La scelta del Governo di confermare Gianluigi Greco alla guida del Comitato incaricato di aggiornare la Strategia nazionale sull’intelligenza artificiale per il triennio 2026-2028 rappresenta molto più di una semplice nomina accademica. In un contesto internazionale caratterizzato da una competizione sempre più aggressiva tra Stati Uniti, Cina ed Europa sul controllo delle tecnologie intelligenti, Palazzo Chigi ha deciso di puntare sulla continuità, affidando ancora una volta al rettore dell’Università della Calabria il compito di definire la rotta italiana nell’era dell’AI.

La decisione arriva in una fase storica nella quale l’intelligenza artificiale non è più soltanto una questione tecnologica, ma uno strumento di politica industriale, sicurezza nazionale e competitività economica. I prossimi due anni saranno decisivi per stabilire come l’Italia intenda utilizzare l’AI nella Pubblica amministrazione, nella sanità, nell’istruzione, nella ricerca scientifica e nel tessuto produttivo composto prevalentemente da piccole e medie imprese. La sfida appare ambiziosa: trasformare il Paese da semplice consumatore di tecnologie sviluppate altrove a produttore di competenze, ricerca e innovazione.

Il nuovo Comitato opererà a supporto del sottosegretario all’innovazione tecnologica Alessio Butti e dovrà aggiornare la Strategia nazionale tenendo conto del nuovo quadro regolatorio europeo. L’entrata in vigore dell’AI Act ha infatti modificato radicalmente il panorama competitivo. L’Europa ha scelto un approccio basato sul rischio, imponendo obblighi più stringenti per gli utilizzi considerati sensibili e vietando alcune pratiche ritenute incompatibili con i diritti fondamentali. Per l’Italia il nodo strategico consiste nel trasformare la conformità normativa da costo burocratico a vantaggio competitivo.

Si tratta di una scommessa tutt’altro che banale. La Silicon Valley continua a muoversi secondo la logica del “first deploy, then regulate”, mentre Bruxelles ha adottato un paradigma opposto. In mezzo si collocano economie come quella italiana, che dispongono di eccellenze scientifiche ma non possiedono ancora campioni industriali comparabili a quelli statunitensi o cinesi. La conseguenza è evidente: senza una strategia coerente, il rischio è quello di assistere alla diffusione massiccia di tecnologie straniere senza sviluppare un ecosistema nazionale capace di generare valore, proprietà intellettuale e occupazione qualificata.

La composizione del nuovo Comitato segnala un cambio di impostazione rispetto al passato. Accanto a figure strettamente accademiche siedono esperti di diritto, rappresentanti istituzionali, specialisti di politiche industriali e professionisti della comunicazione. Tra i componenti figurano Paolo Benanti, Marco Camisani Calzolari, Giuliano Noci, Barbara Caputo e Andrea Lenzi.

Particolarmente significativa appare la presenza del Ministero della Difesa all’interno del processo strategico. L’intelligenza artificiale è ormai una tecnologia dual use per definizione: gli stessi algoritmi utilizzati per ottimizzare la logistica industriale possono essere applicati ai sistemi autonomi militari, alla cybersecurity o all’intelligence. Ignorare questa dimensione significherebbe rimanere ai margini delle grandi trasformazioni geopolitiche in corso.

Un altro elemento rilevante riguarda il metodo di lavoro scelto. Il Comitato potrà acquisire contributi da imprese, territori, associazioni di categoria e soggetti pubblici e privati. Una scelta pragmatica, poiché l’adozione dell’intelligenza artificiale nel sistema produttivo italiano presenta caratteristiche molto diverse rispetto a quelle osservabili nelle grandi economie industriali. Le PMI italiane hanno esigenze specifiche: automazione dei processi, incremento della produttività, supporto alle esportazioni e riduzione dei costi operativi. Senza un forte coinvolgimento del tessuto imprenditoriale, qualsiasi strategia rischierebbe di rimanere confinata nei documenti istituzionali.

La riconferma di Greco suggerisce infine un messaggio politico preciso: il Governo considera la continuità strategica un elemento essenziale in un settore caratterizzato da evoluzioni rapidissime. Nel mondo dell’AI, dove i modelli cambiano ogni sei mesi e le valutazioni delle startup oscillano come indici di borsa in piena crisi, mantenere una governance stabile potrebbe rivelarsi un vantaggio competitivo inatteso. La vera misura del successo, tuttavia, non sarà la qualità del documento prodotto, bensì la capacità di trasformare principi, linee guida e regolamenti in infrastrutture, investimenti, competenze e innovazione diffusa. In altre parole, la Strategia italiana sull’intelligenza artificiale sarà giudicata non per ciò che promette, ma per ciò che riuscirà concretamente a costruire.