L’idea è tanto radicale quanto politicamente esplosiva: Bernie Sanders ha presentato una proposta legislativa che punta a creare un fondo sovrano da 7 trilioni di dollari finanziato dall’intelligenza artificiale, assegnando di fatto ai cittadini americani una partecipazione collettiva nelle principali società del settore. In un’epoca nella quale pochi gruppi privati stanno accumulando quantità senza precedenti di capitale, dati e capacità computazionale, Sanders sostiene che i benefici economici della rivoluzione dell’AI non possano restare confinati nei bilanci di una ristretta oligarchia tecnologica.

La proposta prevede che il popolo statunitense acquisisca una quota del 50% nelle grandi aziende di intelligenza artificiale attraverso un fondo sovrano gestito da una commissione indipendente nominata dal presidente e confermata dal Senato. Il fondo utilizzerebbe le azioni con diritto di voto per influenzare le decisioni strategiche delle imprese e distribuirebbe ai cittadini un dividendo annuale stimato intorno al 5%. L’obiettivo dichiarato è duplice: redistribuire la ricchezza generata dall’automazione e offrire ai cittadini un meccanismo di controllo democratico su tecnologie destinate a trasformare occupazione, economia e società.

L’iniziativa arriva in un momento storico particolarmente delicato. Le grandi piattaforme AI, da a , passando per , stanno raccogliendo investimenti per centinaia di miliardi di dollari e costruendo infrastrutture computazionali che richiedono livelli di capitale un tempo riservati agli Stati nazionali. La concentrazione di potere economico appare sempre più evidente: pochi attori controllano i modelli, i chip, i data center e, soprattutto, i dati necessari per alimentare la prossima generazione di sistemi intelligenti.

Il concetto di fondo sovrano non è nuovo. Paesi come la Norvegia hanno costruito enormi patrimoni pubblici utilizzando le rendite petrolifere per finanziare il benessere delle generazioni future. Sanders propone sostanzialmente di trattare l’intelligenza artificiale come una nuova risorsa naturale strategica. Se il petrolio ha alimentato il XX secolo, i dati e la capacità di elaborazione potrebbero rappresentare il combustibile economico del XXI. La differenza è che, invece di essere estratti dal sottosuolo, questi asset vengono generati quotidianamente dagli stessi cittadini attraverso le loro attività digitali.

L’aspetto più interessante, e forse più sorprendente, è che l’idea sembra aver suscitato curiosità anche in ambienti politici tradizionalmente ostili alle politiche redistributive. Secondo quanto riferito, anche Donald Trump avrebbe mostrato interesse verso forme di partecipazione pubblica ai profitti dell’AI, sebbene senza fornire dettagli operativi. Questa convergenza apparentemente improbabile suggerisce che la questione della distribuzione della ricchezza generata dall’intelligenza artificiale stia iniziando a superare le tradizionali divisioni ideologiche.

Naturalmente il piano presenta enormi ostacoli pratici e politici. Un Senato controllato dai repubblicani difficilmente approverà una misura percepita da molti come una forma di nazionalizzazione tecnologica. Inoltre, molte delle società AI più influenti, inclusa OpenAI, non generano ancora utili consistenti né distribuiscono dividendi. La promessa di pagamenti regolari ai cittadini appare quindi, almeno nel breve periodo, più teorica che concreta.

Sul piano strategico, tuttavia, Sanders intercetta una tensione destinata ad accompagnare l’intera economia digitale nei prossimi decenni. Se l’intelligenza artificiale dovesse effettivamente automatizzare una quota significativa del lavoro cognitivo umano, il modello economico fondato esclusivamente sul salario rischierebbe di entrare in crisi. In questo scenario, strumenti come dividendi tecnologici, fondi sovrani digitali o forme di reddito universale finanziate dall’automazione potrebbero passare dall’essere esercizi accademici a necessità sistemiche.

La domanda che Washington inizia finalmente a porsi è molto più semplice e molto più scomoda: chi incasserà i dividendi di questa produttività? Sanders offre una risposta radicale, forse irrealistica nel contesto politico attuale, ma capace di spostare il dibattito su un terreno che il settore tecnologico ha a lungo preferito evitare. L’era dell’intelligenza artificiale non sarà definita soltanto da modelli sempre più potenti, ma dalla scelta di chi ne possiederà i benefici economici.