Dal “Cor inquietum” di Agostino alle GPU: come il primo Papa americano sta ridefinendo il rapporto tra Chiesa, tecnologia e dignità umana.
Esattamente un anno fa, l’8 maggio 2025, dalla Loggia Centrale delle Benedizioni di San Pietro si affacciava per la prima volta Robert Francis Prevost, il primo pontefice statunitense della storia e il primo agostiniano a sedersi sulla cattedra di Pietro. La sua prima parola al mondo fu “pace”. La seconda cosa che il mondo imparò di lui fu che si chiamava Leone XIV. E fu in quel preciso momento che qualcuno, nei corridoi della Santa Sede ma anche nelle redazioni di mezzo mondo, cominciò a domandarsi: Leone come Leone XIII, il Papa della “Rerum Novarum”? Sì, esattamente. Il segnale era inequivocabile, e per chi si occupa di tecnologia e innovazione era un segnale molto, molto interessante.
Il nome come manifesto programmatico
Scegliere un nome pontificale non è mai un atto casuale. È una dichiarazione d’intenti compressa in una o due sillabe, un manifesto che i cardinali, i teologi e i giornalisti del settore tecnologico decodificano con la stessa attenzione con cui un analista finanziario legge un comunicato della Fed. Leone XIII, con la sua “Rerum Novarum” del 1891, aveva risposto alla Rivoluzione industriale dotando la Chiesa di uno strumento concettuale per affrontare la questione operaia, il capitalismo selvaggio e la trasformazione del lavoro. Leone XIV ha fatto capire fin dal primo giorno che il suo pontificato avrebbe affrontato una sfida analoga: non più le fabbriche manchesteriane, ma i data center, i modelli linguistici di grandi dimensioni e le piattaforme digitali che ridisegnano il tessuto sociale globale.
Non è poco. È, anzi, moltissimo.
Un agostiniano nel metaverso
Per capire l’approccio di Papa Leone XIV alla tecnologia, però, bisogna fare un passo indietro o, meglio, un passo di sedici secoli indietro, fino ad Agostino di Ippona (354-431), il dottore della Chiesa che ha plasmato il pensiero occidentale forse più di qualunque altro autore, Platone compreso. Gli agostiniani non sono semplicemente frati con un abito particolare: sono eredi di una tradizione intellettuale che pone al centro la ricerca interiore, il “cor inquietum” che non trova pace finché non riposa in Dio e, soprattutto, la tensione tra grazia e libertà umana, tra quello che l’uomo può fare da solo e ciò di cui ha bisogno per farlo bene.
Detto nel lessico del 2026 vuol dire che un pontefice formato nella tradizione agostiniana non guarderà all’intelligenza artificiale chiedendosi soltanto “cosa può fare?” ma “cosa significa per l’essere umano il fatto che una macchina possa farlo?”. È una domanda antropologica prima ancora che etica, ed è esattamente la domanda che Leone XIV ha posto con insistenza nel corso del suo primo anno di pontificato. Alla CEI ha ricordato che l’intelligenza artificiale e i social media possono trasformare “profondamente la nostra esperienza della vita” e ha invitato a non limitarsi a discuterne, ma ad esserne protagonisti. Frase che, in bocca a un Papa, vale quanto un keynote di apertura di una conferenza tecnologica internazionale, con la differenza che l’audience è di poco superiore al miliardo e trecento milioni di persone di fedeli.
“Influencer della pace” con un’enciclica molto attesa
Il primo anno di Leone XIV è stato dominato dalla parola “pace”, come si conviene a un Pontefice che ha scelto questo termine come primissima parola del suo ministero pubblico. Ma la pace, nella visione del Papa agostiniano, non è una condizione statica: è un processo, un cammino che richiede strumenti, discernimento e, oggi più che mai, la capacità di abitare lo spazio digitale senza esserne travolti. Non a caso, il Papa è stato descritto come un vero “influencer della pace” in tempi di social e l’espressione non è una boutade giornalistica: c’è dietro una riflessione seria sul modo in cui la comunicazione digitale può diventare veicolo di valori o, al contrario, amplificatore di conflitti.
Tutto questo si traduce, sul piano concreto del magistero, in quello che potrebbe essere l’evento editoriale vaticano più atteso degli ultimi anni: un’enciclica sull’intelligenza artificiale, attesa entro fine maggio 2026. Il documento si inserirebbe nella grande tradizione della dottrina sociale della Chiesa, tracciando un percorso che va dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII alle sfide poste dall’automazione cognitiva del XXI secolo. Il filo rosso è sempre lo stesso: la dignità del lavoro umano, la protezione dei più vulnerabili, la necessità che il progresso tecnico sia governato da criteri morali e non soltanto da logiche di mercato o di potere. Stavolta, però, al posto delle catene di montaggio ci sono i transformer, i large language model e le pipeline di addestramento sui dati.
