Washington ha finalmente smesso di fingere. Dopo anni trascorsi a raccontare al pubblico che l’intelligenza artificiale fosse poco più di un assistente da ufficio capace di riassumere PDF e generare email mediocri con entusiasmo da stagista sovracaffeinato, il cuore operativo dello Stato americano sta iniziando a dire apertamente ciò che molti osservatori avevano compreso già nel 2022: l’AI non è un gadget produttivo, è infrastruttura di potere. Quando il direttore dell’Federal Bureau of Investigation, Kash Patel, dichiara che l’agenzia utilizza sistemi di intelligenza artificiale per identificare sospetti, localizzare minori scomparsi, classificare minacce e accelerare le indagini, non sta annunciando un aggiornamento software. Sta descrivendo una trasformazione culturale e politica profonda, quasi inevitabile, dentro l’apparato securitario americano.

La metafora utilizzata da Patel è interessante non tanto per il contenuto, ma per ciò che rivela psicologicamente. Paragonare il vecchio FBI a un Commodore 64 e il nuovo apparato a un supercomputer è una narrativa perfettamente siliconvalleyana: l’idea che ogni istituzione inefficiente possa essere salvata dalla computazione. Il problema, naturalmente, è che nella realtà la tecnologia raramente elimina il potere burocratico; tende piuttosto a renderlo più opaco, più rapido e molto più difficile da contestare. La storia delle istituzioni digitalizzate è piena di sistemi che promettevano efficienza e hanno finito per produrre automazione della disuguaglianza, sorveglianza predittiva e dipendenza da fornitori privati. Basta guardare il settore bancario dopo gli algoritmi di credit scoring o il mercato pubblicitario dopo la profilazione comportamentale. Silicon Valley ama chiamarla ottimizzazione. I cittadini spesso la scoprono come perdita di controllo.

Il dettaglio più significativo dell’intera vicenda non è nemmeno l’uso della AI per trascrivere chiamate o classificare segnalazioni. Quello era inevitabile. La parte realmente strategica è la creazione di una AI working group, di un chief AI officer e di una AI review board interna all’FBI. Tradotto in linguaggio manageriale meno teatrale, significa che l’intelligenza artificiale non è più percepita come strumento periferico ma come asset operativo centrale. Quando un’organizzazione crea governance dedicata, budget autonomi e strutture decisionali permanenti, la tecnologia smette di essere sperimentazione e diventa dottrina.

Qui emerge una dinamica quasi ironica. Per anni molte aziende tech hanno raccontato che “AI will augment humans, not replace them”, frase ormai pronunciata con la stessa spontaneità di un disclaimer farmaceutico letto in velocità alla fine di uno spot televisivo. Patel ripete quasi identica la stessa formula: non sostituiremo agenti umani, li aiuteremo. In parte è vero. In parte è una semplificazione rassicurante necessaria per evitare il panico politico e sindacale. Ogni rivoluzione tecnologica comincia sempre così. Prima “supporta”, poi “ottimizza”, infine ridefinisce l’intero flusso decisionale.

Nel frattempo il sistema accumula dati a una velocità che pochi cittadini comprendono davvero. Patel cita l’elaborazione di oltre 75 terabyte di materiale raccolto dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 in Israele. Una cifra apparentemente astratta. In realtà significa milioni di immagini, conversazioni, metadati, video, relazioni sociali e pattern comportamentali processati da modelli statistici capaci di individuare correlazioni invisibili agli esseri umani. Qui l’AI smette di essere chatbot e torna alla sua natura originaria: macchina per l’estrazione di segnali dal rumore informativo.

Naturalmente il caso più emotivamente potente resta quello dei bambini scomparsi. Patel sostiene che l’FBI abbia localizzato 6.300 minori, con un incremento del 30%, e arrestato 2.000 abusatori grazie anche ai nuovi strumenti algoritmici. Nessun politico democratico o repubblicano vuole apparire contro una tecnologia che salva bambini. È una cornice comunicativa quasi perfetta. Criticare l’espansione della sorveglianza AI in questi contesti diventa immediatamente delicato, perché il dibattito si sposta dalla privacy all’emotività morale. È un meccanismo vecchio quanto la politica securitaria moderna: associare l’espansione tecnologica a casi estremi e moralmente incontestabili.

Il problema è che le infrastrutture create per i casi estremi raramente restano limitate ai casi estremi. La storia del Patriot Act dopo l’11 settembre dovrebbe aver insegnato qualcosa, ma la memoria politica americana ha la durata media di una notifica push. Oggi i sistemi AI classificano minacce e identificano sospetti; domani potrebbero valutare rischio sociale, propensione criminale o affidabilità comportamentale. Naomi Brockwell del Ludlow Institute lo dice apertamente: la AI permette di ordinare persone, costruire profili intimi e applicare forme preventive di law enforcement. Tradotto brutalmente, significa passare dalla repressione del crimine alla gestione predittiva della probabilità statistica.

