Il 14 e 15 maggio il presidente americano incontrerà Xi Jinping nella capitale cinese per la prima visita di un leader USA in Cina dal 2017. Sul tavolo un po’ di tutto: commercio, energia, tecnologia e una guerra in Medio Oriente che cambia le carte in gioco.
Mancano pochi giorni e i SUV blindati Suburban del Secret Service sono già arrivati a Pechino su aerei da trasporto C-17, la “Bestia” presidenziale è in viaggio, e Donald Trump, che su Truth ha già definito il prossimo incontro con Xi Jinping “un evento epocale”, è pronto a rimettere piede in Cina per la prima volta da quando era presidente nel 2017. Il vertice, a lungo ritardato e originariamente previsto per marzo 2026, è stato finalizzato, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, per il 14 e 15 maggio: Trump si recherà a Pechino per incontrare Xi Jinping in quello che si preannuncia come uno dei bilaterali più carichi di tensione, aspettative e dossier irrisolti degli ultimi anni.
Il rinvio non è stato causato di nessun capriccio diplomatico, ma da una piccola questione: una guerra. L’incontro era infatti stato spostato perché la guerra con l’Iran aveva la priorità per Washington, mentre Pechino dichiarava che le due parti stavano ancora discutendo del viaggio. Ora, con i preparativi in pieno svolgimento e i veicoli presidenziali già parcheggiati nella capitale cinese, pare che l’agenda sia definitivamente fissata. Trump, come da sua consolidata abitudine, ha già emesso il suo verdetto preventivo: “È un mio amico e nel corso degli anni abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto”, ha dichiarato il presidente americano parlando con i giornalisti a Washington, aggiungendo di non vedere tensioni aperte né con la Cina né con l’Iran. Un ottimismo, va detto, che la realtà geopolitica fatica un po’ a condividere.
L’agenda di Trump: commercio, energia e la partita iraniana
Washington arriva a questo vertice con le idee abbastanza chiare su cosa vuole portare a casa. “Ovviamente il commercio è in cima alla lista, poi l’Iran, l’approvvigionamento petrolifero mondiale e le rotte energetiche globali“, ha dichiarato Monica Crowley, responsabile del protocollo degli Stati Uniti, in un’intervista a Breitbart News. Tre parole d’ordine, dunque: commercio, Iran, energia. In quest’ordine. Anche se, a guardare bene il quadro complessivo, i tre temi sono talmente intrecciati che separarli è un esercizio quasi accademico.
Sul fronte commerciale, i precedenti sono istruttivi. All’incontro di Busan, in Corea del Sud, nell’ottobre 2025, Trump aveva annunciato la riduzione dei dazi sulle merci cinesi dal 57% al 47%, in cambio l’impegno di Xi a collaborare per fermare il traffico di Fentanyl negli Usa. Era arrivato anche un accordo sulle terre rare, con Pechino che si impegnava a mantenere il flusso di esportazioni per un anno, rinnovabile. Un accordo che però non ha risolto del tutto la tensione strutturale tra le due economie e che ora dovrà essere riletto alla luce dei nuovi equilibri imposti dalla crisi in Medio Oriente.
Il dossier iraniano, in questo senso, è il jolly del tavolo di Pechino. Trump sta cercando la cooperazione di Pechino per spingere Teheran ad accettare una proposta di cessate il fuoco che, peraltro, è già sul tavolo. Su questo punto la Cina, dal canto suo, gioca una partita sofisticata. Proprio qualche giorno fa il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha incontrato il suo omologo iraniano Abbas Araghchi a Pechino, in quello che appare come un chiaro messaggio diplomatico: Pechino è un interlocutore indispensabile anche per gestire la crisi mediorientale. Una posizione di forza costruita pazientemente, mentre l’influenza americana nella regione, con Teheran che si è rifiutata di tenere incontri diretti con i negoziatori USA, appare meno solida del previsto.
