Dopo le accuse sullo scraping e l’uso non autorizzato dei contenuti, il Regno Unito introduce il diritto all’opt-out dalle sintesi AI di Google. Una svolta che potrebbe cambiare il rapporto tra piattaforme, traffico e informazione.
Prima è arrivata la battaglia sui dati. Poi quella sul copyright. Adesso il confronto tra editori e intelligenza artificiale si sposta su un terreno ancora più delicato: il traffico.
Perché se la prima domanda era chi possiede i contenuti utilizzati per addestrare i modelli AI, la seconda riguarda chi beneficia economicamente delle informazioni una volta che quelle stesse tecnologie iniziano a rispondere direttamente ai lettori.
La decisione della Competition and Markets Authority britannica potrebbe rappresentare uno dei passaggi più significativi di questa nuova fase.
L’autorità antitrust del Regno Unito ha infatti imposto a Google il diritto di opt-out dalle AI Overviews, le sintesi generate dall’intelligenza artificiale che compaiono in cima ai risultati di ricerca e che sempre più spesso forniscono una risposta completa senza richiedere la visita ai siti originali.
Una scelta che arriva in un momento particolarmente delicato per l’intero settore dell’informazione.
Dallo scraping alla disintermediazione
Le polemiche degli ultimi mesi avevano avuto come protagonista l’addestramento dei modelli. Arthur Gregg Sulzberger, editore del New York Times, ha accusato le aziende AI di “rubare spudoratamente la proprietà intellettuale” degli editori. La CNN ha avviato un’azione legale contro Perplexity sostenendo che migliaia di articoli, immagini e video fossero stati utilizzati senza licenza per alimentare sistemi di intelligenza artificiale.
Al centro della discussione c’è la materia prima: i contenuti. Chi li produce. Chi li utilizza. Chi viene remunerato.
La vicenda britannica affronta invece una questione diversa.
Anche quando i contenuti non vengono copiati integralmente, anche quando vengono citati o sintetizzati, cosa succede se l’utente non arriva più sul sito che li ha prodotti?
La domanda può sembrare banale, ma per gli editori vale milioni di euro.
Il problema non è soltanto il copyright
Per oltre vent’anni i motori di ricerca hanno funzionato come una grande rotatoria digitale.
I motori indicizzavano i contenuti, li mostravano agli utenti e li indirizzavano verso le fonti originali. Gli editori accettavano questa dinamica perché il traffico generato dal motore di ricerca rappresentava una componente fondamentale del loro modello economico basato sulle revenues da adv.
Ora però, le AI Overviews modificano questo equilibrio. Il lettore formula una domanda, l’intelligenza artificiale legge decine di fonti, elabora una sintesi e restituisce una risposta.
Il dramma, lato editori, è che sempre più spesso la conversazione finisce lì. L’informazione arriva, il clic no.
Per molti editori il problema non è soltanto l’utilizzo del contenuto, ma la progressiva scomparsa del passaggio che trasforma la lettura in traffico, il traffico in pubblicità e la pubblicità in sostenibilità economica.
La notizia, per la prima volta nella storia del web, rischia di essere consumata senza che il lettore entri realmente in contatto con chi l’ha prodotta.
Perché il Regno Unito ha deciso di intervenire
La CMA ha spiegato che il nuovo diritto all’opt-out serve a riequilibrare il rapporto di forza tra Google e gli editori.
Un passaggio questo che merita attenzione.
Per anni il dibattito sul digitale si è concentrato sulla protezione dei dati personali. Oggi le Autority iniziano a interrogarsi anche sulla protezione del valore economico generato dai contenuti.
Basti pensare che Google controlla oltre il 90% delle ricerche online nel Regno Unito. Una posizione che rende il motore di ricerca uno snodo essenziale per la visibilità di giornali, media e siti web.
Consentire agli editori di decidere se comparire o meno nelle sintesi AI significa riconoscere che i contenuti hanno un valore negoziale autonomo. Che non si tratta solo di dati da elaborare ma rappresentano asset economici fondamentali.
È una differenza sostanziale.
L’opt-out può salvare il traffico degli editori?
Questa è probabilmente la domanda più interessante. E la risposta, almeno per il momento, è meno semplice di quanto possa sembrare.
Da una parte il diritto all’opt-out offre agli editori una leva che finora non avevano. Per la prima volta possono utilizzare l’accesso ai propri contenuti come strumento negoziale nei confronti delle piattaforme AI.
Dall’altra esiste un rischio evidente. Se un editore sceglie di uscire dalle AI Overviews, è vero che potrebbe proteggere il proprio contenuto dalle sintesi automatiche, ma d’altro canto potrebbe anche ritrovarsi con la propria visibilità ridotta all’interno di un ecosistema di ricerca che è sempre più guidato dall’intelligenza artificiale.
È il classico dilemma dell’economia digitale. Partecipare e perdere controllo o preservare il controllo rischiando di perdere rilevanza?
Dai clic ad un nuovo modello economico
Per anni il successo di un contenuto si è misurato attraverso le visite. L’intelligenza artificiale sta imponendo una metrica diversa: la presenza nella risposta.
Essere citati potrebbe diventare importante quanto essere cliccati. Peccato però che per gli editori questa trasformazione presenti un problema evidente. Le redazioni non si finanziano con le citazioni, si finanziano con lettori, abbonamenti, pubblicità e relazioni dirette con il pubblico.
Per questo motivo la richiesta avanzata da molti gruppi editoriali non riguarda soltanto la trasparenza degli algoritmi o il rispetto del copyright.
Riguarda la costruzione di nuovi modelli economici che consentano ai creatori di contenuti di partecipare al valore generato dall’intelligenza artificiale.
Una decisione destinata a fare scuola
La scelta britannica potrebbe rappresentare un precedente importante anche per Europa e Stati Uniti. Non perché risolva definitivamente il conflitto tra editori e piattaforme AI.
Al contrario. Perché riconosce ufficialmente che il problema esiste.
Dopo la stagione delle cause sullo scraping e sulle licenze, si apre quella della distribuzione del traffico e della remunerazione dell’attenzione.
La domanda che accompagnerà i prossimi anni non sarà soltanto se l’intelligenza artificiale possa utilizzare i contenuti degli editori. Sarà anche un’altra: chi deve beneficiare economicamente quando una risposta generata dall’AI viene costruita grazie al lavoro di una redazione?
Il Regno Unito ha scelto di iniziare a rispondere. E per la prima volta non ha chiesto alle piattaforme di fermarsi. Ha chiesto loro di negoziare. Sembra un buon punto di partenza.