Nel cuore di Belgrado, tra conferenze sull’innovazione e dichiarazioni che suonano più come promesse a lungo termine che come semplici protocolli diplomatici, Italia e Serbia hanno firmato un accordo che mette insieme supercalcolo, intelligenza artificiale, big data e quantum computing. Un insieme di parole che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato il menu di un film di fantascienza a basso budget e che oggi invece prova a diventare strategia industriale e scientifica concreta.
L’intesa, formalizzata tramite un Memorandum of Understanding tra l’Ufficio per l’intelligenza artificiale e il governo digitale della Repubblica di Serbia e il Centro Nazionale di Ricerca per il Supercalcolo, i Big Data e il Quantum Computing (Icsc), segna un passo interessante per due Paesi che, ammettiamolo senza troppi giri di parole, non guidano certo la corsa globale alle tecnologie emergenti ma provano comunque a non restare troppo indietro mentre la gara si fa sempre più veloce.
A rappresentare il momento istituzionale, l’intervento dell’Ambasciatore italiano in Serbia Luca Gori, che ha insistito su un concetto semplice ma ambizioso: la cooperazione scientifica come asset strategico. Tradotto dal linguaggio diplomatico, significa che senza alleanze solide anche i buoni propositi rischiano di restare esercizi teorici in un mondo dominato da ecosistemi tecnologici già consolidati.
Il punto centrale dell’intesa non è soltanto lo scambio accademico o la collaborazione formale tra istituzioni. Il cuore del progetto è la costruzione di un ecosistema condiviso in grado di sviluppare competenze, infrastrutture e ricerca applicata nei settori più delicati della trasformazione digitale. Supercalcolo e quantum computing non sono più soltanto parole da convegno, ma strumenti che determinano competitività industriale, sicurezza nazionale e capacità di innovazione.
Il coinvolgimento del Centro Icsc e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) aggiunge peso scientifico all’accordo, mentre la controparte serba porta in dote un’amministrazione digitale in fase di espansione e una forte volontà di agganciare i processi di innovazione europei.
Il risultato è un’intesa che, più che costruire un ponte tra due economie simili, tenta di creare una scorciatoia verso un futuro tecnologico che altrimenti resterebbe appannaggio dei soliti noti.
Guardando con un minimo di realismo il contesto, lo abbiamo già detto, Italia e Serbia non occupano la prima fila nella corsa globale all’intelligenza artificiale. Da un lato gli Stati Uniti continuano a dominare l’ecosistema delle Big Tech, dall’altro la Cina investe massicciamente in infrastrutture, dati e ricerca strategica. Nel mezzo, l’Europa cerca di non trasformarsi in un grande regolatore senza muscoli tecnologici.
In questo scenario, accordi come quello firmato a Belgrado assumono un valore particolare. Non sono la soluzione al divario, certo, ma una delle poche strategie praticabili per ridurlo: mettere insieme competenze, risorse e infrastrutture per evitare la frammentazione totale degli sforzi.
Per l’Italia, il vantaggio principale è duplice. Da un lato rafforza il ruolo del sistema della ricerca pubblica, che nel campo del supercalcolo ha già competenze consolidate. Dall’altro amplia la rete di cooperazione internazionale verso un’area, quella balcanica, spesso sottovalutata ma strategica per lo sviluppo di competenze digitali e per la futura integrazione tecnologica europea.
Per la Serbia, invece, l’accordo rappresenta una sorta di acceleratore istituzionale. Collaborare con un Paese dell’Unione Europea e con un centro di ricerca di alto livello significa accedere più rapidamente a know how, infrastrutture e progetti che altrimenti richiederebbero anni di sviluppo autonomo.
Il vero tema in ogni caso non è competere con i giganti, ma non restare invisibili. Da questo punto di vista la domanda che resta sul tavolo è meno diplomatica e più brutale: può un accordo bilaterale incidere davvero in un mondo dove la scala conta più di quasi tutto?
La risposta realistica è che no, non può colmare il divario con le Big Tech o con le superpotenze tecnologiche. Ma forse può fare qualcosa di più sottile e più intelligente: creare nicchie di competenza avanzata, ecosistemi interoperabili e filiere scientifiche che non dipendono totalmente da attori esterni.
In altre parole, non si tratta di vincere la gara globale dell’AI, ma di evitare di diventare semplici consumatori passivi di tecnologie altrui. E in un’Europa spesso accusata di regolamentare più che innovare, questa distinzione non è secondaria.
D’altra parte, supercalcolo e quantum computing restano territori complessi, costosi e altamente specializzati. Proprio per questo la cooperazione internazionale diventa quasi obbligata. Nessun Paese medio europeo può permettersi da solo l’intero stack tecnologico necessario per competere su questi fronti.
L’accordo Italia – Serbia si inserisce quindi in una logica pragmatica, quasi artigianale se confrontata con la scala industriale dei colossi globali. Si costruisce competenza, si condividono infrastrutture, si formano ricercatori e si spera che, nel tempo, questo capitale umano e tecnologico produca effetti a catena.
Nel linguaggio della geopolitica digitale, questo tipo di intese non fa rumore quanto le mosse delle Big Tech o i piani strategici di Washington e Pechino. Eppure rappresenta una delle poche strade realistiche per i Paesi che non vogliono restare ai margini.
Certo, l’accordo tra Italia e Serbia non ribalta gli equilibri globali, ma prova a fare qualcosa di più sottile e forse più utile: costruire connessioni dove spesso c’è frammentazione e mettere insieme pezzi di ricerca e innovazione che da soli avrebbero poca massa critica.