Ogni anno le Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia rappresentano una sorta di rito laico della Repubblica. Una liturgia economica fatta di numeri, avvertimenti e diplomazia lessicale, dove le parole vengono pesate quasi quanto i decimali del PIL. Stavolta, però, il messaggio di Fabio Panetta ha avuto un tono diverso. Più urgente, più politico, quasi esistenziale. Perché il 2026 non somiglia a nessun altro anno recente.

L’economia globale aveva chiuso il 2025 con una crescita sorprendentemente robusta, pari al 3,4%, mezzo punto oltre le attese. Sembrava il segnale di una stabilizzazione dopo anni di shock consecutivi. Poi è arrivato il Golfo Persico a ricordare al mondo che la geopolitica resta, alla fine, il più imprevedibile degli algoritmi. Il blocco dello stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas liquefatto, ha riacceso una tensione energetica che colpisce soprattutto l’Europa.

Ed è qui che emerge uno dei punti centrali del ragionamento di Panetta: il mondo si sta frammentando, ma l’autonomia strategica non può trasformarsi in autarchia economica. Il governatore avverte che inseguire la sicurezza attraverso una frammentazione indiscriminata rischia di produrre l’effetto opposto, restringendo i mercati, aumentando i costi e indebolendo le filiere produttive. Chiudersi troppo significa quindi impoverirsi con metodo.

L’asimmetria energetica con gli Stati Uniti fotografa perfettamente questo squilibrio. In Europa i prezzi del gas sono tornati a correre per effetto della dipendenza dalle importazioni e delle strozzature logistiche aggravate dalla crisi mediorientale. Negli Stati Uniti, invece, il mercato interno continua a proteggere imprese e famiglie grazie a una produzione domestica abbondante e a infrastrutture di esportazione ancora insufficienti a trasferire completamente gli shock globali sui prezzi interni. Una situazione quasi ironica: Washington beneficia perfino dei propri colli di bottiglia.

Per l’Italia il problema è doppio. Da un lato aumenta il costo dell’energia per le imprese manifatturiere. Dall’altro si amplifica il rischio inflattivo legato ai fertilizzanti e alla filiera agroalimentare. La sensazione è che il continente europeo continui a pagare il prezzo di una dipendenza strategica che non è mai stata davvero risolta dopo la crisi energetica del 2022.

Ma il cuore delle Considerazioni finali non è stato il petrolio. È stata la produttività. O, meglio, la cronica incapacità italiana di farla crescere.

Panetta ha descritto senza troppi giri di parole quello che ormai appare come il vero “nodo” dell’economia nazionale. Dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto appena del 6%, contro aumenti compresi tra il 13% e il 34% nei principali partner europei. Una stagnazione che non dipende soltanto dalla burocrazia o dalla dimensione ridotta delle imprese, spiegazioni ormai recitate come formule automatiche in ogni convegno romano con aria condizionata troppo forte. Il problema è più profondo e riguarda il rapporto tra innovazione, capitale umano e struttura produttiva.

Secondo il governatore, l’Italia è intrappolata in un circolo vizioso. Un sistema poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato, riducendo gli incentivi a investire in istruzione. Allo stesso tempo, la scarsità di competenze rende più difficile adottare tecnologie avanzate. Risultato: bassa produttività, salari fermi e fuga dei talenti.

I numeri parlano da soli. Solo il 30% dei trentenni italiani è laureato, ben sotto la media europea. Ancora più preoccupante è il dato sui NEET: un giovane non laureato su cinque non studia e non lavora. Nel frattempo, tra il 2020 e il 2024, circa 100 mila laureati hanno lasciato il Paese. Una sorta di “Piano Marshall al contrario” finanziato inconsapevolmente dai contribuenti italiani a favore delle economie concorrenti.

Dentro questo scenario entra l’elemento che domina ormai ogni dibattito economico globale: l’intelligenza artificiale.

Panetta evita sia l’entusiasmo messianico sia il catastrofismo apocalittico. L’AI viene descritta come una leva decisiva per rilanciare la produttività italiana, soprattutto in un Paese destinato a fare i conti con il declino demografico. La banca centrale riconosce che una diffusione rapida e pervasiva dell’intelligenza artificiale potrebbe aumentare la produttività del lavoro di oltre un punto percentuale all’anno, compensando persino la riduzione della popolazione in età lavorativa. In uno scenario di adozione lenta, invece, l’effetto resterebbe marginale, attorno allo 0,2%.

La differenza tra declino e rilancio, in sostanza, potrebbe dipendere dalla velocità con cui le imprese italiane riusciranno a integrare l’AI nei processi produttivi. E qui emerge un altro paradosso nazionale: il tessuto economico italiano è dominato da piccole e medie imprese spesso eccellenti nella manifattura e nel design, ma molto meno attrezzate sul piano digitale. Oggi soltanto il 5% delle aziende italiane utilizza l’intelligenza artificiale in modo intensivo.

