Leggere Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio, la sconfitta morale di Israele significa entrare nel ragionamento di uno dei maggiori storici viventi dell’Olocausto che, arrivato alla soglia degli ottant’anni, sembra aver deciso di scrivere il libro più doloroso della propria carriera. Omer Bartov non appartiene alla galassia degli attivisti anti-israeliani che dominano una parte del dibattito contemporaneo. È nato in Israele, ha servito nell’esercito israeliano durante la guerra del 1973, è cresciuto dentro il mito fondativo dello Stato ebraico e ha dedicato la vita a studiare come le società moderne arrivino a giustificare massacri, pulizie etniche e genocidi. Questo dettaglio cambia radicalmente la lettura del libro, perché la sua critica non nasce dall’esterno ma dall’interno della tradizione sionista.

L’introduzione, significativamente intitolata Dalla liberazione all’oppressione, contiene già l’intera tesi del volume. Bartov sostiene che il sionismo, nato come movimento di emancipazione degli ebrei europei perseguitati, si sia progressivamente trasformato in un progetto etnonazionalista fondato sulla subordinazione dei palestinesi. Non si tratta di una semplice critica al governo di Benjamin Netanyahu o alla guerra di Gaza. L’autore punta molto più in profondità e suggerisce che le radici della crisi attuale siano inscritte nelle strutture politiche e ideologiche costruite nel corso di decenni.

Il primo capitolo, L’eterna guerra di Israele, è probabilmente il più controverso. Bartov ricostruisce la propria evoluzione personale dopo il 7 ottobre 2023. Inizialmente, racconta, riteneva prematuro parlare di genocidio a Gaza. Da studioso del fenomeno, era disposto a parlare di possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma non ancora di genocidio. Con il passare dei mesi, tuttavia, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili, l’enorme numero di vittime e la retorica di una parte della leadership israeliana lo hanno portato a considerare plausibile un’accusa che lui stesso avrebbe giudicato impensabile pochi anni prima. Il valore del capitolo non sta tanto nelle conclusioni, quanto nel metodo. Bartov mostra al lettore come ragiona uno storico del genocidio quando valuta eventi contemporanei, distinguendo tra emozione politica e categorie giuridiche.

Il secondo capitolo, Antisemitismo e sionismo, è forse il più originale. Qui Bartov attacca una delle idee che hanno dominato il dibattito occidentale negli ultimi anni: l’equivalenza automatica tra critica di Israele e antisemitismo. La sua posizione è sottile ma netta. L’antisemitismo esiste, continua a essere pericoloso e sta crescendo in molte società occidentali. Tuttavia, sostiene che utilizzare questa minaccia reale per delegittimare qualsiasi critica alla politica israeliana rappresenti una distorsione che finisce per indebolire la stessa lotta contro l’antisemitismo. È una riflessione particolarmente interessante perché arriva da uno storico che ha passato decenni a studiare proprio la persecuzione degli ebrei.

Nel capitolo La sindrome del mai più emerge uno dei concetti più potenti del libro. Bartov osserva come il ricordo dell’Olocausto sia progressivamente passato dall’essere un monito universale contro la disumanizzazione a uno strumento politico utilizzato per giustificare politiche di sicurezza sempre più aggressive. Secondo l’autore, il principio del “mai più” avrebbe subito una trasformazione radicale: non più “mai più per nessuno”, ma “mai più per noi”. Questa differenza semantica apparentemente minima diventa il cuore dell’intera analisi.

