Dal New York Times alla CNN, torna al centro lo scontro tra intelligenza artificiale e copyright. Al centro della disputa non c’è la tecnologia, ma il valore economico delle informazioni che la alimentano.

Per anni internet ha vissuto una sorta di patto non scritto: gli editori producevano contenuti, i motori di ricerca li indicizzavano e i lettori trovavano le informazioni. Tutti, più o meno, ottenevano qualcosa in cambio. L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato questo equilibrio.

Oggi il contenuto non viene soltanto trovato. Viene letto, elaborato, sintetizzato e trasformato in nuove risposte prodotte da sistemi che sempre di più andranno a sostituire, almeno in parte, la visita alla fonte originale. Ed è proprio qui che si sta consumando una delle battaglie più importanti dell’economia digitale.

Da una parte ci sono le aziende che sviluppano modelli di intelligenza artificiale sempre più sofisticati. Dall’altra gli editori che sostengono di vedere il proprio lavoro utilizzato senza autorizzazione per addestrare e alimentare questi sistemi.

Le ultime settimane hanno riportato il conflitto al centro del dibattito internazionale.

Il New York Times alza la voce

A Marsiglia, durante il Congresso Mondiale dei Media organizzato dalla WAN-IFRA, il direttore editoriale del New York Times, Arthur Gregg Sulzberger, ha scelto parole difficilmente equivocabili.

Secondo Sulzberger, le aziende dell’intelligenza artificiale stanno “rubando spudoratamente la proprietà intellettuale” dei media di informazione.

Un’accusa che arriva da uno dei gruppi editoriali più influenti del mondo e che assume un peso particolare perché si inserisce in una causa già avviata dal New York Times contro OpenAI.

Nel suo intervento, Sulzberger ha parlato di un settore giornalistico troppo silenzioso e troppo frammentato di fronte a pratiche che considera abusive. Ha definito il prelievo massiccio di contenuti giornalistici da parte delle piattaforme AI un “furto senza scrupoli della proprietà intellettuale” realizzato su una scala mai vista prima.

Una critica che non riguarda soltanto il copyright, ma lo stesso modello economico dell’informazione. I contenuti vengono acquisiti dai sistemi AI senza autorizzazione né compensazione economica, per poi essere restituiti ai lettori sotto forma di risposte sintetiche che rischiano di ridurre traffico, pubblico e ricavi per le testate che hanno prodotto quei contenuti.

In altre parole, qualcuno sostiene il costo dell’inchiesta, della verifica e della produzione delle notizie. Qualcun altro utilizza il risultato per addestrare sistemi che generano valore economico altrove. Ed è proprio questa la questione che sta alimentando lo scontro.

La causa della CNN contro Perplexity

Le dichiarazioni di Marsiglia sono arrivate peraltro quasi in contemporanea con una nuova azione legale negli Stati Uniti.

La CNN ha infatti denunciato Perplexity, una delle piattaforme AI più note nel settore della ricerca conversazionale, accusandola di aver utilizzato oltre 17.000 articoli, immagini e video dell’emittente senza licenza.

Secondo la ricostruzione della rete americana, i contenuti sarebbero stati impiegati per addestrare e alimentare i sistemi di intelligenza artificiale della società. Il caso è particolarmente interessante perché mette in evidenza uno dei nodi giuridici più delicati dell’intera vicenda.

Perplexity sostiene che il diritto d’autore protegga la forma espressiva dei contenuti e non i fatti o le informazioni in essi contenuti. L’azienda afferma quindi di elaborare informazioni e non di appropriarsi delle opere originali.

La CNN dal canto suo propone una lettura completamente diversa. Per l’emittente, un articolo giornalistico non è una semplice raccolta di fatti. È il risultato di un processo editoriale che comprende ricerca, verifica, selezione delle fonti, contestualizzazione e interpretazione. Tutti elementi che contribuiscono a creare un’opera protetta dal diritto d’autore.

Attenzione: la controversia non nasce da un rifiuto della tecnologia. La stessa CNN ha precisato di avere già accordi di licenza con altre aziende del settore, tra cui Meta. Il problema evidentemente, è di natura economica ed emerge quando l’utilizzo avviene senza autorizzazione e senza una forma di remunerazione degli editori.

La vera battaglia riguarda il valore dei contenuti

Tuttavia, dietro le accuse reciproche si nasconde una domanda molto più complessa. Chi deve essere remunerato quando un modello di intelligenza artificiale genera valore utilizzando contenuti creati da altri?

È una questione che riguarda il giornalismo, ma che coinvolge anche editoria, musica, cinema, fotografia e produzione culturale in senso più ampio.

I grandi modelli linguistici hanno bisogno di enormi quantità di dati per essere addestrati. Più cresce la competizione tra aziende AI, più aumenta la necessità di accedere a informazioni di qualità.

E le informazioni di qualità raramente nascono da sole. Dietro un’inchiesta giornalistica, un reportage internazionale o un’analisi economica ci sono redazioni, corrispondenti, fotografi, analisti, uffici studi e investimenti che possono richiedere mesi di lavoro.

L’intelligenza artificiale rappresenta la parte più visibile della catena. I contenuti che la alimentano restano spesso invisibili.

Finché qualcuno non presenta una causa.

Dallo scraping al licensing: il mercato cerca un nuovo equilibrio

La fase iniziale dell’AI generativa è stata caratterizzata da una raccolta massiva di dati provenienti dal web. Questo è innegabile.

Molti editori sostengono che questa fase abbia ignorato principi consolidati di autorizzazione e remunerazione. Le aziende tecnologiche replicano che l’addestramento dei modelli rientra in pratiche legittime o trasformative che non equivalgono a una riproduzione diretta delle opere.

Nel frattempo, il mercato sta cercando una terza strada. Negli ultimi mesi sono aumentati gli accordi di licensing tra gruppi editoriali e aziende AI. Alcune testate hanno scelto di concedere l’accesso ai propri archivi in cambio di compensi economici e condizioni contrattuali definite.

È un segnale importante. La discussione si sta spostando progressivamente dal terreno dello scontro ideologico a quello della negoziazione commerciale.

Ma il passaggio è ancora lontano dall’essere completato con reciproca soddisfazione.

Il futuro dell’AI passa anche dal futuro del giornalismo

Le parole pronunciate da Sulzberger a Marsiglia e la causa intentata dalla CNN contro Perplexity raccontano la stessa storia da prospettive diverse.

La questione non riguarda soltanto il copyright. Riguarda la sostenibilità economica dell’informazione nell’era dell’intelligenza artificiale.

Se i contenuti giornalistici diventano materia prima per i modelli AI, gli editori chiedono di essere riconosciuti come parte della catena del valore e non come semplici fornitori involontari di dati.

Le aziende tecnologiche, dal canto loro, sostengono che l’innovazione richieda la possibilità di elaborare e interpretare le informazioni disponibili sul web.

Tra queste due posizioni si giocherà una parte importante del futuro digitale.

Perché se è vero che l’intelligenza artificiale può generare risposte in pochi secondi, le notizie che alimentano quelle risposte, invece, continuano a richiedere tempo, competenze, verifiche e investimenti.

E proprio su quel valore, oggi, si sta combattendo una delle partite più importanti dell’economia dell’informazione.