Non è fantascienza distopica. È già architettura tecnica disponibile. I modelli moderni possono correlare cronologia digitale, geolocalizzazione, interazioni sociali, linguaggio utilizzato online e cronologia economica per produrre punteggi comportamentali estremamente sofisticati. La differenza rispetto al passato è la scala. Un investigatore umano può seguire pochi individui; una infrastruttura AI può monitorarne milioni simultaneamente. “Now that we have AI, that idea of limitation is completely out the window”, afferma Brockwell. La frase contiene probabilmente la definizione più precisa dell’intera rivoluzione AI: la rimozione dei limiti operativi umani.

Nel frattempo il settore privato osserva con interesse crescente. Il Dipartimento della Difesa americano ha già firmato accordi con Google, OpenAI, NVIDIA e SpaceX per integrare tecnologie AI nelle operazioni governative. Qui il confine tra Stato e Big Tech diventa sempre più sfumato. Una volta il complesso militare-industriale ruotava intorno a produttori di armamenti; oggi il centro gravitazionale si sposta verso aziende che controllano modelli, GPU, cloud e dataset. Il nuovo petrolio non sono i dati, come si ripeteva ossessivamente dieci anni fa. Il nuovo petrolio è la capacità computazionale combinata con l’accesso istituzionale.

Molti osservatori europei continuano a leggere questi fenomeni come anomalie americane. È un errore strategico. La traiettoria è globale. Cina, Stati Uniti, Israele, Regno Unito e persino diversi paesi europei stanno costruendo apparati di sicurezza basati su automazione cognitiva. Cambia la retorica politica, non la direzione. Alcuni governi parlano di sicurezza nazionale, altri di protezione democratica, altri ancora di efficienza amministrativa. L’effetto finale resta simile: centralizzazione informativa e capacità crescente di analisi automatizzata sui cittadini.

Il caso dell’FBI contiene inoltre un elemento culturale interessante. Patel e Dan Bongino arrivano da una visione politica fortemente orientata alla sicurezza e alla comunicazione aggressiva. La loro narrativa sull’AI non è prudente né accademica; è operativa, quasi muscolare. “That had to change, so we got to work”, scrive Patel. Linguaggio semplice, diretto, costruito per suggerire urgenza e inevitabilità. La tecnologia viene presentata come risposta naturale a una macchina statale vecchia e lenta. In fondo è la stessa retorica utilizzata da molte startup: rompere sistemi obsoleti attraverso software più rapido. Soltanto che qui il “mercato” è la sicurezza nazionale.

Curiosamente, proprio mentre le agenzie federali espandono l’uso della AI, aumenta anche il numero di controversie legali legate agli effetti collaterali di questi sistemi. Il riferimento alla causa contro OpenAI per il presunto coinvolgimento di ChatGPT nella sparatoria della Florida State University apre un altro fronte ancora più ambiguo. Da una parte lo Stato accelera l’adozione dell’AI per prevenire crimini; dall’altra emergono accuse secondo cui gli stessi modelli potrebbero facilitare comportamenti violenti. È il classico paradosso tecnologico contemporaneo: lo stesso strumento utilizzato per mitigare il rischio viene accusato di amplificarlo.

Nel mondo reale, tuttavia, il dibattito raramente ruota attorno alla tecnologia in sé. Riguarda il controllo. Chi controlla i modelli? Chi decide le soglie di rischio? Chi definisce cosa sia una minaccia? Quale dataset produce un falso positivo? Perché ogni sistema di sorveglianza algoritmica contiene inevitabilmente scelte politiche mascherate da neutralità tecnica. Gli algoritmi non possiedono ideologie proprie; incorporano quelle delle istituzioni che li costruiscono e dei dati che li alimentano.

La Silicon Valley continua a raccontare l’AI come una rivoluzione creativa, quasi liberatoria. Immagini eleganti, copiloti digitali, produttività aumentata, avatar sorridenti e uffici minimalisti pieni di vetro e kombucha biologico. Le agenzie governative la stanno trasformando in qualcosa di diverso: una macchina di accelerazione decisionale. Più veloce, più predittiva, più onnivora sul piano informativo. Chi osserva il settore da decenni riconosce il pattern immediatamente. Ogni tecnologia sufficientemente potente attraversa sempre tre fasi: intrattenimento, monetizzazione, sicurezza nazionale. Internet fece lo stesso percorso. I social network pure. L’intelligenza artificiale non farà eccezione.

Alla fine il punto non è stabilire se l’FBI debba o meno utilizzare AI. La risposta pratica è già stata data dalla realtà geopolitica: lo farà comunque. Il vero nodo riguarda i limiti democratici di questa espansione. Quanto controllo pubblico esisterà su sistemi capaci di classificare cittadini, prevedere comportamenti e analizzare vite digitali su scala industriale? Quanto spazio resterà all’errore umano, alla contestazione legale e all’opacità inevitabile delle relazioni sociali? Perché l’essere umano, con tutti i suoi difetti, possiede almeno una caratteristica che gli algoritmi ancora non replicano bene: la capacità di dubitare delle proprie conclusioni.

Ed è forse proprio il dubbio la risorsa più rara nell’era dell’intelligenza artificiale operativa. Tutti vogliono sistemi più rapidi, più efficienti, più predittivi. Nessuno ama soffermarsi sul fatto che velocizzare una decisione sbagliata non la rende meno sbagliata. La rende soltanto più scalabile.

Foxnews: https://www.foxnews.com/opinion/director-kash-patel-brought-fbi-past-ai-age