L’uscita di scena di Sriram Krishnan arriva proprio mentre la Casa Bianca si allontana dalla linea libertaria che lui e David Sacks avevano contribuito a costruire.
Trump sta iniziando a parlare apertamente di partecipazioni pubbliche nelle aziende AI, un tema che fino a pochi mesi fa sarebbe stato considerato quasi eretico nell’ortodossia repubblicana.
La coincidenza temporale è troppo perfetta per essere ignorata. Proprio mentre la Casa Bianca inizia a discutere di partecipazioni pubbliche nelle aziende di intelligenza artificiale e introduce nuovi meccanismi di collaborazione tra governo e sviluppatori di modelli avanzati, Sriram Krishnan, uno degli uomini che più hanno contribuito a definire la strategia AI dell’amministrazione Trump, annuncia la propria uscita dall’incarico.
Krishnan non era un semplice consigliere tecnico. Proveniente da Andreessen Horowitz e profondamente integrato nell’ecosistema della Silicon Valley, rappresentava insieme a David Sacks la corrente favorevole a una regolazione minima dell’intelligenza artificiale. Il loro obiettivo era chiaro: accelerare lo sviluppo americano, ridurre gli ostacoli burocratici e differenziarsi nettamente dall’approccio dell’amministrazione Biden, che aveva puntato su obblighi di trasparenza, condivisione di informazioni e controlli preventivi più stringenti.
Per mesi questa impostazione è sembrata destinata a prevalere. Poi qualcosa è cambiato.
L’accelerazione dei modelli più avanzati ha aperto una discussione interna sempre più intensa sui rischi di sicurezza nazionale. Il riferimento non è casuale. Nelle ultime settimane l’attenzione di Washington si è concentrata su sistemi di nuova generazione come Mythos di Anthropic, considerati sufficientemente potenti da sollevare preoccupazioni concrete in ambito cyber. La questione non riguarda più soltanto la competitività economica o la corsa contro la Cina. Riguarda la possibilità che modelli sempre più sofisticati possano amplificare capacità offensive nel dominio digitale.
Il risultato è stato un parziale riposizionamento politico. Dopo settimane di confronto, Trump ha firmato un ordine esecutivo che istituisce un framework volontario attraverso cui le aziende potranno condividere i propri modelli con il governo prima di distribuirli ad altri partner. Non si tratta delle misure coercitive sostenute dall’amministrazione precedente, ma nemmeno della completa assenza di supervisione auspicata da parte della Silicon Valley più libertaria.
Venerdì Trump ha confermato di voler convocare alla Casa Bianca i principali protagonisti dell’intelligenza artificiale per discutere possibili “partnership” finanziarie tra governo e aziende del settore. Le dichiarazioni arrivano immediatamente dopo le indiscrezioni pubblicate da NOTUS secondo cui Sam Altman avrebbe avuto colloqui con funzionari dell’amministrazione riguardo a una possibile partecipazione governativa in OpenAI.
Trump non ha spiegato quale forma potrebbe assumere questa collaborazione, ma ha utilizzato un linguaggio che merita attenzione. Ha dichiarato che il pubblico americano potrebbe diventare “essenzialmente un partner” delle aziende AI, consentendo ai cittadini di beneficiare economicamente della crescita del settore.
La politica industriale americana si basava sull’assunto che il successo delle imprese private avrebbe generato automaticamente prosperità diffusa. Qui emerge invece un ragionamento diverso: l’intelligenza artificiale potrebbe produrre una concentrazione di ricchezza talmente elevata da rendere necessario un coinvolgimento diretto dello Stato nella distribuzione dei benefici economici.
Trump ha perfino sottolineato che la sua amministrazione possiede già partecipazioni in alcune società considerate strategiche, inclusi gruppi attivi nel settore quantistico e dei semiconduttori. Un’affermazione che sarebbe sembrata sorprendente persino durante il suo primo mandato.
Osservando insieme i due eventi emerge una trasformazione più ampia. L’amministrazione che aveva inizialmente affidato la politica AI a figure provenienti quasi esclusivamente dal mondo del venture capital e delle startup sta iniziando a confrontarsi con un problema diverso: cosa accade quando l’intelligenza artificiale smette di essere soltanto una tecnologia emergente e diventa un’infrastruttura economica nazionale.
La possibile uscita di Krishnan verso un nuovo istituto di consulenza politica dedicato all’intelligenza artificiale rafforza questa lettura. Il suo lavoro era stato quello di costruire le condizioni per accelerare il settore. Oggi la discussione a Washington sembra essersi spostata su un terreno più complesso: chi controllerà i modelli più potenti, chi avrà accesso ai loro benefici economici e quale ruolo dovrà avere il governo in un’industria che potrebbe ridefinire gli equilibri economici degli Stati Uniti.
Non è ancora una svolta ideologica. Non esiste alcun piano operativo e nessuna proposta concreta è stata presentata. Tuttavia il fatto stesso che la Casa Bianca stia discutendo contemporaneamente di accesso governativo ai modelli avanzati e di possibili partecipazioni pubbliche nelle aziende AI segnala che l’era del semplice “lasciamo fare al mercato” potrebbe essere già alle spalle. La partita americana sull’intelligenza artificiale non riguarda più soltanto innovazione e crescita. Sta diventando una questione di potere economico nazionale.