Da Wise a Spotify, da Bending Spoons a Newcleo: il flusso di aziende europee verso il Nasdaq non si è mai fermato. E mentre Piazza Affari aspetta nuove quotazioni, gli Stati Uniti continuano a fare incetta di campioni continentali.

Milano, un edificio moderno e funzionale tra corso Como e la stazione Garibaldi, all’ombra dei grattacieli di Porta Nuova. Qui ha sede Bending Spoons, gruppo che possiede app usate da centinaia di milioni di persone nel mondo. Proprio in questo mese di giugno 2026 ha depositato alla Sec il modulo F-1. Destinazione: Nasdaq. Valutazione attesa: 20 miliardi di dollari. Non una start-up qualunque, dunque, che, al momento di scegliere dove crescere sul mercato pubblico, guarda oltre l’Atlantico.

Non è un caso isolato. È, piuttosto, la fotografia più recente di un fenomeno che dura da oltre un decennio e che negli ultimi mesi ha ritrovato slancio. Dal 2015 a oggi, secondo le stime circolate tra gli analisti, circa 130 aziende europee si sono trasferite o quotate negli Stati Uniti, attraverso collocamenti iniziali, dual listing o veri e propri traslochi della sede di quotazione. Wise, la fintech britannica dei trasferimenti di denaro, ha scelto Wall Street. Spotify, prima di tutti, lo aveva fatto anni fa. E ora, secondo alcune stime, le piazze statunitensi avrebbero guidato il fenomeno dei collocamenti iniziali cross-border arrivando a pesare per il 93% del totale.

Numeri che, va detto, vanno letti con cautela. Gli analisti avvertono: non siamo davanti a un esodo. Nell’ultimo biennio, anzi, si è registrata qualche frenata. Eppure il prestigio della piazza newyorkese e la sua capacità magnetica nei confronti delle aziende tecnologiche non sembra essersi appannato. Anche considerando le tensioni economiche e geopolitiche degli ultimi anni, in parte legate alle scelte dell’amministrazione di Donald Trump, che pure avrebbero potuto scoraggiare gli investitori stranieri.

Il Nasdaq come calamita

Al Nasdaq, in questi mesi, si rincorrono le quotazioni delle grandi società tecnologiche. Le protagoniste sono soprattutto le nuove big tech americane dell’intelligenza artificiale, quelle che fino a ieri erano poco più che laboratori di ricerca e che oggi valgono, sulla carta, quanto interi listini nazionali. Ma a fare la fila per entrare a Wall Street non ci sono solo gruppi statunitensi. In coda, sempre più numerose, si trovano società con sede in varie parti del mondo, Europa compresa, attratte da un solo obiettivo: ottenere le valutazioni elevate che solo il più grande mercato azionario del pianeta può offrire.

In Italia, nel frattempo, le Ipo di società di medie e grandi dimensioni sono ai minimi storici. Il fenomeno non è nuovo e riguarda, sia pure con intensità diverse, anche le altre principali piazze europee, a partire dalla City di Londra, che negli ultimi anni ha visto diversi dei suoi nomi più noti fare rotta verso gli Stati Uniti. Chi a inizio anno confidava in una ripresa delle quotazioni nel corso del 2026, per il momento, è stato smentito dai fatti.

Milano, il rinvio come abitudine

Il tema è di particolare attualità a Piazza Affari, dove le poche quotazioni che erano in calendario sono state ufficialmente rinviate, una dopo l’altra, quasi con un certo garbo burocratico. È il caso di Alpitour, che operando nel settore turistico risente delle incertezze legate alle diverse crisi geopolitiche in corso nel mondo, dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente, che continuano a pesare sulla propensione al rischio degli investitori istituzionali. Ed è il caso di Edison, che ha rinviato il rientro nel mercato azionario con la quotazione delle sue azioni ordinarie per scelta dell’azionista francese Edf, segnale di come le decisioni sulle quotazioni italiane si prendano spesso altrove.

Il mancato rimpopolamento di Piazza Affari, però, non dipende solo dai rinvii. Dipende anche, se non soprattutto, dalla scelta di alcune aziende italiane di puntare direttamente al Nasdaq, saltando Milano a piè pari.

Newcleo, la tech company attiva nel settore del nucleare di quarta generazione e dei piccoli reattori modulari, fondata dal fisico italiano Stefano Buono, ne è l’esempio più recente. La sua holding ha sede legale a Parigi, ma la guida, la nascita e gran parte delle attività di ricerca restano radicate in Italia. La quotazione avverrà attraverso una business combination con una Spac americana già quotata, con una valutazione pre-money stimata attorno ai 2,4 miliardi di dollari e l’obiettivo di raccogliere oltre 400 milioni di dollari in proventi lordi, con un closing atteso entro la fine del 2026.

E poi c’è Bending Spoons, che a giugno 2026 ha formalizzato la domanda di quotazione al Nasdaq, depositando il modulo F-1 per un’offerta pubblica iniziale. Per il gruppo milanese, che negli anni ha costruito un impero fatto di app acquisite e rilanciate, si stima una valutazione complessiva di circa venti miliardi di dollari. Una cifra che, se confermata, lo collocherebbe tra le quotazioni tecnologiche più rilevanti mai partite dall’Italia e che difficilmente avrebbe trovato terreno fertile sul listino milanese.

