1° maggio, festa del lavoro. Occasione perfetta per fare una cosa che in Italia riesce sempre benissimo: discutere di lavoro come se fosse già scomparso. L’intelligenza artificiale, nel frattempo, osserva in silenzio e continua a fare il suo mestiere, che non è quello di sostituire gli esseri umani ma, molto più banalmente e molto più scomodamente, quello di costringerli a ripensarsi.
Secondo Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, la parola chiave, se si vuole capire davvero cosa sta accadendo, non è “sostituzione”, ma “redistribuzione”. E già qui si capisce perché il dibattito si inceppa: la prima parola fa paura ma è semplice, la seconda è più precisa ma implica responsabilità.
I numeri aiutano a rimettere i piedi per terra. Secondo le rilevazioni della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, gli italiani non sono affatto tecnofobici: la grande maggioranza vede nella tecnologia un’opportunità e ne riconosce il contributo alla crescita economica. Eppure, gli stessi italiani temono che quella stessa tecnologia possa danneggiare il loro lavoro. A prima vista sembrerebbe un ragionamento incoerente. Non lo è, è qualcosa di più interessante, ovvero la distanza tra la visione astratta e quella personale. In teoria siamo tutti favorevoli al progresso. In pratica, lo siamo finché non entra nel nostro ufficio.
Questa frizione tra sistema e individuo, sostiene Epifani in una riflessione pubblicata su Il Sole 24 ORE, è il vero termometro del momento. Non è una questione tecnica, è una questione politica e culturale. Perché continuare a raccontare l’intelligenza artificiale come un destino inevitabile, positivo o negativo che sia, è un modo elegante per evitare la domanda più importante: cosa vogliamo farne?
Su questo punto Epifani invita ad uscire dalla retorica e a guardare i dati globali, per rendersi conto come il quadro cambi rapidamente. Le stime indicano che una quota relativamente ridotta di lavori è davvero a rischio di sostituzione completa. Una quota più ampia, invece, sarà trasformata. Meno apocalisse quindi, più ristrutturazione. L’intelligenza artificiale, almeno per ora, tende ad amplificare le competenze esistenti più che eliminarle. Il problema, semmai, è capire chi beneficia di questa amplificazione e chi resta indietro.
Ed è qui che la “redistribuzione” mostra il suo lato meno rassicurante. Il lavoro non sparisce, avverte Epifani, si sposta. E si sposta lungo direttrici che il dibattito pubblico fatica a considerare.
La prima riguarda la demografia del lavoro. I più esposti non sono necessariamente i lavoratori esperti, ma quelli all’inizio del percorso. Le mansioni junior, spesso ripetitive e standardizzabili, sono le prime a essere assorbite dagli strumenti di intelligenza artificiale generativa. Il risultato è un paradosso poco discusso: se si riducono le opportunità di ingresso, si rischia di compromettere l’intero ciclo di formazione delle competenze. Perché nessuno diventa esperto senza essere stato, prima, principiante.
La seconda direttrice è geografica. Il lavoro qualificato legato all’intelligenza artificiale sta crescendo con maggiore velocità fuori dall’Europa, in particolare in Asia. Non è solo una questione di numeri, è un riequilibrio strutturale. La competizione non è tra uomo e macchina, ma tra sistemi economici che cercano di attrarre, formare e trattenere talenti. Se un continente rallenta, qualcun altro accelera. E il lavoro, molto semplicemente, segue chi corre più veloce.
Da questo punto di vista quindi diventa difficile continuare a raccontarsi che il problema sia “l’intelligenza artificiale che ruba posti di lavoro”. Il problema, semmai, è cosa facciamo noi mentre il lavoro cambia posizione.
Le risposte possibili non sono misteriose, ma richiedono coerenza. La formazione non può essere un’iniziativa occasionale o un bonus temporaneo: deve diventare un’infrastruttura permanente, capace di insegnare non solo a usare gli strumenti ma a comprenderli. La flessibilità del mercato del lavoro deve andare di pari passo con sistemi di protezione adeguati, perché innovazione senza sicurezza genera resistenza, non progresso. E soprattutto, il lavoro deve tornare a essere progettato attorno alle persone, valorizzando ciò che non è facilmente automatizzabile: pensiero critico, creatività, capacità relazionale, senso etico.
A questo punto della riflessione il discorso si allarga inevitabilmente. Il lavoro non è solo produzione, non lo è mai stato. È identità, relazione, partecipazione. È uno dei modi attraverso cui gli individui trovano il proprio posto nel mondo.
L’intelligenza artificiale è molto efficace nel gestire le attività ripetitive e necessarie, quelle legate alla sopravvivenza del sistema. Ma non è in grado di sostituire ciò che rende il lavoro umano qualcosa di più di una funzione. Il rischio reale, avverte allora Epifani, non è quello di un futuro senza lavoro. È, piuttosto, quello di un presente in cui, distratti dalla paura, smettiamo di interrogarci sul suo significato.
In fondo il 1° maggio serve anche a questo, conclude Epifani. Non a difendere un’idea statica di lavoro che non esiste più, ma a scegliere quale lavoro vogliamo costruire. Perché la tecnologia redistribuisce le opportunità, ma siamo noi a decidere se subirne gli effetti o governarli. E, per quanto possa sembrare una notizia deludente per chi cerca un colpevole semplice, questa è una responsabilità che nessun algoritmo potrà mai portarci via.