La sovranità digitale è una di quelle espressioni che tutti usano e pochi definiscono davvero. Suona bene nei convegni, fa la sua figura nei documenti strategici e permette a molti di annuire con aria grave. Roberto Baldoni, Senior Advisor for Technology and Cybersecurity Policy presso l’Ambasciata d’Italia negli Stati Uniti, prova invece a rimettere il concetto con i piedi per terra. E la prima notizia è che non significa chiudersi in casa a costruire da soli ogni chip, ogni server e ogni software come se fossimo nel Novecento con il modem analogico.

Secondo Baldoni, la vera sovranità digitale nel 2026 non coincide con l’autarchia tecnologica. Quella stagione è finita da tempo, ammesso che sia mai davvero esistita. Il mondo contemporaneo vive dentro catene globali di approvvigionamento dove energia, materiali critici, semiconduttori, data center, cloud e modelli di intelligenza artificiale sono distribuiti tra continenti, interessi geopolitici e giganteschi investimenti privati. Pensare di controllare tutto da soli non è strategia: è nostalgia industriale.

Il punto centrale del ragionamento di Baldoni è semplice e potente. In un sistema globale interdipendente, l’autonomia strategica si conquista non eliminando ogni dipendenza, ma creando dipendenze reciproche favorevoli.

Il ragionamento è sottile: se l’Europa vuole contare davvero, deve diventare necessaria agli altri. Deve collocare nelle filiere mondiali aziende, tecnologie e competenze talmente importanti da risultare difficili da sostituire. Solo così si costruisce leva geopolitica.

L’esempio più chiaro è quello di ASML, il colosso olandese che produce macchine indispensabili per la manifattura avanzata dei semiconduttori. Non controlla tutto il settore tech mondiale, ma presidia un nodo essenziale. E oggi, spesso, il potere si trova proprio lì: nei passaggi obbligati della catena del valore.

Per l’Europa il modello non dovrebbe essere inseguire soltanto una improbabile “Google europea” costruita a tavolino, ma moltiplicare le proprie ASML nei settori chiave del futuro.

Baldoni mette poi il dito su una questione che a Bruxelles conoscono bene, anche se preferiscono chiamarla in modi più eleganti: il tempo.

Stati Uniti e Cina si muovono con velocità molto superiori a quella europea. Gli americani spingono grazie a capitali privati enormi, mercato integrato e capacità di scalare rapidamente innovazioni promettenti. La Cina accelera con un modello di integrazione verticale tra Stato, industria e ricerca che consente esecuzione rapida, coordinamento centralizzato e una certa allergia alle lunghe discussioni procedurali.

L’Europa, nel frattempo, spesso arriva sul luogo dell’innovazione con un eccellente regolamento sotto braccio, quando il prodotto non è ancora nato o è già stato superato. Ed è qui che Baldoni lancia una delle sue formule più efficaci:

  • non si può regolare ciò che non si conosce;
  • non si può regolare ciò che non si produce.

L’AI Act, secondo il ragionamento di Baldoni, ha corso il rischio di violarle entrambe. Regolare una tecnologia prima di averne il controllo industriale significa imporsi dei “dazi interni” che limitano la scala delle nostre aziende, lasciando il campo libero a chi sviluppa tecnologia altrove, con altri valori. Non si può governare l’intelligenza artificiale se si è solo consumatori passivi dei modelli altrui; la regolamentazione deve camminare di pari passo con la capacità di produzione.

Da questo punto di vista quindi l’approccio normativo europeo, pur mosso da intenzioni etiche, rischia di trasformarsi in un atto di autolesionismo geopolitico, anche perché la sovranità digitale non riguarda soltanto software e piattaforme. La partita si gioca lungo un’intera pila tecnologica.

Alla base c’è l’energia, diventata centrale con l’esplosione dell’intelligenza artificiale e dei grandi modelli computazionali. Poi arrivano i materiali critici, la cui lavorazione è oggi largamente dominata dalla Cina. Seguono semiconduttori, chip assembly, data center, reti di interconnessione, cloud e infine applicazioni AI.

Ogni livello rappresenta un punto di vulnerabilità o di forza. Ogni passaggio può generare dipendenza o vantaggio competitivo. In altre parole, il futuro digitale non si decide solo nei laboratori di machine learning, ma anche nelle miniere, nei porti, nelle fabbriche e nelle centrali elettriche.

Uno dei passaggi più interessanti del suo intervento in occasione del convegno sui 40 anni di internet in Italia, riguarda proprio il ruolo della manifattura avanzata. Baldoni sostiene che il grande incontro tra intelligenza artificiale e mondo fisico aprirà enormi opportunità proprio per Europa e Italia: robotica, automazione industriale, macchine utensili intelligenti, sensoristica, sistemi embedded, infrastrutture critiche e produzione ad alta precisione sono terreni dove il continente possiede competenze storiche.

Se il software da solo ha premiato soprattutto altri ecosistemi, la convergenza tra AI e industria reale potrebbe riequilibrare la partita. L’Italia, con la sua tradizione manifatturiera, ha molto più da dire di quanto spesso immagini.

La sfida a questo punto è quella di trasformare quel patrimonio in ecosistemi veloci, integrati e scalabili. Non basta avere ottimi distretti se poi innovare richiede più tempo di una glaciazione amministrativa.

Baldoni allarga poi il discorso oltre il classico schema Occidente contro Cina. Anche vincendo la competizione con i regimi autoritari, resterebbe aperta un’altra questione: il crescente potere dei grandi attori privati integrati verticalmente. Eh si, perché quando comunicazioni satellitari, cloud, AI, piattaforme social e infrastrutture strategiche si concentrano nelle mani di pochi gruppi, il rischio non è solo economico. Diventa politico.

Per questo, secondo Baldoni, le democrazie devono rafforzare alleanze industriali, cooperazione tecnologica e strumenti antitrust capaci di evitare nuove forme di concentrazione del potere. Il problema non è soltanto chi possiede la tecnologia, ma chi può usarla per orientare mercati, opinioni pubbliche e decisioni strategiche.

Il messaggio finale è netto. L’Europa dispone ancora di capitale umano, industria avanzata, ricerca scientifica e capacità normativa. Ma nessuno di questi asset basta da solo. Servono scala continentale, maggiore integrazione industriale, velocità decisionale e la volontà di investire dove possiamo diventare insostituibili. La sovranità digitale non sarà il frutto di muri alzati in fretta, ma di nodi strategici costruiti bene. Perché nel mondo interconnesso del 2026 vince chi sa collaborare, innovare e rendersi necessario.

Che, detta così, sembra semplice. Poi però bisogna spiegarlo a ventisette capitali diverse. E qui la faccenda si complica terribilmente.