La parte più intensa del volume resta però Sul massacro di bambini. Bartov apre il capitolo con il pogrom di Chișinău del 1903 e con la celebre poesia di Chaim Nachman Bialik, ancora oggi insegnata nelle scuole israeliane. La scelta non è casuale. Lo storico mostra come l’immagine del bambino ebreo vittima abbia occupato per oltre un secolo un posto centrale nella memoria collettiva israeliana. Successivamente mette questa memoria in relazione con le immagini provenienti da Gaza. È qui che il libro assume un tono quasi tragico. Bartov non costruisce parallelismi semplicistici tra Olocausto e Gaza; sarebbe una caricatura del suo pensiero. Piuttosto si domanda cosa accada quando una società costruita attorno alla protezione dei propri bambini si trova accusata di provocare la morte di migliaia di bambini appartenenti a un altro popolo.

Molto interessante anche La Costituzione mancante. È probabilmente il capitolo meno mediatico ma forse il più importante sul piano istituzionale. Bartov ricorda che Israele non ha mai adottato una vera costituzione formale e interpreta questa assenza come una delle fragilità strutturali del sistema politico israeliano. La mancata definizione di un equilibrio tra identità ebraica e principi democratici avrebbe consentito, secondo lui, l’emergere progressivo di spinte nazionaliste sempre più radicali. La crisi costituzionale esplosa con la riforma giudiziaria del 2023 viene presentata non come un incidente, ma come il risultato di una tensione irrisolta fin dalla nascita dello Stato.

La coda finale, L’abisso e la promessa, allarga lo sguardo oltre Israele e Palestina. Bartov richiama il genocidio degli Herero nell’attuale Namibia e altri casi storici di colonialismo e violenza di massa. Non lo fa per stabilire equivalenze meccaniche, ma per ricordare come le società tendano spesso a considerare impossibili certe derive fino al momento in cui diventano realtà. È un capitolo che rivela la formazione intellettuale dell’autore: uno storico comparativo che cerca modelli ricorrenti nei processi di radicalizzazione politica.

Dal punto di vista letterario il libro è sobrio, quasi severo. Non ci sono concessioni alla retorica militante, né linguaggio accademico inutilmente complesso. Bartov scrive come chi sa che il peso delle prove è più importante dell’enfasi. Proprio per questo il testo colpisce. Le accuse che formula sono enormi, ma vengono avanzate con il linguaggio prudente dello storico, non con quello dell’attivista.

La domanda che attraversa tutte le pagine non riguarda soltanto Gaza. Riguarda la possibilità che un movimento nato per liberare un popolo perseguitato possa trasformarsi, nel corso della storia, in qualcosa di molto diverso da ciò che aveva immaginato di essere. Bartov non offre una risposta definitiva. Offre però una diagnosi spietata: la crisi che osserva non è soltanto militare o politica. È una crisi morale che, a suo giudizio, coinvolge l’intero progetto israeliano contemporaneo. Ed è proprio questa ambizione, enorme e inquietante, a rendere Nell’abisso uno dei libri più discussi e divisivi pubblicati sul conflitto israelo-palestinese negli ultimi anni.

La domanda che mi sono fatto dopo aver letto il libro e che ieri non ho potuto fare a Bartov durante la presentazione del libro a Roma è quella perché milioni di evangelici americani sostengono israele:

La teologia della fine dei tempi che influenza la politica di Washington.

Una delle alleanze politiche più sorprendenti dell’ultimo secolo non nasce a Washington, a Tel Aviv o nei corridoi del Pentagono. Nasce da un’interpretazione della Bibbia. Milioni di evangelici conservatori americani sostengono Israele con un’intensità che spesso supera quella di molti ebrei americani stessi. Dietro questo fenomeno non vi sono soltanto ragioni geopolitiche, strategiche o culturali. Esiste una componente teologica che affonda le proprie radici nell’escatologia cristiana, cioè nello studio degli eventi che dovrebbero precedere la fine della storia umana e il ritorno di Gesù Cristo.

Secondo una corrente teologica nota come dispensazionalismo, sviluppatasi nel XIX secolo e diffusasi enormemente negli Stati Uniti durante il XX secolo, il ritorno degli ebrei nella Terra d’Israele rappresenta una tappa necessaria del piano divino. In questa visione, la ricostituzione dello Stato di Israele nel 1948 non è soltanto un evento politico, ma un segnale profetico. L’esistenza stessa di Israele viene interpretata come la conferma che la storia sta procedendo verso gli eventi annunciati nelle Scritture.

