Da anni noi di Rivista.AI leggiamo con attenzione gli editoriali di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera. In un ecosistema mediatico spesso dominato da titoli isterici sull’intelligenza artificiale, apocalissi automatiche e slogan da conferenza tech sponsorizzata da venture capital, Gaggi mantiene una qualità sempre più rara: la capacità di osservare la trasformazione tecnologica con lucidità geopolitica, memoria storica e profondità economica. Consigliamo vivamente sia i suoi articoli sia il suo America Dentro scritto assieme a  Tamara Jadrejcic , perché riescono a descrivere con equilibrio un fenomeno che molti analizzano solo in termini ideologici o emotivi. La tecnologia non è mai neutrale; riflette sempre i rapporti di potere, gli incentivi economici e le paure delle società che la costruiscono. Ed è esattamente qui che il tema della sorveglianza digitale diventa cruciale.

La Cina, oggi co-leader globale dell’intelligenza artificiale insieme agli Stati Uniti, ha costruito negli ultimi quindici anni un ecosistema di sorveglianza digitale che va ben oltre il cliché occidentale del “social score” raccontato nei documentari Netflix. Non esiste un unico punteggio universale assegnato a ogni cittadino, come molti continuano a immaginare con entusiasmo quasi cinematografico; esiste invece una rete di blacklist finanziarie, sistemi reputazionali locali, riconoscimento facciale, tracciamento comportamentale e integrazione algoritmica tra Stato e piattaforme private. Il risultato pratico, però, cambia poco: chi è considerato affidabile ottiene vantaggi, accesso facilitato a servizi e opportunità economiche; chi devia dagli standard desiderati dal sistema può essere rallentato, escluso o semplicemente reso invisibile.

Pechino ha capito prima di altri una verità che in Silicon Valley fingevano ancora di ignorare mentre vendevano felpe e “move fast and break things”: i dati non servono solo per vendere pubblicità. Servono per governare. L’intelligenza artificiale, nella sua forma più concreta, non è un chatbot simpatico che scrive email motivazionali; è soprattutto correlazione di dati, previsione comportamentale, identificazione di anomalie, gestione automatizzata della popolazione.

Per anni l’Occidente ha osservato quel modello con una certa superiorità morale, quasi antropologica. Altra cultura, altro sistema politico, altro rapporto tra individuo e collettività. Poi è successo qualcosa di curioso. Gli stessi strumenti hanno iniziato a emergere anche negli Stati Uniti, solo con una differenza semantica molto americana: invece di chiamarlo controllo sociale, lo si chiama sicurezza, efficienza operativa o risk intelligence. La sostanza tecnologica, però, tende a convergere.

Il primo spartiacque fu l’11 settembre 2001. Il Patriot Act ampliò enormemente i poteri federali di sorveglianza, aprendo la strada a una raccolta dati che negli anni successivi sarebbe cresciuta in modo quasi irreversibile. Le rivelazioni di Edward Snowden nel 2013 mostrarono quanto profondamente la NSA fosse già penetrata nelle comunicazioni digitali globali. Molti considerarono quello scandalo un’anomalia temporanea. In realtà era solo la fase beta di un cambiamento strutturale.

Nel frattempo la società americana consegnava spontaneamente quantità industriali di dati ai colossi tecnologici. Social network, app mobili, servizi cloud, smartwatch, telecamere domestiche, mappe GPS, e-commerce. Ogni gesto diventava una traccia. Shoshana Zuboff lo definì “capitalismo della sorveglianza”, ma il termine rischia quasi di sembrare accademico rispetto alla realtà operativa odierna. Oggi non si parla più solo di pubblicità personalizzata. Si parla di architetture integrate capaci di trasformare frammenti dispersi di vita quotidiana in profili comportamentali estremamente accurati.

Il punto più interessante, e anche più inquietante, è che gran parte di questa infrastruttura non è stata costruita direttamente dallo Stato. È stata costruita dal mercato. Il governo americano non ha avuto bisogno di creare un ministero orwelliano della sorveglianza; gli è bastato comprare dati da aziende private. Secondo un’inchiesta recente del Wall Street Journal, migliaia di contratti tra agenzie federali e società tecnologiche consentono oggi alle autorità di aggregare enormi quantità di informazioni personali: geolocalizzazione mobile, registri automobilistici, cronologie commerciali, dati provenienti da social network e piattaforme pubblicitarie digitali.

Qui entra in scena un nome diventato quasi mitologico nella nuova geopolitica algoritmica: Palantir Technologies. Fondata nel 2003 con il sostegno iniziale di In-Q-Tel, il fondo strategico della CIA, Palantir nacque esplicitamente per risolvere un problema emerso dopo l’11 settembre: le agenzie di intelligence possedevano enormi quantità di dati, ma non riuscivano a integrarli in modo efficace.

