L’intelligenza artificiale sta vivendo un momento curioso nella percezione pubblica americana. Mai come oggi la tecnologia è stata circondata da aspettative così elevate e, contemporaneamente, da un livello di diffidenza così profondo. Il nuovo sondaggio “Public Record” pubblicato da Anthropic, società nota per aver sviluppato il modello AI Claude e recentemente avviata verso la quotazione pubblica, fotografa con una precisione quasi chirurgica questa contraddizione. Su quasi 52.000 cittadini statunitensi intervistati alla fine del 2025 emerge un Paese che desidera i benefici dell’AI, ma non si fida minimamente dei suoi architetti.
La dimensione del campione rende il sondaggio particolarmente interessante. In un ecosistema dominato da opinioni spesso estratte da piccoli gruppi o da utenti altamente tecnologici, raccogliere decine di migliaia di risposte distribuite in tutti gli Stati americani offre una fotografia più vicina al sentimento reale della popolazione. Il dato che emerge con maggiore forza è quello relativo all’occupazione: il 64% degli intervistati teme la perdita di posti di lavoro causata dall’automazione intelligente. Non si tratta di una preoccupazione confinata a una parte politica o a una fascia sociale specifica. Democratici e repubblicani condividono la stessa ansia, così come lavoratori appartenenti a settori differenti.
Un aspetto particolarmente significativo riguarda il livello di istruzione. Contrariamente a quanto accaduto durante precedenti ondate tecnologiche, la paura cresce tra le persone più istruite. La ragione è intuitiva: l’AI generativa non sta sostituendo soltanto attività manuali o ripetitive, ma sta entrando nel territorio delle professioni cognitive. Analisti finanziari, sviluppatori software, consulenti, marketer, avvocati e perfino ricercatori iniziano a vedere sistemi capaci di svolgere parti rilevanti del loro lavoro. Per decenni l’istruzione superiore è stata considerata una sorta di assicurazione contro l’automazione. Oggi quella certezza appare meno solida.
Parallelamente, gli americani non sembrano affatto ostili alla tecnologia in sé. Anzi, il quadro restituisce una popolazione sorprendentemente pragmatica. Quasi la metà degli intervistati indica come principale desiderio l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per combattere malattie devastanti come il cancro o il morbo di Alzheimer. Un altro 36% vorrebbe vedere l’AI impegnata nel supporto alle persone con disabilità. Si tratta di applicazioni percepite come concretamente utili, capaci di migliorare la qualità della vita e di produrre benefici collettivi tangibili.
Molto meno entusiasmo emerge invece verso l’idea, spesso promossa dalla Silicon Valley, che l’AI possa sostituire relazioni umane, amicizie o supporto psicologico. I sistemi conversazionali vengono accettati come strumenti, ma non come sostituti delle connessioni sociali. È un segnale che merita attenzione. Mentre numerose startup costruiscono modelli di business basati su compagni virtuali, terapeuti artificiali e assistenti emotivi, la domanda reale sembra orientata altrove. Le persone vogliono cure migliori, servizi più efficienti e diagnosi più accurate; non necessariamente una macchina che diventi il loro migliore amico.
Ancora più sorprendente è il livello di sfiducia verso l’industria tecnologica. Solo il 15% degli americani dichiara di fidarsi delle aziende AI quando si tratta di prendere decisioni sullo sviluppo e sull’utilizzo della tecnologia. È una percentuale inferiore a quella attribuita al governo federale, ai governi locali e persino alle organizzazioni internazionali. Gli unici soggetti che godono di una fiducia significativamente maggiore sono gli esperti indipendenti, che raggiungono il 43%.
Questo dato rappresenta probabilmente il messaggio più importante dell’intera ricerca. Negli ultimi vent’anni la Silicon Valley ha costruito la propria legittimazione pubblica attorno all’idea che l’innovazione privata fosse più veloce, efficiente e affidabile rispetto all’intervento pubblico. Oggi quella narrativa appare indebolita. Le piattaforme social hanno lasciato in eredità problemi di privacy, polarizzazione e disinformazione; l’intelligenza artificiale rischia di ereditare un deficit di fiducia già accumulato da una generazione precedente di tecnologie digitali.
Non sorprende quindi che oltre il 70% degli intervistati chieda un ruolo attivo dello Stato nella regolamentazione dell’AI. Il consenso attraversa l’intero spettro politico, con il 79% dei democratici e il 68% dei repubblicani favorevoli a una qualche forma di supervisione pubblica. Le priorità indicate sono estremamente concrete: protezione della privacy, sicurezza dei minori e responsabilità delle aziende in caso di danni causati dai sistemi intelligenti.
Questa richiesta di regolamentazione racconta una trasformazione culturale più ampia. L’AI non viene più percepita come un semplice prodotto tecnologico. Sta diventando infrastruttura sociale, economica e politica. Quando una tecnologia può influenzare l’accesso al lavoro, all’informazione, alla salute e ai servizi pubblici, i cittadini tendono naturalmente a pretendere regole, trasparenza e responsabilità.
Il sondaggio di Anthropic arriva in un momento in cui l’industria dell’intelligenza artificiale sta entrando nella sua fase più delicata. Le capacità dei modelli continuano a crescere rapidamente, gli investimenti raggiungono livelli record e la competizione globale tra Stati Uniti e Cina accelera. Tuttavia, il vero collo di bottiglia potrebbe non essere tecnico ma sociale. Le aziende AI possono costruire sistemi sempre più potenti, ma senza consenso pubblico rischiano di incontrare resistenze regolatorie, legali e culturali sempre maggiori.