Recentemente due figure che incarnano l’ortodossia della stabilità macroeconomica globale, Mark Carney e Mario Draghi, hanno descritto con linguaggio insolitamente netto una frattura sistemica che non è più solo congiunturale ma strutturale. La loro lettura converge su un punto scomodo per la narrativa post Guerra Fredda: l’ordine internazionale basato su regole condivise non sta semplicemente scricchiolando, ma sta perdendo coerenza interna sotto il peso di tensioni geopolitiche, protezionismo selettivo e una crescente politicizzazione del commercio globale. L’elemento destabilizzante non è un singolo evento, ma la somma di decisioni che, soprattutto nel secondo ciclo politico americano sotto Donald Trump, hanno accelerato la trasformazione delle relazioni economiche in strumenti espliciti di potere.

Il mondo che si era immaginato dopo il 1989, quello della cosiddetta fine della storia e della globalizzazione come forza armonizzante, appare oggi come un’ipotesi storica più che come un equilibrio stabile. La promessa implicita era semplice nella sua eleganza teorica: mercati aperti, integrazione finanziaria e diffusione delle istituzioni liberali avrebbero generato convergenza economica e, per estensione, politica. Anche il lessico economico dell’epoca, dalla “fine della distanza” alla centralità del WTO, rifletteva questa fiducia quasi ingegneristica nella convergenza sistemica incarnata dalla World Trade Organization. Tuttavia, quella costruzione ha sottovalutato la resilienza delle differenze strategiche tra Stati e la natura non lineare degli squilibri macroeconomici globali.

Nel frattempo, i dati macroeconomici raccontano una storia meno ideologica e più ambivalente. La globalizzazione ha prodotto un’espansione senza precedenti del commercio internazionale e una riduzione significativa della povertà estrema, ma ha anche accelerato la concentrazione della ricchezza, la dislocazione industriale e la polarizzazione del lavoro nei paesi avanzati. L’industria manifatturiera occidentale ha perso peso relativo mentre la produttività si spostava verso tecnologia e servizi ad alto contenuto di capitale. La narrativa della “vittoria dei mercati” si è così intrecciata con una realtà sociale più complessa, in cui l’efficienza globale non si è tradotta automaticamente in stabilità politica domestica.

Il punto di rottura non è stato immediato, ma progressivo. La crisi finanziaria globale del 2007-2008 ha rappresentato un primo stress test sistemico, rivelando che un mondo altamente integrato dal punto di vista finanziario poteva essere anche profondamente instabile. Le politiche monetarie espansive, gli squilibri delle partite correnti e la fragilità delle catene del credito hanno evidenziato che l’interdipendenza non equivale a resilienza. Da quel momento, la fiducia nella capacità delle istituzioni globali di governare il ciclo economico si è erosa in modo costante.

Successivamente, la traiettoria si è spostata verso una frammentazione più esplicita. La dinamica tra Stati Uniti e Cina si è trasformata da integrazione commerciale a competizione sistemica, mentre l’emergere dei BRICS ha introdotto una geometria multipolare meno prevedibile. Le politiche industriali sono tornate centrali, il concetto di supply chain è diventato un tema di sicurezza nazionale e la “weaponisation of trade” ha ridefinito il commercio come leva geopolitica. In questo contesto, il protezionismo non è un’anomalia, ma una risposta razionale a un ambiente percepito come instabile.

L’analisi di Ignazio Visco aggiunge una dimensione più europea e strutturale alla diagnosi. Il suo punto centrale è che l’interdipendenza globale non è scomparsa, ma si è sganciata dalla cooperazione politica. Gli Stati Uniti restano il perno finanziario del sistema, mentre la Cina combina surplus commerciali e politica industriale aggressiva, e l’Europa si colloca in una posizione intermedia, tecnologicamente vulnerabile e istituzionalmente incompleta. In questa configurazione, la frammentazione non elimina la globalizzazione, ma la rende meno ordinata e più costosa.

Sul piano monetario, il ruolo del dollaro continua a rappresentare un’asimmetria strutturale. Nonostante le tensioni, la mancanza di alternative realmente liquide e profonde mantiene la centralità del sistema statunitense, rafforzato anche dall’evoluzione delle infrastrutture digitali e dall’emergere di strumenti finanziari legati alla tokenizzazione del dollaro stesso. Tuttavia, questa centralità non elimina gli squilibri di fondo, in particolare la posizione patrimoniale netta negativa degli Stati Uniti e la dipendenza strutturale dalla domanda esterna.

Il risultato finale è un sistema ibrido, in cui la globalizzazione non è né finita né pienamente funzionante. Le catene del valore si stanno regionalizzando, le alleanze economiche diventano selettive e le politiche industriali sostituiscono progressivamente il multilateralismo classico. In questo scenario, l’Unione europea appare come un attore incompleto, potenzialmente rilevante ma strutturalmente limitato dalla frammentazione interna e dal ritardo tecnologico nei settori chiave come intelligenza artificiale, cloud e semiconduttori.

La traiettoria che emerge non è quella di un ritorno all’autarchia, ma di una competizione regolata in modo imperfetto tra blocchi economici interdipendenti. Il paradosso è che più aumenta la consapevolezza dei costi della frammentazione, più gli attori globali continuano a comportarsi come se la sicurezza economica fosse un bene esclusivamente nazionale. In questa tensione irrisolta si colloca la fase attuale, dove la domanda non è se la globalizzazione continuerà, ma a quali condizioni politiche e tecnologiche potrà ancora esistere senza degenerare in instabilità sistemica permanente.