La conseguenza politica è significativa. Se Israele occupa un ruolo centrale nel disegno escatologico, allora sostenerlo diventa non soltanto una scelta diplomatica, ma un dovere religioso. Molti leader evangelici hanno costruito per decenni una rete di organizzazioni, media, università e gruppi di pressione che promuovono un sostegno quasi incondizionato allo Stato ebraico. Questo movimento ha influenzato profondamente il Partito Repubblicano e ha contribuito a plasmare numerose decisioni della politica estera americana in Medio Oriente.

Il paradosso emerge quando si analizza il quadro teologico completo. In alcune interpretazioni escatologiche, il raduno degli ebrei in Israele rappresenta soltanto una fase intermedia di una sequenza di eventi che culminerebbe nel ritorno di Cristo, in una grande crisi globale e nella conversione finale di una parte del popolo ebraico al cristianesimo. Alcuni studiosi e osservatori ebrei hanno quindi sottolineato una contraddizione: il sostegno evangelico a Israele nasce spesso da una sincera convinzione religiosa, ma all’interno di una visione del futuro che non coincide affatto con quella dell’ebraismo.

Questa dimensione teologica viene raramente discussa nel dibattito pubblico europeo, dove la politica estera viene generalmente interpretata attraverso categorie economiche, militari o strategiche. Negli Stati Uniti, invece, la religione continua a esercitare un’influenza diretta sul comportamento elettorale di decine di milioni di cittadini. Comprendere il rapporto tra evangelici e Israele significa quindi comprendere una parte essenziale della politica americana contemporanea.

La forza di questa alleanza si è manifestata con particolare evidenza durante la presidenza di Donald Trump. Il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, il riconoscimento della città come capitale di Israele e altre decisioni fortemente favorevoli al governo israeliano sono state accolte con entusiasmo da molte organizzazioni evangeliche. Dietro tali scelte non vi era soltanto il tradizionale rapporto strategico tra Washington e Tel Aviv, ma anche la pressione di una base elettorale che leggeva quegli eventi attraverso una lente religiosa.

Dal punto di vista geopolitico, questa fusione tra teologia e politica produce effetti rilevanti. Le crisi mediorientali vengono spesso interpretate non soltanto come conflitti territoriali o strategici, ma come possibili tasselli di una storia sacra. Quando le convinzioni religiose entrano nella formulazione delle politiche pubbliche, il confine tra fede e interesse nazionale diventa più sfumato. Alcuni analisti ritengono che ciò rafforzi il sostegno americano a Israele; altri sostengono che rischi di complicare ulteriormente una regione già caratterizzata da tensioni profonde.

La questione centrale non riguarda la sincerità della fede dei credenti evangelici, che per milioni di persone rappresenta una componente autentica della propria identità spirituale. Riguarda piuttosto il modo in cui determinate interpretazioni religiose possano trasformarsi in forza politica, influenzando elezioni, strategie diplomatiche e relazioni internazionali. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, dalla competizione tecnologica tra superpotenze e dalla corsa ai semiconduttori, può apparire sorprendente che antiche profezie bibliche continuino a esercitare un peso concreto sulle decisioni della maggiore potenza mondiale.

La vicenda dimostra che la politica internazionale non è guidata soltanto da petrolio, eserciti e mercati. Talvolta è guidata anche dalle idee che le società elaborano sul proprio destino. Nel caso del rapporto tra una parte dell’evangelismo americano e Israele, quelle idee nascono da testi scritti migliaia di anni fa e continuano ancora oggi a influenzare il presente con una forza che molti osservatori europei tendono a sottovalutare.

Ringrazio Elisabetta A.