LinkedIn ha superato il miliardo di utenti e custodisce probabilmente il più grande archivio mondiale di contenuti professionali generati dalle persone. Curriculum, esperienze lavorative, competenze, articoli, riflessioni di settore, aggiornamenti di carriera e conversazioni professionali pubbliche. Un patrimonio informativo unico che oggi è diventato anche una risorsa strategica per l’intelligenza artificiale.

La notizia che sta attirando l’attenzione non riguarda però l’utilizzo dell’AI sulla piattaforma, bensì il fatto che LinkedIn utilizzi i dati degli utenti per addestrare i propri modelli generativi e quelli della casa madre Microsoft. Una pratica avviata negli Stati Uniti nell’agosto 2024 e successivamente estesa ad altri mercati, compresi Europa, Regno Unito, Svizzera e Canada.

L’aspetto più rilevante è che la raccolta dei dati è stata impostata automaticamente come opzione predefinita. In altre parole, gli utenti sono stati inclusi nel programma di addestramento dei modelli AI salvo una loro esplicita scelta di esclusione. Una modalità che ha riacceso il dibattito sulla trasparenza delle piattaforme digitali e sul rapporto tra consenso, dati personali e sviluppo dell’intelligenza artificiale.

La questione assume un peso particolare perché LinkedIn non è un social network come gli altri. Mentre piattaforme come Facebook o Instagram raccolgono prevalentemente contenuti personali e di intrattenimento, LinkedIn ospita informazioni professionali altamente strutturate. Nel corso degli anni milioni di professionisti hanno costruito sulla piattaforma la propria identità lavorativa, condividendo competenze, analisi, casi aziendali e percorsi di carriera che rappresentano un valore informativo enorme per qualsiasi modello di AI.

Per LinkedIn questa base dati consente di migliorare strumenti capaci di generare testi professionali, suggerire contenuti, assistere nella scrittura di profili e supportare attività legate al lavoro e al recruiting. Per gli utenti, invece, emerge una domanda più ampia: fino a che punto siamo consapevoli del valore che i nostri contenuti generano nell’economia dell’intelligenza artificiale?

Il tema non riguarda soltanto LinkedIn. Negli ultimi due anni molte grandi piattaforme hanno iniziato a utilizzare i contenuti pubblicati dagli utenti per addestrare sistemi generativi sempre più sofisticati. La differenza è che nel caso di LinkedIn il materiale utilizzato non è costituito da semplici post o fotografie, ma da anni di esperienza professionale, conoscenza specialistica e reputazione costruita online.

Un altro elemento che alimenta il confronto riguarda la permanenza dei dati già acquisiti. Secondo le informazioni rese note dalla piattaforma, la disattivazione dell’opzione impedisce future raccolte, ma non comporta la rimozione dei dati già utilizzati nei processi di addestramento. Una distinzione che potrebbe passare inosservata a molti utenti ma che assume un significato importante in un contesto in cui i dati rappresentano la materia prima dell’intelligenza artificiale.

La vicenda evidenzia una trasformazione più profonda del mercato digitale. Per anni gli utenti hanno considerato contenuti, profili e pubblicazioni come strumenti per costruire relazioni professionali e opportunità di carriera. Oggi quegli stessi contenuti stanno diventando anche carburante per l’evoluzione dei modelli AI.

La vera notizia, quindi, non è che LinkedIn stia addestrando l’intelligenza artificiale. Questo, semmai, era un passaggio in larga parte prevedibile. La notizia è che il più grande archivio globale di conoscenza professionale è ormai entrato ufficialmente nella corsa all’AI generativa. E milioni di professionisti potrebbero scoprirlo soltanto adesso. Una scelta che riapre il dibattito su consenso, privacy e valore dei dati professionali nell’era dell’AI.