Tra le poche Ipo di medio calibro ancora in calendario alla Borsa Italiana per il 2026 resta quella di Dolomiti Energia, che potrebbe, forse, debuttare entro la fine dell’anno. Un condizionale che, in questa stagione di mercati, vale quasi più di una certezza. Continuano invece, su un binario parallelo, i delisting programmati, da Tim a Recordati, destinati ad aumentare ulteriormente dopo la ripresa del risiko bancario, con il futuro addio alla quotazione di società storiche del listino come Mps e Mediobanca.

Le ragioni di un’emorragia silenziosa

Se i delisting legati alle acquisizioni rientrano, in fondo, nella normale fisiologia di un mercato che si consolida, ciò che continua a mancare a Piazza Affari e più in generale alle borse europee, sono i nuovi arrivi, ovvero quelle aziende che, in altre stagioni, avrebbero scelto di crescere proprio attraverso una quotazione pubblica sul mercato domestico. Le ragioni sono diverse e si intrecciano tra loro, in un modo che rende difficile individuare una causa unica. La prima riguarda il fatto che molte aziende continuano a preferire l’apertura del capitale ai fondi di private equity, che offrono tempi più rapidi, minori vincoli regolamentari e, soprattutto, valutazioni spesso più generose di quelle che il mercato pubblico sarebbe disposto a riconoscere.

Anche chi dichiara, almeno inizialmente, di voler puntare a una quotazione, quasi sempre avvia in parallelo un dual track, ovvero un doppio percorso che valuta sia l’ipotesi dell’Ipo sia quella della cessione a un fondo e che, molto spesso, si conclude proprio con la rinuncia alla Borsa, in favore delle valutazioni più alte offerte dagli investitori istituzionali privati, che hanno meno vincoli e tempi di decisione più rapidi rispetto a un mercato pubblico, soggetto a regole, trasparenza e al giudizio quotidiano degli investitori.

La seconda ragione, quella che più direttamente riguarda il tema di questo approfondimento, ha a che fare con il settore tecnologico. Chi decide di quotarsi, nella maggior parte dei casi, ignora le piccole borse europee e punta dritto sul Nasdaq, che resta il più grande mercato azionario tecnologico a livello globale, quello dove gli investitori specializzati sono più numerosi, dove i multipli di valutazione sono storicamente più generosi e dove la liquidità del titolo, una volta quotato, è semplicemente superiore a quanto qualsiasi piazza europea possa garantire, almeno per il momento.

Il giorno di SpaceX

Il 12 giugno 2026, a Hawthorne come a New York, è stata una data che molti operatori avevano cerchiato in agenda da mesi. SpaceX ha debuttato al Nasdaq con il ticker SPCX, a un prezzo indicativo di 135 dollari per azione, in quella che è già stata definita la più grande Ipo della storia, con una raccolta intorno ai 75 miliardi di dollari e una valutazione che, al netto delle oscillazioni della prima seduta, ha superato i duemila miliardi di dollari. Il titolo ha aperto a 150 dollari, in rialzo dell’11%, per poi chiudere la prima giornata di contrattazioni con un guadagno di quasi il 20%.

Una performance che, se vista isolatamente, riguarda una sola azienda, per quanto enorme. Ma che, se inserita nel contesto più ampio di questo racconto, diventa un segnale, l’ennesimo, di quanto la macchina della quotazione americana resti capace di attrarre capitali, attenzione mediatica e, soprattutto, aziende, comprese quelle che con gli Stati Uniti hanno poco a che fare se non la scelta del listino. Non è un caso che lo stesso giorno SpaceX sia stata ammessa alle contrattazioni anche su Euronext Gem, segno che persino le borse europee, pur restando ai margini della partita principale, cercano di ritagliarsi un ruolo, anche solo simbolico, in operazioni di questa portata.

Un mercato unico, sempre rimandato

In Europa, intanto, l’ipotesi di un mercato unico dei capitali, e magari di una sola grande Borsa continentale capace almeno di provare a competere con i listini di Wall Street, continua a essere discussa nei convegni, nei documenti delle istituzioni comunitarie e nelle dichiarazioni dei ministri economici, che ogni tanto tornano sull’argomento con un certo slancio, prima che la questione torni a scivolare in fondo all’agenda.

Si procede, insomma, a passo lento, come spesso accade quando un progetto richiede il consenso di troppi soggetti diversi, ciascuno con le proprie priorità e i propri listini da proteggere.

Nel frattempo, mentre si discute, un numero crescente di aziende europee, comprese alcune delle eccellenze tecnologiche che il continente avrebbe tutto l’interesse a trattenere, continua a guardare oltre oceano, verso un mercato che offre valutazioni più alte, platee di investitori più ampie e, non da ultimo, un certo prestigio che ancora oggi, evidentemente, conta.

Resta da capire se questo prestigio sia destinato a durare per sempre o se le tensioni geopolitiche e le incertezze degli ultimi anni finiranno, prima o poi, per cambiare anche questo, retsituendo un po’ di allure anche alle borse del vecchio continente. Per ora, però, l’ago della bussola continua a puntare verso gli Stati Uniti.