Il dibattito sull’intelligenza artificiale tende a oscillare tra due estremi: l’ingenuità quasi infantile di chi crede che i modelli siano oracoli neutri e l’isteria complottista di chi immagina pulsanti segreti capaci di riscrivere la realtà. La verità, come spesso accade, è più cinica e meno spettacolare. Il caso recente che coinvolge Brad Parscale, già architetto digitale delle campagne di Donald Trump, e il governo israeliano, raccontato da Axios, offre una finestra rara su ciò che sta realmente accadendo: non la manipolazione diretta dei modelli AI, ma l’ingegnerizzazione sistematica dell’ambiente informativo da cui questi modelli apprendono e da cui estraggono risposte.
Il dato più interessante, paradossalmente, non è tecnologico ma economico. Israele ha pagato circa nove milioni di dollari per queste attività, rinnovando il contratto con Parscale. Una cifra che, nel contesto di contratti AI miliardari, appare quasi ridicola. Eppure, proprio questa asimmetria è il cuore della questione. Mentre governi e big tech investono miliardi per costruire modelli, altri attori investono milioni per influenzarli indirettamente. È un arbitraggio informativo che ricorda più il trading ad alta frequenza che la geopolitica tradizionale.
Secondo quanto riportato da Axios, Israele ha lanciato una campagna multimilionaria per “rimodellare” il modo in cui piattaforme come ChatGPT, Claude e Gemini rappresentano il paese. La premessa è brutale nella sua semplicità: queste piattaforme stanno diventando intermediari cognitivi globali, filtri attraverso cui miliardi di persone comprendono il mondo. Se controlli il filtro, non hai bisogno di controllare il messaggio originale.
Il problema, come sottolineano gli stessi protagonisti, è che non si può “convincere” direttamente un modello AI. I modelli non sono persuadibili, non leggono email, non rispondono a campagne pubblicitarie. Sono sistemi statistici che riflettono pattern nei dati. Ed è qui che entra in gioco la strategia di Parscale, che potremmo definire con un certo gusto per la provocazione come SEO geopolitico.
Il meccanismo operativo descritto è affascinante nella sua freddezza ingegneristica. Attraverso società come Market Brew, l’ecosistema di Parscale ha creato contenuti progettati esplicitamente per essere “digeriti” dai modelli AI. Non contenuti qualsiasi, ma contenuti strutturati, verificabili, scritti in tono fattuale e organizzati in modo tale da massimizzare la probabilità di essere recuperati dai sistemi di retrieval. Nove siti web, tra cui paxpoint.org e factsignal.org, costruiti non per lettori umani, ma per macchine che leggono per conto degli umani.Il dettaglio più interessante, quasi ironico, è l’uso di una piattaforma AI simulata per testare quali contenuti sarebbero stati catturati dai modelli reali. Una sorta di gemello digitale dei sistemi di generazione linguistica, utilizzato per ottimizzare la produzione di contenuti. Non si tratta più di scrivere articoli; si tratta di progettare dati. È un passaggio concettuale che segna la fine del content marketing tradizionale e l’inizio di qualcosa di più vicino all’ingegneria dei segnali.
Una frase attribuita al fondatore di Market Brew, Scott Stouffer, sintetizza perfettamente il paradigma: non si tratta di cambiare la conversazione, ma di assicurarsi che i propri contenuti siano idonei a farne parte. In altre parole, non devi dominare il modello; devi diventare parte del suo universo probabilistico. È una strategia che ricorda le logiche di indicizzazione di Google, ma con un livello di complessità e di impatto sistemico infinitamente superiore.Israele, in questo contesto, agisce con una coerenza strategica che può risultare scomoda da ammettere. In un ambiente dove il consenso internazionale è sempre più mediato da piattaforme digitali e ora da modelli AI, investire nella modellazione della narrativa non è propaganda, è politica industriale dell’informazione. Il fatto che questa strategia emerga mentre il paese registra un aumento significativo di opinioni negative negli Stati Uniti, con il 60% degli americani che esprime una visione sfavorevole secondo un recente sondaggio Pew, aggiunge un ulteriore livello di urgenza.
Il ruolo di Benjamin Netanyahu è esplicito in questo senso. La priorità attribuita alle campagne social aggressive non è un capriccio comunicativo, ma una componente integrata della strategia nazionale. La differenza rispetto al passato è che oggi il campo di battaglia include anche gli algoritmi che sintetizzano la realtà per miliardi di utenti.Parscale, con il suo background nella manipolazione avanzata delle piattaforme social durante le campagne di Donald Trump, rappresenta una scelta quasi ovvia. Non è un esperto di AI nel senso accademico del termine, ma è un esperto di sistemi complessi di distribuzione dell’informazione. E in un mondo dove l’AI è essenzialmente un sistema di compressione e ricombinazione dell’informazione, questa competenza è sorprendentemente trasferibile.
Il tono cinico emerge quasi spontaneamente quando si osserva la reazione dell’ecosistema tecnologico. Le stesse piattaforme che promuovono l’idea di AI come fonte affidabile e imparziale si trovano ora esposte a strategie che mirano a influenzare i dati su cui si basano. È una vulnerabilità strutturale, non un bug. E come ogni vulnerabilità strutturale, verrà sfruttata.
Una curiosità storica aiuta a mettere le cose in prospettiva. Nel XIX secolo, le grandi potenze investivano in cavi telegrafici sottomarini per controllare i flussi di informazione globale. Chi controllava i cavi controllava il tempo e il contenuto delle comunicazioni. Oggi, i cavi sono stati sostituiti da modelli AI, e il controllo non passa più attraverso l’infrastruttura fisica, ma attraverso l’ecosistema informativo. È una continuità sorprendente, mascherata da discontinuità tecnologica.
Il paradosso finale è quasi elegante nella sua semplicità. Mentre il mondo discute di regolamentazione dei modelli, bias algoritmici e sicurezza dell’AI, le dinamiche più rilevanti si stanno spostando altrove, in un territorio meno visibile e meno regolato. Non dentro il modello, ma intorno ad esso. Non nel codice, ma nei dati. Non nei miliardi, ma nei milioni spesi con precisione chirurgica.
Una frase, destinata probabilmente a diventare un cliché nei prossimi anni, merita di essere isolata: non si manipola l’AI, si manipola ciò che l’AI legge. Parscale e Israele sembrano averlo capito con un anticipo che altri stanno ancora cercando di recuperare.
Il futuro, come spesso accade, non sarà deciso da chi costruisce i modelli più grandi, ma da chi comprende meglio le loro dipendenze. In questo senso, la vicenda raccontata da Axios non è solo una notizia, ma un segnale. Un’indicazione di dove si sta spostando il potere. Non più nei server, ma nei flussi di informazione che li alimentano. Non più nelle architetture, ma nei contesti e soprattutto, non più nei miliardi, ma nella capacità di trasformare pochi milioni in leva sistemica.