Mentre più di 500 mila maturandi italiani affrontano gli esami di Stato e centinaia di migliaia di studenti universitari sono alle prese con la pianificazione della sessione estiva, una ricerca internazionale di Docsity fotografa un cambiamento che si è consolidato negli ultimi anni e che oggi appare sempre meno come una conseguenza temporanea della pandemia e sempre più come una nuova normalità. Lo studio universitario si è trasferito a casa, spesso in solitudine e sempre più spesso con il supporto dell’intelligenza artificiale.

Secondo i risultati dell’indagine realizzata da Docsity su studenti provenienti da diversi Paesi, infatti, il 79% degli universitari studia prevalentemente a casa. Solo l’11% sceglie gli spazi universitari o il campus come luogo principale di preparazione.

Il dato diventa ancora più interessante se osservato dal punto di vista della produttività percepita. Quasi sette studenti su dieci dichiarano infatti di sentirsi più produttivi fuori dall’università, principalmente tra le mura domestiche. Le aule studio raccolgono appena il 14% delle preferenze, mentre le biblioteche si fermano all’11%.

Un paradosso soltanto apparente.

L’università continua a rappresentare il luogo della frequenza, degli esami e delle relazioni istituzionali. Ma lo studio vero e proprio sembra aver preso un’altra strada: più silenziosa, più individuale, più digitale.

Secondo Riccardo Ocleppo, fondatore e CEO di Docsity, non si tratta più di una semplice preferenza individuale ma di una trasformazione strutturale del modo in cui gli studenti organizzano il proprio apprendimento. Una trasformazione che cambia anche il significato stesso degli spazi universitari.

Studiare da soli è diventata la regola

L’immagine classica del gruppo di studenti che ripassa insieme prima di un esame continua a esistere, ma rappresenta una minoranza.

Il 66% degli studenti dichiara infatti di studiare prevalentemente da solo. Il 31% alterna momenti individuali ad altri condivisi, mentre appena il 3% preferisce prepararsi regolarmente insieme ad altri colleghi.

Anche questo dato racconta qualcosa di più profondo di una semplice abitudine. Le tecnologie digitali hanno reso possibile collaborare senza condividere lo stesso spazio fisico. Una videochiamata, una chat o uno scambio di documenti consentono di confrontarsi senza necessariamente sedersi allo stesso tavolo.

Lo studio rimane una pratica sociale, ma la socialità si è spostata online. Si tratta, forse, di una differenza sottile, eppure significativa.

Il nemico principale non è la difficoltà degli esami

Quando si chiede agli studenti quali siano gli ostacoli più frequenti durante la preparazione, emerge un risultato interessante. Il problema principale non è la complessità delle materie: è la concentrazione.

Il 41% degli intervistati indica infatti la difficoltà a mantenere l’attenzione come il principale ostacolo allo studio, davanti agli impegni lavorativi, che raccolgono il 24%, e allo stress o all’ansia, che si fermano al 16%.

La risposta potrebbe sorprendere chi continua a immaginare gli studenti sommersi da libri impossibili da comprendere. Oggi, diciamolo chiaramente, il problema non è trovare informazioni. Semmai è la gestione di una quantità quasi infinita di stimoli, notifiche e contenuti che competono continuamente per la nostra attenzione.

In questo scenario, il tempo diventa una risorsa più preziosa della conoscenza stessa.

L’intelligenza artificiale entra nella routine universitaria

È probabilmente questo il motivo per cui l’intelligenza artificiale sta conquistando un ruolo sempre più centrale nella vita accademica.

I numeri sono ormai difficili da ignorare. Oltre nove studenti su dieci dichiarano di utilizzare regolarmente strumenti AI per preparare gli esami e supportare il proprio percorso di studio.

Il 19% afferma di farlo sempre. Il 43% qualche volta. Il 29% nella maggior parte dei casi.

Di fatto, quindi, il dibattito sulla diffusione dell’AI tra gli studenti sembra già superato dai fatti. La vera domanda oggi riguarda il modo in cui viene utilizzata. Ed è qui che la ricerca offre forse l’indicazione più interessante.

Gli studenti chiedono sintesi

Contrariamente a molti stereotipi, la funzione più utilizzata dagli studenti non è la generazione automatica di testi. Al primo posto troviamo la sintesi dei contenuti, utilizzata dal 28% degli studenti.

Seguono le mappe concettuali con il 24%, le trascrizioni delle lezioni con il 23%, i quiz personalizzati con il 21% e soltanto in ultima posizione le tradizionali interazioni tramite chat.

Sono sati questi che suggeriscono una lettura diversa del fenomeno. Gli studenti sembrano utilizzare l’intelligenza artificiale soprattutto per organizzare e strutturare la conoscenza, non semplicemente per sostituire il proprio lavoro.

Secondo Ocleppo, la diffusione di strumenti come sintesi automatiche, mappe concettuali e quiz indica che gli studenti stanno cercando modalità più efficienti per elaborare ciò che studiano piuttosto che scorciatoie per memorizzarlo.

E questa è una distinzione particolarmente importante. Perché cambia completamente la prospettiva sul rapporto tra apprendimento e intelligenza artificiale.

La notte prima degli esami resta sorprendentemente analogica

Fa sorridere poi che nonostante chatbot, assistenti intelligenti e piattaforme sempre più sofisticate, alcuni comportamenti sembrano resistere al passare del tempo. La notte prima dell’esame, ad esempio, continua a essere un rito.

Il 28% degli studenti si affida agli appunti e ai riassunti preparati durante il semestre. Il 26% preferisce una ripetizione leggera seguita da qualche ora di sonno. Il 23% sceglie ancora la classica revisione intensiva dell’ultimo minuto.

Una strategia che la scienza continua a guardare con un certo scetticismo. Il sonno, infatti, resta uno degli elementi più importanti per consolidare la memoria e migliorare le performance cognitive. Eppure la tentazione dell’ultimo ripasso sembra immortale.

La sfida non è tecnologica: è metodologica

La ricerca di Docsity racconta in fondo una storia diversa da quella che spesso accompagna il dibattito sull’AI nell’istruzione.

Non parla di sostituzione. Piuttosto, si parla di adattamento.

Gli studenti dispongono oggi di più strumenti, più contenuti e più possibilità di accesso alla conoscenza rispetto a qualsiasi generazione precedente. Eppure continuano a confrontarsi con problemi molto tradizionali: organizzare il tempo, mantenere la concentrazione, gestire l’ansia e costruire un metodo efficace.

La tecnologia in questo può aiutare. Può accelerare alcune attività e alleggerirne altre, ma non può sostituire la capacità di apprendere.

E forse è proprio questa la lezione più interessante che emerge dai dati dell’indagine. Nel 2026 gli studenti universitari studiano a casa, spesso da soli e quasi sempre con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Ma non per cercare scorciatoie nella produzione di testi quanto per sintetizzare, focalizzare concetti, costruire mappe concettuali e organizzare lo studio.

In fondo, l’AI sembra aver convinto gli studenti non a studiare meno. Sembra averli convinti che anche organizzare lo studio sia una materia da prendere sul serio.