomo che ha fissato l’abisso abbastanza a lungo da capire come funziona, e ha poi deciso di abitarlo.

Il nome scelto per l’azienda è già tutto un programma, e non è letteratura fantasy scelta a caso da appassionati di Tolkien. Le Palantíri sono le pietre veggenti della Terra di Mezzo – sfere di cristallo oscuro capaci di mostrare eventi lontani, di permettere la visione attraverso distanze inimmaginabili. Ma Tolkien, che era filologo e mitologo prima ancora che narratore, non le aveva pensate come strumenti neutrali. Nella Terza Era le Palantíri diventano oggetti di potere straordinario e di pericolo straordinario: Sauron se ne impadronisce e le usa per corrompere re e stregoni, mostrando loro visioni accuratamente selezionate – non menzogne, ma verità parziali, realtà ritagliate per piegare la volontà di chi guarda. Saruman le usa credendo di dominare la situazione: è invece dominato. Denethor le usa e perde il senno. La pietra veggente non mente. Mostra il vero. Ma mostra solo il vero che ha scelto di mostrare. Chi sceglie questo nome per un’azienda che analizza dati di intelligence per governi e forze armate non sta giocando con la letteratura: sta dichiarando la propria natura in un linguaggio che solo chi sa leggere tra le righe può decifrare.

Il potere tende a corrompere; il potere assoluto corrompe in modo assoluto. I grandi uomini sono quasi sempre uomini cattivi.

— Lord Acton, lettera al vescovo Mandell Creighton, 3 aprile 1887

Lord Acton scrisse questa frase non come aforisma da calendario, ma come conclusione storica e filosofica dopo decenni di studio del potere papale e dei sovrani assoluti. La citava a proposito di chi pretende di agire per il bene dell’umanità con strumenti di controllo totale. Applicarla a Palantir non è un atto d’accusa: è un esercizio di onestà intellettuale. L’azienda, dopo anni di perdite, ha raggiunto nel 2023 la svolta finanziaria: capitalizzazioni che oggi si aggirano intorno ai 350 miliardi di dollari, titoli tra i più volatili e performanti di Wall Street. Ma il dato finanziario è secondario rispetto a ciò che Palantir è diventata: non una software house evoluta, ma un’entità geopolitica privata che fornisce infrastrutture cognitive ai governi, che elabora le informazioni su cui si basano le decisioni militari e di sicurezza dell’Occidente, che ha accesso a dataset che nessun governo democratico potrebbe aggregare direttamente senza violare le proprie Costituzioni. E le sue piattaforme portano nomi che meritano attenzione: Gotham è la città che ha bisogno di un giustiziere privato perché le istituzioni non bastano più. Foundry è la fucina dove la materia informe riceve la forma che qualcuno ha deciso per lei. Apollo è il dio della profezia – ma è anche, e questa è la parte raramente ricordata, il dio che attraverso l’oracolo di Delfi orientava le decisioni dei re senza mai mostrarsi direttamente. Il potere che parla in forma di rivelazione ciò che è invece strategia scelta.

Ma torniamo al numero 22, perché è lì che si annida la chiave di lettura più profonda. Nella Kabbalah, il Sefer Yetzirah – il Libro della Formazione, uno dei testi più antichi della tradizione mistica ebraica – insegna che la Creazione è avvenuta attraverso le ventidue lettere fondamentali dell’alfabeto ebraico: lettere che sono anche numeri, numeri che sono anche nomi, nomi che sono anche principi cosmologici. Ogni lettera è un mattone dell’universo, e la loro combinazione genera tutta la realtà manifesta. Il 22 è il numero del ciclo completo, dell’alfabeto che contiene in sé ogni possibilità di significato.  Gli esoteristi del Rinascimento europeo – da Pico della Mirandola che ne scrisse nel De Arte Cabalistica fino ai Rosacroce del Seicento – tradussero questo principio nelle ventidué lame degli Arcani Maggiori dei Tarocchi: dal Matto al Mondo, dall’innocenza originaria alla consapevolezza compiuta, un percorso che Jung avrebbe poi riletto come mappa dell’inconscio collettivo e Jodorowsky come grammatica del cammino evolutivo dell’anima. In entrambe le tradizioni il 22 non è un numero arbitrario: è il numero del sistema chiuso che contiene tutto. Mentre nella numerologia sacra è il dualismo che si guarda allo specchio.