Il senatore repubblicano Steve Daines, storico canale informale tra Washington e Pechino grazie a sei anni di esperienza alla Procter & Gamble in Cina negli anni ’90, ha anticipato alcuni dei temi durante la sua visita preparatoria a Shanghai e Pechino. Incontrando il ministro Wang Yi, ha ringraziato esplicitamente la Cina per il suo impegno sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, quel punto di strozzatura cruciale per le catene di approvvigionamento energetico globali che la guerra ha reso una delle variabili più pericolose dell’economia mondiale. Ha anche espresso la speranza che il vertice Trump-Xi produca un aumento degli acquisti cinesi di aerei Boeing, un dettaglio che, nella sua apparente banalità commerciale, dice molto su quanto la posta in gioco sia concreta e misurabile.
La lista della spesa di Pechino: stabilità, Taiwan e il prezzo del rispetto
Xi Jinping non è esattamente il tipo che arriva agli incontri internazionali senza avere le proprie condizioni chiare. E la Cina, in questo momento, si trova in una posizione che i suoi strateghi percepiscono come relativamente vantaggiosa. Come analizza lo studioso Ryan Hass su Foreign Affairs, è probabile che l’incontro tra Trump e Xi si concentri meno su svolte decisive e più sulla stabilizzazione delle aspettative, nel mantenimento di un livello minimo di prevedibilità. Stabilità, appunto. È la parola che Pechino ripete come un mantra da settimane.
Il premier Li Qiang, incontrando la delegazione di senatori americani guidata da Daines, ha esortato entrambe le parti a perseguire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e a mantenere stabili legami economici e commerciali. “È nell’interesse fondamentale di entrambi i Paesi“, ha osservato con quella pacatezza che i diplomatici cinesi usano quando vogliono far capire che stanno parlando sul serio. Il ministro Wang Yi ha ribadito che Pechino auspica di “stabilizzare e migliorare concretamente” i rapporti sino-americani, esplorando “la strada giusta affinché due grandi potenze possano andare d’accordo“.
Tradotto dal diplomatico all’italiano: la Cina vuole prevedibilità commerciale, rispetto e, soprattutto, che Washington smetta di agitare il dossier Taiwan come se fosse una leva negoziale qualsiasi. Su questo punto, Pechino è stata esplicita fino alla brutalità. Il premier Li ha detto chiaramente ai senatori americani che Taiwan rappresenta la prima linea rossa che non deve essere oltrepassata nelle relazioni sino-americane. L’avvertimento è stato ribadito dal massimo legislatore Zhao Leji, che ha esortato Washington ad affrontare la questione con cautela. Il Segretario di Stato Marco Rubio, da parte sua, ha confermato che Taiwan “sarebbe stato un argomento di conversazione” durante il vertice, una dichiarazione che a Pechino non ha fatto piacere, con il consueto understatement con cui i cinesi manifestano il proprio disappunto.
La postura strategica di Pechino è quella di una “coesistenza temporanea” con Washington: Xi sa che la rivalità non può essere risolta, ma può essere gestita. L’obiettivo è guadagnare tempo, consolidare l’autosufficienza tecnologica e approfittare dell’esigenza di Trump di portare a casa risultati concreti sul piano commerciale. In questo scenario, Taiwan rimane una leva potentissima: Pechino potrebbe tentare di scambiare una maggiore cooperazione economica con un atteggiamento americano più morbido sull’isola. Se non nell’immediato, almeno come prospettiva di medio termine.
Il nodo tecnologico e le terre rare: la vera partita del futuro
Sotto la superficie di dazi e dichiarazioni diplomatiche si gioca una partita ancora più strutturale, che riguarda il futuro tecnologico del pianeta. La Cina gestisce il 70% dell’estrazione e il 90% della lavorazione delle terre rare a livello mondiale: materiali indispensabili per produrre microchip, batterie, dispositivi elettronici e armamenti avanzati. Un vantaggio strutturale che Pechino usa con grande abilità tattica, aprendo e chiudendo i rubinetti delle esportazioni a seconda delle necessità diplomatiche.
