Gli esperti del mercato del lavoro negli ultimi anni ci hanno ripetuto una formula diventata quasi religiosa: studiate materie scientifiche, imparate a programmare, diventate ingegneri dei dati e il futuro sarà vostro. Poi arriva Christopher Pissarides, premio Nobel per l’Economia, e dal palco del Teatro Sociale di Trento, in occasione del Festival dell’Economia, rimette elegantemente tutto in discussione. Non demolendo il valore della tecnologia, anzi. Ma ricordando qualcosa che nel dibattito sull’intelligenza artificiale spesso viene dimenticato: le macchine possono imitare molte competenze tecniche, molto meno quelle profondamente umane.

Il messaggio dell’economista cipriota-britannico è quasi paradossale nell’epoca dell’AI generativa. Proprio mentre governi, università e aziende corrono verso competenze STEM sempre più specialistiche, Pissarides sostiene che nell’AI age le soft skills contano più delle competenze scientifiche strette. E lo dice senza alcuna vena nostalgica o anti-tecnologica. Al contrario, partendo da una constatazione molto concreta: l’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro, ma non nel modo semplicistico con cui spesso viene raccontato.

Secondo il Nobel, la vera “arma segreta” degli esseri umani resta ciò che non può essere facilmente codificato in un algoritmo. Empatia, leadership, creatività, capacità di lavorare in gruppo, pensiero critico, calma nelle situazioni complesse. Pissarides quasi si infastidisce per l’etichetta “soft”, perché suggerisce debolezza. Per lui è esattamente il contrario. Sono le competenze più dure da replicare artificialmente, proprio perché nascono dall’esperienza umana, dalle relazioni, dalla sensibilità e perfino dall’imperfezione.

In fondo, il ragionamento del premio Nobel smonta una delle illusioni più diffuse della rivoluzione digitale: l’idea che tutto ciò che è umano possa essere tradotto in dati, istruzioni e automazione. Le nozioni matematiche e tecnologiche di base restano importanti, chiarisce, ma non rappresentano la parte più preziosa della sostanza di cui è fatto un essere umano.

Dietro questa riflessione si intravede anche una critica implicita al modo in cui l’Occidente sta costruendo il dibattito sull’intelligenza artificiale. Da mesi l’attenzione pubblica oscilla tra due estremi opposti. Da una parte l’entusiasmo quasi messianico di chi vede nell’AI la soluzione a ogni problema economico. Dall’altra il catastrofismo di chi immagina milioni di posti di lavoro cancellati da chatbot e algoritmi. Pissarides sceglie invece una terza strada, più pragmatica e meno rumorosa: capire cosa resterà inevitabilmente umano.

Ed è qui che il discorso diventa molto più interessante di una semplice riflessione accademica.

Secondo l’economista, il vero rischio culturale dell’era digitale non è soltanto la sostituzione del lavoro umano, ma la perdita progressiva della capacità di concentrazione e profondità. Pissarides mette in guardia dalla tentazione di adottare la parte peggiore dei social media e della comunicazione digitale: il consumo compulsivo di informazioni superficiali, il passaggio continuo da una schermata all’altra, l’incapacità di soffermarsi davvero su un problema complesso.

In pratica, mentre le piattaforme ci addestrano alla distrazione permanente, il mercato del lavoro potrebbe premiare sempre di più chi riesce ancora a concentrarsi seriamente su qualcosa per più di trenta secondi consecutivi. Una rivoluzione quasi ironica. Dopo anni passati a glorificare multitasking e velocità, la vera competenza rara potrebbe tornare a essere l’attenzione.

Pissarides porta poi il discorso su un terreno molto concreto: le professioni della cura. Infermieri, medici, operatori sociali, educatori, assistenza agli anziani e ai bambini. Qui il Nobel è netto. L’intelligenza artificiale può aiutare, suggerire, analizzare dati, perfino consigliare una dieta o interpretare esami clinici. Ma non può sostituire la relazione umana.

L’esempio scelto è volutamente semplice e potentissimo. Si può chiedere a ChatGPT o Claude quale sia il cibo migliore per un neonato o come farlo smettere di piangere. Ma non si può chiedere a un chatbot di prendersi cura del bambino al posto di un genitore. È il confine tra informazione e relazione. Tra assistenza tecnica e presenza umana.

