Durante l’evento di presentazione di TextGenius, l’intelligenza evoluta per i settori Legal, Compliance e Procurement. alla Sala Matteotti del Parlamento, Franco Bernabè ha delineato una visione dell’intelligenza artificiale applicata alla pubblica amministrazione distante tanto dall’entusiasmo superficiale che domina gran parte del dibattito tecnologico quanto dalle narrazioni catastrofiste che accompagnano ogni nuova ondata di innovazione digitale. Il suo intervento ha riportato il tema su un piano essenziale: l’AI nella PA non è una questione di sperimentazione astratta, ma di infrastrutture operative, compatibilità normativa e capacità amministrativa concreta.

Bernabè ha sottolineato come l’adozione dell’intelligenza artificiale nella macchina pubblica italiana rappresenti un passaggio necessario per migliorare efficienza, qualità istruttoria e riduzione dei costi, precisando però che il problema centrale non consiste nell’introdurre strumenti tecnologici avanzati, ma nel farlo all’interno di un quadro coerente con il diritto amministrativo europeo e italiano. L’automazione, secondo questa impostazione, non può mai tradursi in una delega opaca del potere decisionale; deve invece rimanere subordinata ai principi di pubblicità, trasparenza, proporzionalità e controllo umano.

Uno dei passaggi più significativi dell’intervento riguarda la critica implicita ai modelli commerciali dominanti nel mercato dell’intelligenza artificiale generativa. Bernabè ha citato le clausole di esclusione di responsabilità presenti in Microsoft per Microsoft Copilot, osservando come strumenti che dichiarano esplicitamente la possibilità di produrre errori o risultati inattendibili difficilmente possano essere adottati senza adattamenti in contesti amministrativi dove le decisioni incidono su diritti, appalti, autorizzazioni e procedimenti pubblici. La questione non riguarda soltanto l’affidabilità tecnica, ma investe temi più ampi come privacy, proprietà intellettuale, sicurezza nazionale e dipendenza infrastrutturale da operatori esteri.

All’interno di questo quadro, Bernabè ha sostenuto la necessità di sviluppare applicazioni verticali costruite su tecnologie open source e progettate specificamente per le esigenze della pubblica amministrazione italiana. La prospettiva delineata non punta a replicare i grandi modelli generalisti utilizzati nel mercato consumer, ma a costruire sistemi focalizzati sui processi amministrativi ad alta intensità documentale, dove l’automazione può produrre benefici misurabili senza compromettere trasparenza e verificabilità.

Secondo Bernabè, il maggiore valore dell’intelligenza artificiale emerge nei processi complessi e ripetitivi, in particolare nei flussi end-to-end del procurement pubblico, nella classificazione documentale, nella verifica di completezza delle pratiche, nella ricerca normativa e nel supporto all’istruttoria standardizzata. In questi ambiti, l’AI non sostituisce il decisore pubblico ma riduce i tempi di attraversamento delle pratiche, limita gli errori materiali e migliora la coerenza delle istruttorie. L’obiettivo operativo non è introdurre automazione indiscriminata, ma alleggerire il carico amministrativo e migliorare la qualità complessiva del servizio offerto a cittadini e imprese.

Particolarmente rilevante il riferimento ai progetti già avviati nel sistema della giustizia amministrativa italiana. Bernabè ha richiamato i casi d’uso integrati nel SIGA, il sistema informatico della Giustizia Amministrativa, dove l’intelligenza artificiale viene utilizzata per identificare ricorsi simili, effettuare ricerca semantica sui precedenti giurisprudenziali, riconoscere automaticamente norme e sentenze citate negli atti e supportare l’anonimizzazione dei provvedimenti. In questo modello, l’automazione viene descritta come infrastruttura di supporto alla qualità decisionale e non come sostituzione dell’attività giurisdizionale.

L’intervento ha poi affrontato il tema delle Linee guida AGID sul procurement dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione, adottate nel marzo 2026 e attualmente al centro del dibattito istituzionale. Bernabè ha evidenziato come tali linee guida rappresentino un tentativo di tradurre in regole operative i principi contenuti nell’AI Act europeo e nella normativa italiana sui contratti pubblici, introducendo criteri come trasparenza, responsabilità, prevenzione del lock-in tecnologico, sostenibilità economica e controllo continuo dei sistemi.

Uno dei punti più rilevanti riguarda il rischio di dipendenza tecnologica. Bernabè ha insistito sulla necessità che le amministrazioni mantengano il controllo sui dati, sulle configurazioni e sulle conoscenze generate dai sistemi AI, evitando architetture chiuse o non verificabili. Il riferimento è al rischio crescente che la pubblica amministrazione finisca vincolata non soltanto a un fornitore software, ma a interi ecosistemi cloud proprietari, modelli economici opachi e infrastrutture non interoperabili. Per questo motivo vengono considerate preferibili architetture modulari, standard aperti e soluzioni interoperabili capaci di garantire continuità operativa e autonomia amministrativa nel lungo periodo.

Bernabè ha inoltre posto attenzione alla sostenibilità economica dell’adozione dell’intelligenza artificiale. Molte amministrazioni, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, non dispongono delle competenze tecniche necessarie per valutare correttamente i costi infrastrutturali associati ai sistemi AI più avanzati, inclusi consumi computazionali, utilizzo di GPU, costi API e manutenzione evolutiva dei modelli. In questo contesto, l’intervento propone implicitamente una distinzione tra AI generalista ad alta intensità computazionale e strumenti leggeri, focalizzati e controllabili, più adatti alla realtà amministrativa italiana.

L’elemento forse più significativo emerso alla Sala Matteotti riguarda infine la natura stessa della trasformazione digitale della pubblica amministrazione. Bernabè suggerisce che il problema italiano non sia soltanto normativo o tecnologico, ma organizzativo. Scrivere regole corrette è relativamente semplice; costruire strumenti realmente utilizzabili da migliaia di enti pubblici con livelli molto diversi di maturità digitale rappresenta invece la vera sfida strategica. In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale non viene presentata come soluzione miracolosa, ma come componente infrastrutturale di una più ampia revisione dei processi amministrativi.