In pratica, Pechino usa la sua supremazia nella produzione di terre rare e tecnologie strategiche per negoziare concessioni con Washington, proteggendo al contempo i propri interessi commerciali e industriali. È quella che gli analisti chiamano geoeconomia strategica: la Cina consolida la propria influenza senza dover ricorrere all’espansione militare. Gli Stati Uniti, dal canto loro, mantengono la supremazia sul fronte del software, dei brevetti e della ricerca avanzata, e continuano ad imporre restrizioni tecnologiche alle aziende cinesi. Due arsenali complementari, due fragilità speculari.
Gli Stati Uniti e la Cina rappresentano circa il 40% dell’economia mondiale e dominano il commercio internazionale e la rete di approvvigionamento tecnologico. Un eventuale cambiamento nelle relazioni tra Washington e Pechino avrebbe ripercussioni sull’intera economia globale. Una responsabilità enorme, che almeno a parole, entrambi i leader dicono di voler gestire con cautela. I mercati, nel frattempo, osservano e aspettano, con quella combinazione di speranza e diffidenza che caratterizza chi ha già visto troppe volte annunci trionfali seguiti da nuove tensioni.
Xi che non si muove: la diplomazia del palazzo
Vale la pena notare un dettaglio che dice molto sullo stato del potere globale nel 2026: è Trump che va a Pechino, non viceversa. Xi Jinping ha optato per una strategia diplomatica sempre più domestica: invece di moltiplicare i viaggi all’estero, accoglie un flusso costante di leader stranieri a Pechino. In questo 2026, Xi non ha effettuato alcun viaggio all’estero, ospitando invece i primi ministri britannico, canadese, tedesco e spagnolo. Un posizionamento che non è casuale: in un momento in cui l’unilateralismo e l’imprevedibilità di Washington hanno spinto molti Paesi a diversificare le proprie partnership, il messaggio di Pechino è che la Cina è diventata la destinazione obbligata di chi vuole capire il mondo.
Nove anni dopo il primo incontro a Mar-a-Lago, quando la diplomazia cinese salutò quell’evento come “un punto di partenza per la promozione della pace, della stabilità e della prosperità dell’Asia-Pacifico“, di quell’ottimismo sembra rimasto bene poco. Le due presidenze di Trump sono state attraversate da guerre commerciali, sanzioni tecnologiche, accuse reciproche sul fentanyl e, adesso, una guerra in Medio Oriente che cambia radicalmente il contesto in cui i due si incontrano.
Cosa aspettarsi: un accordo parziale, molti rinvii e qualche sorpresa
Prevedere l’esito di un vertice tra due leader che considerano l’imprevedibilità una virtù negoziale è un esercizio ad alto rischio e, proprio per questo, ci asterremo dal provarci. Quello che si può ragionevolmente anticipare è che il vertice di Pechino produrrà probabilmente qualcosa di tangibile sul commercio, se non altro qualche riduzione tariffaria e qualche accordo settoriale, senza tuttavia risolvere le contraddizioni strutturali tra i due sistemi. Sull’Iran, la Cina cercherà di presentarsi come mediatore indispensabile, ottenendo in cambio una qualche forma di riconoscimento della propria centralità diplomatica. Su Taiwan, le linee rosse resteranno dove sono: marcate a fuoco da Pechino, volutamente sfocate da Washington.
Il vero banco di prova sarà la coerenza di quanto verrà annunciato nei giorni successivi al vertice. Perché la storia recente insegna che i comunicati trionfali di fine summit hanno spesso vita breve e che la vera diplomazia si gioca nei mesi che seguono, quando le dichiarazioni di principio devono fare i conti con gli interessi concreti, le pressioni interne e gli imprevisti di un mondo che non smette di cambiare.
Trump ha già detto che il viaggio in Cina “si svolgerà come previsto e sarà fantastico“. Xi, con il pragmatismo che lo contraddistingue, si è limitato a preparare il terreno in silenzio. Il 14 maggio sapremo chi aveva ragione.