La distinzione tecnica è fondamentale. Palantir non è Facebook, non è Google, non raccoglie direttamente miliardi di dati dagli utenti. Costruisce invece piattaforme capaci di integrare database diversi, trovare connessioni invisibili e creare mappe relazionali estremamente sofisticate. In termini pratici significa prendere dati apparentemente innocui provenienti da fonti separate e trasformarli in una rappresentazione dettagliata della vita di una persona.

Un documento interno descritto da 404 Media e discusso ampiamente anche su Reddit riguarda ELITE, “Enhanced Leads Identification & Targeting for Enforcement”, un sistema utilizzato da ICE. Secondo i materiali trapelati, la piattaforma permette agli agenti di visualizzare potenziali target su mappe geospaziali, filtrando criteri come identità, posizione, cronologia operativa e collegamenti relazionali. Un operatore può letteralmente disegnare un’area geografica su una mappa e ottenere una lista di individui associati a quella zona.

La cosa interessante non è solo la tecnologia. È la filosofia operativa sottostante. Nei sistemi moderni di sorveglianza il bersaglio non è più il singolo individuo sospetto; è il pattern. Gli algoritmi cercano anomalie, reti sociali, comportamenti ricorrenti, relazioni indirette. Nel linguaggio tecnico della sicurezza si parla di “pattern of life”. Su Reddit, diversi utenti che analizzano l’integrazione tra reti di telecamere, geolocalizzazione mobile e piattaforme analitiche descrivono proprio questo fenomeno: la costruzione automatizzata di profili dinamici basati su spostamenti, acquisti, contatti e abitudini quotidiane.

Il dettaglio più sottovalutato riguarda i data broker. Negli Stati Uniti esiste un gigantesco mercato privato della sorveglianza commerciale. Molte app gratuite raccolgono coordinate GPS, identificatori pubblicitari, cronologia di navigazione e dati comportamentali che vengono poi rivenduti. Alcune discussioni tecniche emerse su forum specializzati mostrano come ICE abbia acquistato strumenti capaci di elaborare miliardi di punti di localizzazione provenienti da smartphone.

Qui il Quarto Emendamento entra in una zona grigia quasi kafkiana. La Costituzione limita le perquisizioni governative senza mandato, ma se gli stessi dati vengono acquistati da un intermediario privato, il quadro giuridico cambia. Formalmente non è lo Stato che ti spia direttamente; è il mercato che monetizza la tua vita digitale, e poi lo Stato compra il prodotto finale. Silicon Valley ha trovato il modo perfetto di privatizzare persino il panopticon.

Alcuni dei sistemi utilizzati integrano dati provenienti da lettori automatici di targhe, telecamere urbane, social media monitoring, Cellebrite per l’estrazione forense da smartphone sequestrati e piattaforme commerciali come Thomson Reuters CLEAR. L’effetto combinato è impressionante: ogni frammento apparentemente insignificante diventa utile quando viene correlato con migliaia di altri segnali.

La discussione online attorno a queste tecnologie è diventata quasi schizofrenica. Da una parte esiste una parte dell’opinione pubblica convinta che “chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere”. Dall’altra cresce una comunità di attivisti, ricercatori e tecnologi che vede emergere una forma di governance algoritmica molto più pervasiva di quanto i cittadini percepiscano. Reddit, in questo senso, è interessante perché rappresenta una sorta di laboratorio emotivo collettivo. Alcuni thread dedicati a Palantir, ICE e sorveglianza raccolgono migliaia di commenti dove il lessico militare si mescola a quello tecnologico: “AI kill chains”, “Istar systems”, “dragnet surveillance”.

Una delle osservazioni più intelligenti emerse in queste discussioni riguarda la normalizzazione progressiva della sorveglianza. Prima le telecamere Ring nei quartieri residenziali, poi le reti Flock per il tracciamento veicolare, poi il riconoscimento facciale nei telefoni, infine l’integrazione algoritmica centralizzata. Ogni singolo passo appare ragionevole preso isolatamente. Il problema emerge quando tutto viene collegato.

La vera domanda, quindi, non è se gli Stati Uniti stiano diventando “come la Cina”. È una formulazione troppo ideologica e superficialmente geopolitica. La domanda più seria è un’altra: cosa accade quando democrazie liberali e sistemi autoritari iniziano a utilizzare infrastrutture tecnologiche sorprendentemente simili, giustificandole con linguaggi politici differenti?

La risposta probabilmente non piacerà né ai libertari della Silicon Valley né agli apologeti dello Stato forte. Le architetture digitali tendono naturalmente alla concentrazione del potere informativo. L’intelligenza artificiale accelera questo processo perché rende economicamente sostenibile analizzare volumi di dati che fino a pochi anni fa sarebbero stati ingestibili persino per le agenzie di intelligence.

Negli anni Novanta Internet veniva vendato come una tecnologia di liberazione individuale. Trent’anni dopo, la stessa infrastruttura è diventata la materia prima della sorveglianza predittiva globale. Una trasformazione quasi ironica. O forse semplicemente inevitabile.