Il fronte invisibile: la corsa agli armamenti “normativi”
Mentre i leader passeggiavano nei giardini imperiali, nelle stanze dei giuristi aziendali di mezzo mondo si consumava una guerra silenziosa ma forse più concreta. Una guerra fatta di regolamenti, liste nere, licenze di esportazione e norme di blocco, strumenti apparentemente tecnici che nella pratica valgono quanto un embargo.
Il meccanismo funziona così. Gli Stati Uniti hanno costruito negli anni un arsenale di controlli sulle esportazioni che vieta alle aziende americane e, attraverso la cosiddetta regola della “quota americana minima” (de minimis rule), anche a quelle straniere che usano tecnologia o software americano, di vendere determinati prodotti alla Cina senza licenza specifica. Chi viola queste norme rischia di essere inserito nella Entity List del Dipartimento del Commercio, che equivale a essere tagliati fuori dal mercato americano e da tutti i suoi fornitori. Per un’azienda come ASML, che produce i macchinari indispensabili per fabbricare semiconduttori avanzati, o come Tokyo Electron, che fornisce attrezzature per la deposizione chimica dei chip, questa prospettiva è esistenzialmente pericolosa.
La Cina ha risposto costruendo il proprio arsenale speculare. Il nucleo è la cosiddetta legge “Anti-Sanctions” del 2021 e le annesse “Regole di blocco” (Blocking Rules), che vietano alle aziende operanti in Cina di conformarsi a sanzioni straniere che Pechino considera illegittime. Tradotto: se Washington sanziona una raffineria cinese e ordina a un’aziendaolandese di interrompere i rapporti con essa, Pechino può a sua volta ordinare alla stessa azienda olandese di continuare a operare normalmente, pena sanzioni cinesi. Lo stesso obbligo diventa un illecito a seconda di quale legge si applica. Nelle settimane prima del vertice, la Cina ha usato per la prima volta questo strumento in modo concreto, invocando le Blocking Rules contro cinque raffinerie petrolifere cinesi colpite da sanzioni americane. Non era mai successo prima.
A questo si aggiungono le nuove norme sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento, che impongono alle aziende straniere operanti in Cina obblighi di localizzazione dei dati e di segnalazione che spesso confliggono con i requisiti di compliance americani o europei. E poi c’è il Match Act (Multilateral Alignment of Technology Controls on Hardware) in discussione al Congresso americano, che proverebbe a estendere i controlli sulle esportazioni agli alleati, creando pressioni su Paesi come Olanda, Giappone e Corea del Sud perché applichino le restrizioni americane anche ai propri prodotti. Una norma extraterritoriale che genera, prevedibilmente, una risposta extraterritoriale da Pechino. Il risultato pratico, per chi fa impresa nel mezzo, è quello che Chen Litong di Dentons ha definito senza mezze misure, ovvero che “una soluzione completamente priva di rischi che soddisfi pienamente le esigenze di entrambi i sistemi semplicemente non esiste“. Se applichi le sanzioni americane che la Cina considera illegittime, rischi le contromisure cinesi. Se non le applichi, rischi di essere tagliato fuori dal mercato americano. Non è un dilemma etico: è una trappola legale strutturale. E la vaghezza deliberata delle nuove normative cinesi, segnalata dall’Economist Intelligence Unit come strategia per “massimizzare la deterrenza”, non fa che allargare quella trappola, lasciando alle aziende l’incertezza come strumento di pressione costante.
In questo scenario, Morgan Stanley ha identificato un “super ciclo” di investimenti asiatici in atto, analogo a quello dell’industrializzazione tra il 2003 e il 2007: 16 trilioni di dollari di spese in conto capitale previsti entro il 2030, con la spesa asiatica per i data center dedicati all’intelligenza artificiale in crescita al 33% annuo. Le aziende non stanno aspettando che i governi trovino un accordo. Stanno riorganizzando le proprie catene produttive, diversificando i fornitori e spostando gli investimenti in giurisdizioni meno esposte al fuoco incrociato. L’Asia non aspetta che il vertice si concluda per muoversi. Si è già mossa e lo ha fatto proprio per non dipendere dall’esito di vertici come questo.
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