Il salto verso la contemporaneità non è metaforico: è documentato. Nel 1999 il cromosoma 22 diventa il primo cromosoma umano ad essere completamente sequenziato. Non il più grande – è il secondo più piccolo tra gli autosomi – ma il primo a essere letto integralmente, dall’inizio alla fine, svelando la propria scrittura biologica completa. Tra i geni che porta, ci sono sequenze legate a funzioni cerebrali superiori, alla percezione della realtà, all’architettura neurologica del pensiero. Il codice del corpo umano si apre da quella porta. E nell’infrastruttura digitale globale, la IANA – l’Internet Assigned Numbers Authority, l’ente che regola l’architettura delle comunicazioni mondiali – ha assegnato la porta 22 TCP e UDP al protocollo SSH: la chiave crittografata con cui si accede e si amministra a distanza ogni sistema informatico del mondo. Non una porta qualsiasi: la porta del controllo remoto, dell’accesso privilegiato, dell’amministrazione invisibile. Corpo e rete, genoma e protocollo: il 22 sigilla entrambi. Se qualcuno stesse progettando – con pazienza strategica e visione di lungo periodo – un sistema che abbracciasse tanto la dimensione biologica quanto quella digitale dell’essere umano, il 22 sarebbe il sigillo perfetto da apporre su entrambe le porte d’ingresso.

E poi c’è Giovanni. L’Apocalisse – dal greco ποκάλυψις, rivelazione, caduta del velo – si articola in esattamente 22 capitoli. Non è un trattato di terrore, ma una grammatica simbolica del tempo finale, scritta in un linguaggio crittografato che i Padri della Chiesa leggevano già a più livelli. I capitoli centrali descrivono la Bestia e il suo falso profeta: un’entità che non nega la realtà ma la imita, che non produce oscurità ma un fuoco artificiale che sembra celeste, che opera perché nessuno possa comprare o vendere senza portare un suo segno. È la figura del contraffatto perfetto, indistinguibile dall’autentico a occhio nudo. E Thiel – il cofondatore di Palantir, il primo finanziatore privato dell’azienda, colui che ha portato i primissimi contratti governativi sfruttando la sua rete a Washington – ha scelto esattamente questo registro per il suo convegno romano a porte chiuse lo scorso marzo: Apocalisse, Anticristo, intelligenza artificiale, davanti ad un pubblico selezionato tra il mondo accademico, tecnologico e religioso. Non sono parole usate a caso da un eccentrico miliardario che ama le metafore forti. Sono termini che in bocca ad un uomo con questa formazione e questo potere indicano una cornice interpretativa precisa, un sistema di coordinate in cui certi interlocutori sanno muoversi e altri no.

Ma improvvisamente in questi giorni un ricordo riaffiora. Ho visitato Brisighella qualche tempo fa, e capisco perché quel borgo romagnolo possa tornare come metafora inevitabile quando si parla di potere e di equilibrio. Tre pinnacoli rocciosi, tre torri, tre principi fondativi del mondo civile scolpiti nella pietra da secoli: la Torre Manfrediana che esprime il potere militare a difesa della Valle del Lamone, la Torre dell’Orologio che scandisce e controlla il tempo civile e sociale, il Santuario del Monticino custode del potere spirituale. Ognuna domina la propria collina, ognuna guarda le altre due, ognuna si completa con le altre due. Quello skyline è un’architettura del limite: nessun potere può dirsi assoluto finché gli altri due esistono e resistono. Aristotele, nella Politica, aveva definito la città – la polis – come la comunità che tende al bene comune, sottolineando che il governo giusto è quello che governa nell’interesse di tutti e non di chi detiene il potere. Montesquieu, duemila anni dopo, tradusse questo principio nella separazione dei poteri: «Quando il potere legislativo ed il potere esecutivo sono riuniti nella stessa persona, non vi è libertà» – e aggiunse che senza il terzo potere, quello giudiziario, indipendente dagli altri due, la libertà non esiste nemmeno nella sua forma più elementare.