Questo punto apre una questione economica enorme, spesso sottovalutata. Da anni produttività e innovazione vengono associate soprattutto all’automazione manifatturiera. Pissarides riconosce che l’AI aumenterà certamente la produttività industriale, ma sottolinea come il settore dei servizi funzioni secondo logiche profondamente diverse. Ed è proprio nei servizi avanzati, nella cura, nell’educazione, nella gestione delle persone e nelle professioni relazionali che le competenze umane potrebbero acquisire ancora più valore.

In altre parole, il futuro del lavoro potrebbe diventare meno “tecnico” di quanto immaginiamo e molto più umano. Un concetto quasi rivoluzionario dopo decenni di retorica sulla disintermediazione tecnologica.

Naturalmente il premio Nobel non minimizza le paure legate all’automazione. Sa perfettamente che milioni di lavoratori guardano all’intelligenza artificiale con preoccupazione reale, non teorica. Ma invita a evitare il terrore collettivo. Forte della sua esperienza attraverso numerosi cicli economici e trasformazioni tecnologiche, osserva che il mercato del lavoro non evolve mai in modo lineare.

Qui riemergono gli studi che gli valsero il Nobel, quelli sulle cosiddette search frictions, le “frizioni di ricerca” nel mercato del lavoro. Un concetto spesso banalizzato come semplice mismatch tra domanda e offerta, ma che in realtà descrive qualcosa di più sofisticato. La disoccupazione non nasce sempre dalla mancanza di competenze. Molto spesso deriva da asimmetrie informative, inefficienze nei meccanismi di incontro tra imprese e lavoratori, rigidità organizzative e problemi di accesso alle opportunità.

Ed è interessante notare come, anche nell’epoca degli algoritmi e delle piattaforme digitali, queste frizioni continuino a esistere. Anzi, in alcuni casi rischiano di amplificarsi. Perché avere più tecnologia non significa automaticamente avere mercati del lavoro più efficienti o più giusti.

Uno dei passaggi più profondi dell’intervento di Pissarides riguarda però l’accesso alle professioni. Molti osservatori temono che l’AI possa automatizzare proprio le mansioni iniziali di carriera, quelle più ripetitive e semplici che tradizionalmente servivano ai giovani per imparare un mestiere e costruire esperienza.

È una preoccupazione fondata. Se l’intelligenza artificiale “ruba” i primi gradini della scala professionale, come si costruirà il know how delle nuove generazioni?

La risposta del Nobel non è tecnologica, ma culturale. Bisogna ripensare completamente il modo in cui immaginiamo formazione, apprendimento e crescita professionale. Non esistono formule matematiche già pronte, ammette. Ed è proprio questo il punto. Le società dovranno inventare nuovi modelli di ingresso nel lavoro, nuove modalità di trasmissione dell’esperienza, nuovi percorsi di crescita.

Ancora una volta, la soluzione non sarà trovata dall’intelligenza artificiale, ma dalla capacità umana di adattarsi, collaborare e creare nuovi schemi sociali.

In controluce, il pensiero di Pissarides racconta qualcosa di molto diverso rispetto alla narrativa dominante sull’AI. Non una guerra tra uomini e macchine. Non una sostituzione totale. Piuttosto una ridefinizione del valore umano dentro economie sempre più automatizzate.

Ed è forse questa la vera provocazione del Nobel. Per anni abbiamo pensato che il progresso consistesse nel diventare sempre più simili alle macchine: efficienti, veloci, standardizzati, ottimizzati. Adesso che le macchine iniziano davvero a ragionare, scrivere e produrre contenuti, scopriamo improvvisamente che il valore umano potrebbe stare proprio nell’opposto.

Empatia invece di automazione. Pensiero critico invece di esecuzione meccanica. Relazione invece di semplice informazione.

Il paradosso dell’intelligenza artificiale potrebbe essere questo: più le macchine diventano intelligenti, più il mercato del lavoro avrà bisogno di esseri umani capaci di esserlo davvero.