Cosa ci fa una Creative Director al Vatican Longevity Summit, in una sala piena di premi Nobel e ricercatori di Stanford, Gustave Roussy e UC San Diego? Non sono una neuroscienziata, non sono medico, non ho un dottorato in biologia dell’invecchiamento. Mi occupo di Creatività, di Brand, di Gen-ai, e probabilmente la mia presenza al Vatican Longevity Summit avrebbe bisogno di una giustificazione.
Ce l’ho.
Nei due giorni dell’evento, organizzato dall’Istituto Internazionale di Neurobioetica e ospitato all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, si è parlato di tutto quello che ci si aspetta in un summit sulla longevità: epigenetica, microbiota, stress ossidativo, Alzheimer, cellule staminali, ormesi. Thomas Südhof, Premio Nobel per la medicina, ha tracciato la strada verso la comprensione molecolare dell’Alzheimer. Juan Carlos Izpisúa Belmonte (UC San Diego, Altos Labs) ha parlato di riprogrammare l’invecchiamento. Francesco Landi (Università Cattolica, Policlinico Gemelli) ha detto una cosa che mi è rimasta: “la longevità non è una democrazia.” E aveva ragione.
Di intelligenza artificiale si è parlato, sì, ma quasi sempre nel modo in cui ce la aspettiamo: diagnostica predittiva, test cognitivi supportati da algoritmi, imaging avanzato per misurare il rischio infartuale. AI come strumento clinico. Utile, necessario, già in uso.
Però, c’è un però.
L’intervento che mi ha fermata è stato quello di Maria Grazia Mattei, Presidente e Fondatrice del MEET Digital Culture Center: il titolo era già una provocazione: “L’arte digitale come pratica epigenetica.”
Epigenetica, per chi non la frequenta: è il meccanismo con cui l’ambiente modifica l’espressione dei geni senza toccare il DNA. Non cambi il codice, cambi come viene letto. Dieta, stress, relazioni sociali, esposizioni ripetute. Tutto lascia tracce su come i tuoi geni si accendono o si spengono.
Mattei ci aggiunge l’arte digitale. Lo studio clinico dello stupore.
E lo fa con dati, non con poetica. Studi condotti sull’opera di Refik Anadol al MOMA di New York, quell’affresco generativo che l’AI costruisce in tempo reale attingendo all’archivio storico del museo, hanno misurato su un campione di partecipanti gli effetti di 20 minuti di esposizione. Risultato: aumenti significativi e misurabili di piacere, coinvolgimento, e variazioni documentabili nell’attività cerebrale.
20 minuti. Un’opera generata con AI. Cambiamenti neurali misurabili.
Poi c’è il D Tunnel, l’installazione che Anadol ha realizzato tra Gorizia e Nova Gorica, dentro un tunnel di 300 metri, la più grande opera pubblica immersiva in Europa. Dati estratti dalle foreste amazzoniche e da studi sugli acciai, trasformati da algoritmo in pennellate cromatiche. Da dicembre 2025, 300.000 visitatori. Una piazza prima deserta, ora frequentata. Una comunità che ha ricominciato a usare uno spazio.

Mattei chiama tutto questo “stress positivo“: l’esposizione a qualcosa di immaginificamente superiore a noi genera una risposta fisiologica reale, non solo emotiva. Il corpo si ferma, il cervello si attiva, qualcosa cambia.
Fin qui: interessante. Ma è qui che per me diventa scomodo.
Perché se l’arte digitale è una pratica epigenetica, se le immagini generate con AI hanno effetti biologici misurabili, soprattutto quando inserite in un contesto di esperienza immersiva, allora la domanda che mi faccio da quando lavoro con questi strumenti diventa improvvisamente molto più grande di quanto pensassi.
Non stiamo parlando solo di estetica. Non stiamo discutendo se un’immagine AI è “arte” o no, se merita di stare in una galleria, se il processo ha abbastanza intenzione per chiamarsi creativo. Stiamo parlando di cosa succede biologicamente a chi fruisce di quello che produciamo.
E qui la questione si ingarbuglia.
Perché il 99% di quello che viene generato con AI oggi non ha la complessità immaginifica di Refik Anadol. Non ha la profondità delle collaborazioni di Sofia Crespo, che ha lavorato con ricercatori per rendere visibili fenomeni biologici complessi, colmando i vuoti dei dati matematici con la forza dell’immaginazione. Ha “beautiful landscape, cinematic lighting, 8k.” Ha volti perfetti e simmetrici. Ha la perfezione piatta di chi non ha mai dovuto scegliere cosa togliere.
Se l’esposizione prolungata a stimoli visivi di alta complessità attiva il cervello in modo misurabile e positivo, cosa fa l’esposizione prolungata a stimoli visivi di bassa complessità ma altissima frequenza? La domanda è aperta. Nessuno al summit l’ha posta in questi termini. Io la pongo.
L’economia della longevità varrà 610 miliardi di dollari entro il 2030, lo ha detto Lucia Magnani, CEO di Long Life Formula, che ha costruito un intero sistema clinico sulla prevenzione (e sulla bellezza come metodo, non come decorazione). Quella cifra include diagnostica, farmaci, integratori, stili di vita, turismo del benessere. Non include ancora l’impatto epigenetico dell’ambiente visivo digitale in cui viviamo. Eppure passiamo in media 144 minuti al giorno sui social, a fruire di contenuti generati in larga parte da AI, nella maggior parte dei casi senza nessuna intenzione dietro. Forse anche questo produce lo stress ossidativo, così dannoso, oggi riscontrato anche negli adolescenti vista la loro esposizione ai device elettronici.
Stiamo producendo a scala industriale stimoli visivi di cui non conosciamo l’effetto biologico cumulativo, e lo stiamo facendo senza nemmeno sapere che il problema esiste.
Sono tornata dal Vatican Longevity Summit con una domanda nuova. Non “come uso l’AI per creare meglio.” Quella me la faccio già. Ma cosa costruisce, nel corpo di chi guarda, quello che scelgo di mettere nel mondo. Al summit parlavano di aggiungere vita agli anni. Forse si inizia anche da qui.
La risposta cambia tutto.