Demis Hassabis incarna una contraddizione che definisce l’intera epoca dell’intelligenza artificiale: dedicare la propria vita a costruire una tecnologia che potrebbe, almeno in teoria, mettere fine a tutto il resto. Non è un paradosso letterario, ma la sintesi più onesta del pensiero di uno degli architetti dell’AI contemporanea. Fondatore di DeepMind e oggi figura centrale nell’universo Google, Hassabis non è il classico imprenditore della Silicon Valley travestito da scienziato. Il suo profilo mescola neuroscienze, informatica, filosofia e una certa ossessione per i sistemi complessi. Una combinazione che lo porta a vedere l’intelligenza artificiale non solo come un prodotto, ma come un evento storico, forse persino evolutivo.

Chi lo ha incontrato racconta conversazioni che oscillano con naturalezza tra biologia del cervello, teoria della mente e scenari da fantascienza. Non sorprende quindi che il suo immaginario sia popolato tanto da proteine quanto da apocalissi tecnologiche. Hassabis parla di AI con l’entusiasmo di chi ha scoperto il fuoco, ma anche con la cautela di chi ha ben presente cosa succede quando qualcuno decide di giocarci senza istruzioni.

Il punto di partenza del suo pensiero è semplice, almeno in apparenza. L’intelligenza è il problema più interessante dell’universo. Se riuscissimo a comprenderla e a replicarla, potremmo risolvere questioni che oggi sembrano irrisolvibili, dalla medicina all’energia. Il problema è che quella stessa intelligenza, una volta liberata dai vincoli umani, potrebbe non condividere le nostre priorità. E qui il tono cambia.

Hassabis non ha mai nascosto di credere nei cosiddetti scenari di rischio esistenziale. Non come esercizio accademico, ma come possibilità concreta. Durante i primi anni di DeepMind, arrivò a immaginare la creazione di una sorta di “bunker scientifico”, un luogo isolato dove sviluppare l’intelligenza artificiale in modo controllato, lontano dalle pressioni del mercato e della geopolitica. Un’idea che oggi può sembrare eccentrica, ma che riflette una visione precisa: l’AI come tecnologia troppo potente per essere lasciata alla competizione.

Questa visione si è scontrata presto con la realtà. Quando Google acquisì DeepMind nel 2014, Hassabis impose condizioni che oggi suonano quasi rivoluzionarie. Pretese meccanismi di controllo indipendenti e limiti all’uso militare delle sue tecnologie. In sostanza, cercò di inserire un’anima etica dentro una macchina capitalistica. Un esperimento affascinante, ma difficile da sostenere nel lungo periodo.

La storia successiva è quella di una tensione crescente tra ideali e mercato. Il tentativo di creare una governance globale dell’AI si è infranto contro la natura stessa dell’innovazione tecnologica. La nascita di OpenAI, ha trasformato quello che Hassabis immaginava come uno sforzo coordinato in una competizione globale. Il famoso scenario del “singleton”, un’unica entità incaricata di sviluppare un’AI sicura per tutti, si è dissolto di fronte a una verità molto umana: quando in gioco c’è il potere, la collaborazione cede il passo alla rivalità.

Eppure, Hassabis non ha mai smesso di inseguire l’idea di un’AI “virtuosa”. Il successo scientifico di AlphaFold, che gli è valso il Nobel per la chimica, rappresenta forse il punto più alto di questa visione. Dimostrare che l’intelligenza artificiale può accelerare la scoperta scientifica e migliorare concretamente la vita delle persone significa dare sostanza a una narrativa diversa, meno distopica e più costruttiva.

Poi è arrivato il 2022 e l’esplosione di ChatGPT. In quel momento, la teoria ha lasciato spazio alla pratica. La competizione tra modelli linguistici, inclusi quelli sviluppati da Google come Gemini, ha segnato l’ingresso definitivo dell’AI nel mercato di massa. Hassabis, che pure avrebbe potuto mantenere una posizione più “scientifica”, ha scelto di entrare in quella che lui stesso ha definito una fase di guerra tecnologica.

Il risultato è una corsa globale alimentata da centinaia di miliardi di dollari, in cui sicurezza e velocità non sempre procedono nella stessa direzione. Qui emerge la contraddizione più interessante del pensiero di Hassabis. Da un lato, la consapevolezza dei rischi. Dall’altro, l’impossibilità di fermarsi. Perché fermarsi significherebbe lasciare spazio a qualcun altro, magari meno prudente.

Dal punto di vista sociologico, Hassabis rappresenta una nuova figura di innovatore. Non più solo costruttore di tecnologia, ma anche gestore del rischio sistemico che quella tecnologia comporta. Una sorta di “custode riluttante”, costretto a correre mentre cerca di mettere dei guardrail lungo la strada.

Il suo pensiero suggerisce una verità scomoda. L’intelligenza artificiale non sarà definita solo dalle sue capacità tecniche, ma dalle strutture di potere che ne guideranno lo sviluppo: regolazione, governance, incentivi economici e competizione geopolitica sono elementi inseparabili dal codice.

Resta una domanda aperta, quasi filosofica: è possibile costruire qualcosa di potenzialmente incontrollabile e allo stesso tempo garantirne il controllo? Hassabis sembra credere di sì o, forse, crede che sia l’unica opzione disponibile.

Nel frattempo, il mondo va avanti. I modelli diventano più potenti, le applicazioni più pervasive, le implicazioni più profonde. E in questo scenario, la figura di Demis Hassabis continua a oscillare tra due poli opposti: quello dello scienziato che vuole capire l’intelligenza e quello dell’ingegnere che deve convivere con le conseguenze di averla creata.