Ora: il Manifesto di Karp non nomina mai Aristotele. Non cita Montesquieu. Non richiama Solone di Atene, che seicento anni prima di Cristo aveva scritto nella pietra il principio che la libertà personale non si vende e non si ipoteca – la stessa Seisachtheia, la «scuotitura dei pesi» che cancellò la schiavitù per debiti e restituì terra e dignità a chi le aveva perdute. Non richiama Licurgo di Sparta, che aveva costruito una Costituzione in cui nessun potere fosse assoluto, né quello dei re né quello del consiglio degli anziani né quello dell’assemblea popolare. Un testo di 22 punti che tratta di democrazia, difesa, governo e narrazione presidenziale non omette per svista i fondatori della democrazia occidentale. Quella è una scelta. E le scelte di omissione, come direbbe qualunque esegeta serio, rivelano più delle affermazioni esplicite.

Ma è a Brisighella che ho trovato anche qualcosa di meno fotografato e meno citato delle tre torri: la Via degli Asini. Un camminamento sopraelevato e coperto da un porticato antichissimo, che percorre il crinale del borgo. Nacque come presidio difensivo e militare – un corridoio di controllo sul territorio – che fu poi lentamente inglobato nella vita quotidiana degli abitanti e trasformato in spazio di passaggio e di lavoro, fin quando nessuno ne ricordò più la funzione originaria. Si è anche dissestato nel tempo, come accade alle strutture che hanno perso la memoria di sé stesse. La tradizione assegnava agli asini – animali dalla resistenza leggendaria, capaci di portare carichi sproporzionati senza protestare – il ruolo di strumenti indispensabili a chi necessita di far muovere qualcosa di pesante senza fare troppo rumore. Purtroppo la storia ci ricorda che ha sempre avuto i suoi asini: uomini e strutture utilissimi a chi li guida, convinti di percorrere liberamente la propria strada, ignari di essere parte di un camminamento tracciato da altri e verso una destinazione che nessuno ha loro spiegato. Oggi quella via si chiama infrastruttura digitale, algoritmo di governance, piattaforma di sorveglianza. Offre lo stesso confortante porticato a chi vi transita. E chi si ferma a chiedersi dove porta, chi l’ha costruita e perché, viene guardato con la stessa benevola perplessità che si riserva a chi rallenta in un corridoio che tutti gli altri percorrono di corsa.

Thiel è il personaggio che attraversa tutto questo come una presenza costante ma laterale, mai citata nel Manifesto ma ovunque in esso. La sua filosofia, esposta in «Zero to One», ruota intorno ad un assioma che rovescia l’economia classica: la competizione è per i perdenti, il monopolio è l’unica forma autentica di creazione di valore. Un’azienda perfettamente competitiva non guadagna nulla, perché il mercato la livella. L’azienda monopolista – quella che possiede qualcosa che nessun altro possiede – è l’unica che può permettersi di avere una visione. Applicata alla logica delle Palantíri, questa filosofia diventa cristallina: non si tratta di avere le pietre veggenti più precise tra tante pietre veggenti concorrenti. Si tratta di essere i soli a possederle. Di essere l’unico punto attraverso cui i governi dell’Occidente vedono il mondo. Di essere la porta 22 attraverso cui passa ogni accesso.

Quando il potere legislativo e il potere esecutivo sono riuniti nella stessa persona o nello stesso corpo di magistrati, non vi è libertà.

— Montesquieu, Lo spirito delle leggi, Libro XI, capitolo 6 (1748)

È esattamente questa architettura che il Manifesto di Karp mette in discussione senza dirlo esplicitamente, nella parte in cui richiama una narrativa presidenziale in cui il capo dell’esecutivo impersona i tre poteri fondamentali. La triade di Brisighella non come equilibrio tra tre colline separate, ma come fusione in un’unica cima. Montesquieu aveva capito che questa fusione non produce potere più forte: produce potere incontrollabile. E un potere incontrollabile – come Aristotele aveva osservato descrivendo le patologie delle forme di governo – tende inevitabilmente a confondere il bene di chi governa con il bene comune, a presentare come interesse collettivo ciò che è interesse particolare, a rendere strutturale ciò che dovrebbe essere temporaneo. L’intelligenza artificiale nelle mani di chi non risponde a nessuna Costituzione accelera questo processo in modo esponenziale: non perché la macchina sia malvagia, ma perché la macchina non si pone la domanda.

