Transizione ecologica, sostenibilità, neutralità climatica e regolamentazione digitale. Sono questi i temi di cui abbiamo discusso in Europa negli ultimi anni con la serenità di chi immagina che la globalizzazione sia una specie di servizio automatico sempre disponibile. Poi le fabbriche potevano chiudere lentamente, la produzione industriale poteva spostarsi altrove, l’energia poteva diventare più costosa e la burocrazia più sofisticata. In fondo il vecchio continente restava convinto di essere ancora il centro gravitazionale dell’economia mondiale.
Poi è arrivata la realtà. E la realtà, ultimamente, parla soprattutto cinese.
Le dichiarazioni arrivate da Bruxelles durante il Consiglio Ue sulla Competitività raccontano molto bene il momento storico che sta attraversando l’Europa. Da una parte Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la Prosperità industriale, prova a costruire la risposta comunitaria allo squilibrio produttivo globale. Dall’altra Adolfo Urso, ministro italiano delle Imprese e del Made in Italy, sostiene apertamente che l’Europa abbia già perso troppo tempo e rischi di trasformarsi in “un museo all’aria aperta per ricchi turisti di altri continenti”.
Il dettaglio interessante è che, al netto delle differenze politiche e retoriche, entrambi stanno dicendo sostanzialmente la stessa cosa: il modello industriale europeo è entrato in crisi strutturale.
Séjourné utilizza il linguaggio istituzionale di Bruxelles, che tradotto in italiano corrente suona più o meno così: “abbiamo un problema enorme e non sappiamo più quanto tempo ci resta”. Il dato citato dalla Commissione è impressionante. Oltre un miliardo di euro al giorno di deficit commerciale con la Cina. Ventinove milioni di posti di lavoro europei considerati a rischio. Un sistema industriale cinese sostenuto da sussidi pubblici giganteschi, con oltre 1.500 programmi notificati all’Organizzazione Mondiale del Commercio.
In pratica Bruxelles sta iniziando ad ammettere pubblicamente ciò che fino a pochi anni fa sembrava quasi un’eresia geopolitica: la globalizzazione non ha creato un mercato simmetrico. Ha creato un’arena industriale dove alcuni Paesi hanno continuato a produrre, pianificare e investire strategicamente, mentre altri si convincevano che lasciare tutto in mano alla capacità del mercato di autoregolamentarsi fosse sufficiente.
Ed è qui che entra in scena l’Industrial Accelerator Act, il nuovo tentativo europeo di rilanciare la competitività industriale del continente.
Il nome è magnificamente europeo. Suona veloce, potente, quasi futuristico. Il problema è che Urso lo ha demolito con una battuta probabilmente destinata a sopravvivere molto più del provvedimento stesso: “Se entra in vigore tra tre anni, chiamiamolo Industrial Decelerator Act”.
Ironia a parte, il nodo politico fondamentale della questione è che l’Europa si muove con tempi incompatibili rispetto alla velocità della trasformazione industriale globale. L’Italia, dal canto suo, a parte le battute del Ministro, va ancora più a rilento.
In ogni caso, mentre Bruxelles discute pacchetti omnibus, revisioni normative, consultazioni e meccanismi di salvaguardia, la Cina continua a produrre su scala gigantesca e gli Stati Uniti continuano ad attirare investimenti industriali attraverso sussidi, protezionismo tecnologico ed energia relativamente più competitiva.
Nel frattempo l’industria europea resta schiacciata nel mezzo. Su questo punto il governo italiano sta cercando di imporre una narrativa molto precisa. L’Europa avrebbe sacrificato competitività industriale e politica energetica sull’altare di un eccesso di regolazione ideologica: ETS, CBAM, politiche sulle emissioni e obblighi sull’elettrico.
Una contestazione dell’intera filosofia industriale europea degli ultimi anni che, per certi versi, sta guadagnando consenso anche fuori dall’Italia. Perché nel frattempo qualcosa è cambiato radicalmente nello scenario globale. La guerra energetica, il conflitto in Medio Oriente, la frammentazione commerciale, la corsa ai semiconduttori, la sovrapproduzione cinese e il protezionismo americano hanno trasformato l’industria in un tema di sicurezza strategica.
Non si tratta più soltanto economia. Energia, manifattura, filiere tecnologiche e capacità produttiva iniziano a essere percepite come elementi di sovranità geopolitica.
Ed è probabilmente questo il vero trauma europeo. Per decenni l’Unione ha costruito il proprio modello economico sull’idea che commercio globale, regole multilaterali e integrazione dei mercati avrebbero progressivamente ridotto il peso della competizione geopolitica. Oggi invece si ritrova dentro uno scenario dove Stati Uniti e Cina praticano apertamente politiche industriali aggressive mentre Bruxelles cerca ancora di capire come conciliare mercato unico, transizione ecologica, aiuti di Stato e competitività produttiva.
Ed è proprio qui che emerge la grande contraddizione delle scelte di politica economica di Bruxelles. L’Europa vuole contemporaneamente restare il continente della regolazione avanzata, della sostenibilità, del libero mercato, della concorrenza aperta e della produzione industriale ad alta competitività. Il problema è che il resto del mondo sta progressivamente scegliendo priorità molto più brutali: sicurezza economica, controllo delle filiere e sovranità produttiva.
Nei corridoi di Palazzo Berlaymont sembrano essersene accorti improvvisamente.
Per questo il tono delle dichiarazioni europee sta cambiando così rapidamente. Fino a poco tempo fa parlare di protezione industriale sembrava quasi una deviazione populista. Oggi la Commissione discute apertamente di salvaguardia produttiva, accelerazione industriale e difesa della manifattura europea.
Il punto è capire se tutto questo arrivi in tempo. Perché la sensazione che attraversa il dibattito industriale europeo del 2026 è piuttosto chiara: il continente sta iniziando soltanto ora a reagire a una trasformazione che Cina e Stati Uniti hanno iniziato a pianificare almeno dieci anni fa.