Michel Gondry parla di intelligenza artificiale esattamente come ci si aspetterebbe da Michel Gondry: senza apocalissi, senza entusiasmo messianico e soprattutto senza quel tono da keynote tecnologico che ormai accompagna qualsiasi discussione sull’AI come se il futuro fosse sempre a tre slide di distanza.
Il regista di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, arrivato a Torino per il laboratorio cinematografico della Scuola Holden, sembra molto più interessato alle piccole deformazioni dell’esperienza umana che alle grandi narrazioni sulla disruption digitale. Ed è probabilmente proprio questo il motivo per cui le sue osservazioni sull’intelligenza artificiale risultano più interessanti di molte conferenze organizzate da aziende da miliardi di dollari.
Gondry non nega il problema. L’AI “toglierà lavoro in una certa misura”, ammette con lucidità quasi disarmante. Ma subito dopo aggiunge qualcosa che nel dibattito contemporaneo viene spesso dimenticato: renderà anche la produzione audiovisiva più accessibile per chi non dispone di grandi budget.
Dentro questa frase apparentemente semplice esiste una delle grandi contraddizioni culturali dell’intelligenza artificiale creativa. L’AI democratizza e precarizza contemporaneamente.
Abbassa le barriere tecniche. Riduce i costi produttivi. Permette a più persone di creare immagini, filmati, effetti visivi, animazioni e persino interi cortometraggi senza infrastrutture hollywoodiane. Ma nello stesso momento comprime valore economico, standardizza estetiche e trasforma il lavoro creativo in qualcosa di molto più instabile.
Ed è curioso che a raccontarlo sia proprio Gondry.
Perché il cinema di Michel Gondry ha sempre funzionato quasi come un manifesto anti-automazione. I suoi film sono pieni di imperfezioni fisiche, trucchi artigianali, effetti analogici, oggetti costruiti a mano, scenografie che sembrano uscite da un laboratorio infantile governato da sogni leggermente storti. Persino quando rappresentava la memoria che si dissolveva in “Se mi lasci ti cancello”, Gondry cercava piccoli errori emotivi invece che perfezione tecnica.
Abbassare lentamente il volume di una scena. Far recitare agli attori le battute sbagliate. Inserire esitazioni nei dialoghi. Micro-fratture narrative per simulare il modo in cui i ricordi si deformano mentre li viviamo.
È quasi l’opposto filosofico dell’intelligenza artificiale contemporanea.
I modelli generativi lavorano infatti nella direzione contraria: eliminare attrito, ridurre l’errore, ottimizzare la fluidità, prevedere coerenza statistica. L’AI tende naturalmente verso un’estetica dell’efficienza. Gondry invece ha sempre costruito cinema intorno all’imperfezione umana.
Ed è qui che il suo ragionamento diventa improvvisamente molto più profondo di una semplice opinione sul futuro del settore.
Quando il regista francese dice che il rischio dell’AI è anche estetico, non sta facendo soltanto il classico discorso nostalgico contro la tecnologia. Sta descrivendo un problema reale dell’economia creativa contemporanea: la velocità con cui le nuove estetiche digitali diventano immediatamente obsolete.
L’esempio dei sintetizzatori anni Ottanta è perfetto. All’inizio sembravano futuristici. Poi improvvisamente hanno iniziato a suonare come il passato che imitava il futuro. Ecco, l’intelligenza artificiale rischia qualcosa di simile.
Oggi immagini iperrealistiche, video generativi e simulazioni perfette producono stupore tecnologico. Ma l’abitudine visiva accelera molto più rapidamente dell’innovazione stessa. E ciò che oggi appare rivoluzionario rischia di diventare rapidamente riconoscibile, standardizzato e persino stancante.
In pratica il problema dell’AI creativa potrebbe non essere la mancanza di qualità, ma l’eccesso di prevedibilità.
Ed è paradossale perché proprio mentre Hollywood e le piattaforme streaming investono miliardi nell’automazione della produzione, molti spettatori iniziano inconsciamente a desiderare l’opposto: errori, limiti, stranezze, umanità percepibile.
Gondry sembra averlo capito perfettamente.
Anche il laboratorio organizzato a Torino racconta questa filosofia. Oltre seicento ragazzi under 30 divisi in troupe, chiamati a scrivere, girare, montare e proiettare un cortometraggio in appena tre ore. Un sistema quasi brutale nella sua semplicità. Nessuna ossessione tecnologica. Nessuna attesa della perfezione. Solo creatività compressa dentro limiti concreti.
Che è esattamente ciò che l’AI rischia di eliminare.
Perché il punto più interessante della rivoluzione generativa non riguarda la produzione automatica di contenuti. Riguarda il cambiamento psicologico nel rapporto tra creatività e fatica. Quando creare diventa istantaneo, infinito e a costo quasi zero, cambia inevitabilmente anche la percezione del valore creativo.
L’immagine generata perde peso perché potrebbe essere sostituita da altre mille immagini generate nei trenta secondi successivi.
Ed è qui che Michel Gondry, quasi involontariamente, tocca uno dei temi più profondi dell’epoca AI: il rischio di un’abbondanza creativa così estrema da svuotare emotivamente le opere stesse.
Non sorprende allora che il regista parli del futuro del cinema con più malinconia che entusiasmo tecnologico. Le produzioni medie stanno scomparendo. Restano i colossal giganteschi e i micro-budget. Nel mezzo, dice Gondry, diventa sempre più difficile fare film.
Anche questa è una dinamica profondamente legata all’intelligenza artificiale e all’economia digitale contemporanea. Le piattaforme tendono naturalmente verso polarizzazione estrema: enorme scala industriale oppure iper-nicchie produttive. Lo spazio intermedio lentamente collassa.
Nel frattempo Gondry continua a ragionare da autore analogico in un mondo che accelera verso l’automazione cognitiva. E forse proprio per questo le sue paure risultano così umane.
Quando gli chiedono quale sia la sua paura più grande, risponde semplicemente: “la mia morte, perché con me finirà tutto”.
Una frase che sembra lontanissima dal dibattito sull’intelligenza artificiale e invece ne rappresenta forse il centro emotivo più autentico.
Perché tutta la corsa contemporanea verso AI generative, avatar, memoria digitale, simulazioni creative e automazione culturale nasce anche da una tensione molto antica: il desiderio umano di lasciare tracce permanenti, di continuare oltre la propria fine biologica, di rendere replicabile ciò che inevitabilmente non lo è.
Eppure il cinema di Gondry continua a ricordarci una cosa molto semplice: le emozioni più potenti raramente nascono dalla perfezione. Nascono dagli errori, dalle esitazioni, dai ricordi deformati, dai limiti tecnici, dalle cose costruite male ma vissute profondamente.
Tutto ciò che l’intelligenza artificiale, almeno per ora, continua ancora a imitare invece che comprendere davvero.