Allora la verità sottesa – quella che emerge quando si connettono tutti questi punti con la stessa onestà intellettuale che Voltaire applicava ai suoi bersagli – non è una teoria del complotto. È la descrizione di un sistema coerente. Il 22 come numero dell’alfabeto sacro in cui la Kabbalah inscrive la genesi del cosmo. Il 22 come numero degli Arcani Maggiori che mappano il cammino dell’anima. Il 22 come numero dei capitoli del libro profetico del disvelamento finale. Il 22 come numero del primo cromosoma umano letto integralmente. Il 22 come numero della porta informatica attraverso cui si governa ogni sistema a distanza. E il 22 come numero scelto da un filosofo tedesco-americano, formato sotto Habermas alla critica del potere strumentale, per un manifesto che parla di guerra e di religione, scritto insieme ad un’azienda nata con i fondi della CIA e guidata spiritualmente da un uomo che tiene conferenze a porte chiuse sull’Anticristo. La coincidenza si interrompe al terzo punto. Dal settimo in poi è architettura.

Chi ha frequentato le tradizioni del pensiero iniziatico – dalla Kabbalah alla Teosofia di Blavatsky, dagli ordini rosacrociani all’ermetismo rinascimentale – riconosce in questo uso del numero una pratica antica: il numero come firma, come dichiarazione di appartenenza verso chi sa leggere, come elemento di identità codificata che il profano legge come dato tecnico e l’iniziato legge come riconoscimento. Non è necessario condividere questa tradizione per riconoscere che chi la conosce – e Karp, con il suo dottorato di teoria sociale e la sua formazione filosofica, non può non conoscerla – la usa come sistema di segnalazione verso interlocutori che condividono lo stesso sistema di riferimento. È la differenza che Aristotele tracciava tra la comunicazione essoterica, destinata al pubblico, e quella esoterica, riservata a chi sa come ricevere i concetti più profondi. Il Manifesto parla entrambe le lingue contemporaneamente. E quella che appare meno in superficie è la più significativa.

Le fondamenta del mondo civile non sono state scritte dalla Silicon Valley. Solone le scrisse quando dichiarò inalienabile la libertà della persona. Licurgo le incise nella pietra quando costruì un sistema costituzionale in cui nessun potere fosse assoluto. Aristotele le articolò quando disse che la politica è arte del bene comune e non del bene di chi governa. Cicerone le riassunse nella formula che ancora campeggia sui frontoni dei parlamenti: salus populi suprema lex esto – la salvezza del popolo è la legge suprema. Non la salvezza dell’investitore. Non la salvezza dell’algoritmo. Non la salvezza di chi possiede le pietre veggenti. Queste fondamenta non possono essere esternalizzate a un’entità privata quotata a Wall Street che risponde ai propri azionisti. Non possono essere codificate in un sistema che risponde ad un consiglio di amministrazione. Non possono essere affidate a pietre veggenti che decidono autonomamente quale fetta di verità mostrare a chi è chiamato a governare.

La Via degli Asini di Brisighella si è dissestata nel tempo. Ma le tre torri sono ancora lì, sul crinale di quella collina romagnola, a ricordare con la pazienza della pietra, che da grezza è diventata levigata,  ciò che abbiamo smesso di ricordare con la mente: che la difesa, la legge e lo spirito devono rimanere separati per potersi bilanciare, e che quando si fondono in una sola mano – od in una sola piattaforma, od in un solo manifesto da 22 punti – non si ha potere più forte. Si ha semplicemente meno libertà. Le Palantíri non mentono. Mostrano il vero. Ma mostrano solo il vero che hanno scelto di mostrare. E questa differenza – tra la verità intera e la verità selezionata – è la distanza esatta tra la democrazia e la sua simulazione perfetta. Voltaire aveva ragione: la parola è stata data all’uomo per nascondere il pensiero. Il pensiero nascosto in questo Manifesto è ormai visibile, per chi ha occhi disposti a guardare senza il conforto di ciò che si vorrebbe vedere.