Nelle ultime due settimane la temperatura nei rapporti tra Bruxelles e Pechino è salita parecchio. Al centro del braccio di ferro c’è l’Industrial Acceleration Act, la proposta della Commissione europea presentata lo scorso mese di marzo per riportare l’industria al 20% del Pil continentale entro il 2035. Un’ambizione che suona quasi nostalgica per un’Europa che ha visto la propria quota manifatturiera scendere al 14,3%, ma che Pechino considera un attacco diretto al suo modello di esportazioni.
La Cina non ha perso tempo e a fine aprile il Ministero del Commercio ha inviato un messaggio chiarissimo: l’atto introduce barriere agli investimenti stranieri, discriminazioni istituzionali e requisiti di contenuto locale che violerebbero le regole del WTO. Tralasciando il linguaggio diplomatico, il messaggio suona come un avvertimento: se Bruxelles insiste, arriveranno contromisure.
Settori sensibili come batterie, veicoli elettrici, fotovoltaico e materiali critici sono finiti sotto i riflettori di entrambe le parti. L’ironia della situazione è evidente. Per anni l’Europa ha predicato il libero scambio e l’apertura dei mercati, spesso mentre la Cina costruiva dominance in catene del valore strategiche grazie a sussidi statali generosi e sovracapacità produttiva. Adesso che Bruxelles prova a reagire con uno strumento industriale più aggressivo, come preferenze per il “Made in Europe”, semplificazioni per gli investimenti interni e regole più stringenti sugli aiuti esteri, Pechino scopre improvvisamente i vantaggi del multilateralismo e grida allo scandalo protezionista.
In ogni caso, Von der Leyen e il team della Commissione non sembrano intenzionati a fare marcia indietro. L’obiettivo dichiarato è ridurre le dipendenze esterne in tecnologie critiche, rafforzare la resilienza economica e creare posti di lavoro nei settori della transizione verde. In pratica, l’Europa ha finalmente capito che non può più permettersi certe ingenuità di fronte a un surplus commerciale con la Cina che sfiora i 300 miliardi di euro e a una capacità produttiva cinese che rischia di mettere fuori mercato le aziende europee.
Pechino, dal canto suo, accusa l’Europa di introdurre discriminazioni sistemiche e di usare la sicurezza economica come pretesto per proteggere industrie meno competitive. Il ministro del Commercio cinese ha invitato formalmente i governi nazionali dell’Ue a rivedere la proposta, lasciando intendere che altrimenti il dialogo potrebbe trasformarsi rapidamente in ritorsioni mirate, probabilmente su settori dove le aziende europee sono ancora presenti sul mercato cinese.
Quello che è certo è che lo scontro arriva in un momento delicato. L’Europa deve bilanciare la necessità di decarbonizzazione con quella di mantenere un tessuto industriale vivo, mentre la Cina difende il suo modello di sovracapacità produttiva che ha funzionato benissimo fino a quando i mercati occidentali restavano spalancati.
Entrambe le parti parlano di “fair competition”, ma interpretano il concetto in modo diametralmente opposto.
Per ora il testo dell’Industrial Acceleration Act è ancora in discussione tra Parlamento europeo e Stati membri. Il percorso legislativo sarà lungo e le pressioni politiche, sia interne che da Pechino, si faranno sentire con forza.
Nel frattempo, il messaggio di fondo è chiaro: l’era della globalizzazione ingenua è finita. L’Europa ha imparato a sue spese che la partita è più dura di quanto non avesse immaginato e la Cina non ha alcuna intenzione di regalare campo. Resta da vedere chi avrà la meglio in una partita i cui tempi di gioco si preannunciano lunghi e si innestano all’interno di un nuovo capitolo della grande sfida tecnologica ed economica del XXI secolo.