La “Antiqua et nova” e la bussola antropologica
Prima dell’enciclica, il Vaticano ha già messo sul tavolo la Nota “Antiqua et nova”, un documento che offre, nelle parole dei vescovi italiani che lo hanno citato nel loro confronto con il Papa, “una bussola” per orientarsi nel dibattito sull’AI. La metafora è calzante: una bussola non dice dove andare, indica il Nord. E il Nord di Leone XIV, in materia di tecnologia, è identificabile con chiarezza: le macchine devono “conservare volto, voce e responsabilità umana”. Una formulazione che potrebbe sembrare poetica ma che, se applicata alle politiche di sviluppo dei sistemi di AI, ha implicazioni molto concrete su trasparenza algoritmica, diritto all’oblio, responsabilità dei produttori e protezione dei minori.
La domanda che il Papa ha posto e continua a porre, quella che chiede “cosa significa essere uomini e donne in un tempo in cui le macchine apprendono”, è una domanda agostiniana nel metodo e urgentissima nel contenuto. Agostino costruì la sua teologia interrogando la propria esperienza interiore con radicalità assoluta; Prevost applica lo stesso metodo alla realtà esterna, chiedendo alla comunità ecclesiale e per suo tramite alla società intera, di non limitarsi ad adattarsi alla tecnologia ma di interrogarla a partire da presupposti antropologici solidi.
Curia, sinodalità e agenda digitale
Sul fronte più strettamente istituzionale, il primo anno ha visto Leone XIV mettere mano anche alla curia romana, con cambi significativi come quello dell’elemosiniere pontificio, dove si è chiusa l’era Krajewski in favore dell’arcivescovo Luis Marín de San Martín, confratello agostiniano del Papa, e la nomina del nuovo Prefetto della Casa Pontificia, monsignor Petar Rajic. Scelte che si leggono anche come segnali di uno stile di governo fondato sull’ascolto e sulla collegialità, coerente con la spinta sinodale che il Papa ha impresso alla sua azione, concretizzatasi nei due concistori di gennaio e in quello previsto per giugno.
Il rilancio dell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco e la pubblicazione della propria prima esortazione apostolica, la “Dilexi Te”, confermano una linea di continuità con il predecessore e un’attenzione privilegiata ai poveri e agli “ultimi della terra”, categoria che nell’era digitale include anche chi è escluso dall’accesso alle infrastrutture tecnologiche, i cosiddetti “digital poor”, una nuova forma di emarginazione che Leone XIV ha tutto l’interesse a mettere al centro dell’agenda ecclesiale e politica.
Cosa aspettarsi dal secondo anno
Il secondo anno di pontificato si apre con un’agenda tecnologica fitta. L’enciclica sull’AI, se uscirà come atteso entro maggio 2026, sarà il documento magisteriale più importante su questi temi mai prodotto da una istituzione religiosa di questo peso. Potrebbe avere un impatto normativo indiretto non trascurabile, considerando che la dottrina sociale cattolica ha storicamente influenzato il dibattito politico europeo e latinoamericano su welfare, lavoro e diritti. Il fatto che arrivi in un momento in cui il dibattito regolatorio sull’AI è ancora in piena ebollizione, con l’AI Act europeo in fase di implementazione e le istituzioni internazionali ancora alla ricerca di un framework condiviso, la rende potenzialmente molto più influente di quanto una fonte della Santa Sede avrebbe potuto essere in altri momenti storici.
Leone XIV, agostiniano formatosi nella tradizione della ricerca interiore e del dialogo tra ragione e fede, porta a questo dibattito qualcosa di raro: la capacità di porre domande che vanno al fondo delle cose, senza la fretta di chi deve rilasciare un prodotto entro il prossimo trimestre. In un settore come quello dell’intelligenza artificiale, dove la velocità di sviluppo rischia spesso di sopravanzare la capacità di riflessione, avere una voce globale che chiede di rallentare e pensare non è un ostacolo al progresso: è, forse, l’unico modo per assicurarsi che il progresso abbia ancora un senso umano.
Agostino, d’altronde, ci ha messo oltre dieci anni a scrivere “La città di Dio” e il risultato è ancora in stampa dopo sedici secoli. Una cosa su cui, forse, in Silicon Valley dovrebbero riflettere, tra un funding round e un rilascio di nuova release.