Per questo Panetta insiste sul ruolo dello Stato, ma senza invocare sussidi generalizzati. Il governatore parla piuttosto di una strategia industriale coerente e selettiva. Rafforzare il trasferimento tecnologico, sostenere venture capital e private equity, utilizzare la domanda pubblica come motore di innovazione attraverso il pre-commercial procurement. Sanità, energia, sicurezza e mobilità vengono indicati come settori chiave dove l’intervento pubblico potrebbe orientare lo sviluppo di applicazioni avanzate.

L’idea di fondo è semplice: l’Italia possiede già alcuni asset importanti, dalle infrastrutture di calcolo avanzate al grande risparmio privato, ma manca una regia capace di trasformare queste risorse in crescita sistemica.

Il ragionamento si allarga inevitabilmente all’Europa, che nelle parole del governatore appare sospesa tra ambizioni geopolitiche e lentezze operative. Sul fronte dell’intelligenza artificiale il dominio globale è ormai un duopolio tra Stati Uniti e Cina. Cinque aziende americane controllano circa tre quarti della capacità mondiale di calcolo. Pechino prova a recuperare terreno attraverso una strategia aggressiva di export a basso costo per aggirare i dazi statunitensi, ma senza risolvere la debolezza della domanda interna. Bruxelles, invece, continua a muoversi con la velocità di un vecchio modem anni Novanta proprio mentre il resto del mondo corre con la fibra quantistica.

I ritardi del programma InvestAI e delle gigafactory europee sono diventati simbolici di questa difficoltà. Il rischio, implicito ma chiarissimo nelle Considerazioni finali, è che l’Europa resti schiacciata tra la potenza tecnologica americana e la capacità industriale cinese.

Nel frattempo il sistema bancario italiano vive una fase apparentemente positiva, con utili robusti e patrimonializzazione rafforzata. Ma anche qui Panetta inserisce più di un avvertimento. I prestiti garantiti dallo Stato rappresentano ancora oltre il 20% degli impieghi alle imprese, una quota tripla rispetto agli altri grandi Paesi europei. Una situazione che non può diventare permanente senza distorcere la selezione del credito.

Ancora più delicato il capitolo cyber. Tra il 2023 e il 2025 gli incidenti informatici che hanno coinvolto le banche italiane sono aumentati dell’80%. L’intelligenza artificiale, osserva il governatore, accelera anche la capacità di individuare vulnerabilità e orchestrare attacchi sofisticati. Per questo Bankitalia chiede investimenti molto più consistenti in sicurezza digitale e personale specializzato. Una trasformazione che non riguarda soltanto i software, ma la resilienza stessa del sistema finanziario.

Sul fondo resta una domanda politica prima ancora che economica: quale idea di sviluppo vuole inseguire l’Italia?

Panetta richiama Luigi Einaudi e il 1946, evocando una fase storica in cui il Paese seppe ricostruire istituzioni e fiducia dentro un contesto internazionale drammatico. Il riferimento non è casuale. Anche oggi l’Italia si trova davanti a una transizione che richiede visione di lungo periodo e capacità di evitare scorciatoie.

Il messaggio finale del governatore appare quasi filosofico. La tecnologia non produrrà automaticamente benessere condiviso. L’intelligenza artificiale, la robotica e le nuove piattaforme digitali possono diventare strumenti di crescita oppure moltiplicatori di disuguaglianze e concentrazione del potere economico. Dipenderà dalle regole, dagli investimenti e dalla qualità della politica economica.

In controluce, le Considerazioni finali 2026 raccontano un Paese che non può più permettersi di galleggiare. L’epoca della produttività stagnante compensata dal risparmio privato e dalla flessibilità delle famiglie sembra arrivata al capolinea. La vera sfida non riguarda soltanto i decimali del PIL o gli spread, ma la possibilità di offrire ai giovani italiani un orizzonte credibile dentro la rivoluzione tecnologica in corso.

Perché alla fine il punto sollevato da Bankitalia è persino più semplice di quanto sembri. Un Paese che non innova abbastanza rischia di perdere i suoi talenti. Un Paese che perde i suoi talenti smette lentamente di crescere. E un Paese che smette di crescere finisce inevitabilmente per avere paura del futuro.

Il problema, ormai, non è capire se l’intelligenza artificiale cambierà l’economia italiana. Il problema è decidere se l’Italia vuole ancora essere protagonista del proprio cambiamento oppure limitarsi a commentarlo, magari con l’eleganza istituzionale delle prossime Considerazioni finali.