Il Dalian International Conference Center è un edificio che sembra progettato per impressionare i satelliti. Visto dall’alto, ricorda una medusa di cemento e vetro affacciata sul Mar Giallo. Per tre giorni, dal 23 al 25 giugno, è diventato l’epicentro del Summer Davos 2026, nome ufficiale: 17° Annual Meeting of the New Champions, dove oltre 1.800 delegati provenienti da 90 paesi si sono riuniti per discutere di intelligenza artificiale, transizione energetica e del vecchio problema che non passa mai: come trasformare le grandi idee in qualcosa che funzioni davvero.
Il tema scelto quest’anno dal World Economic Forum è stato “Innovating at Scale”. Tre parole che, tradotte liberamente, significano: basta con le prove in laboratorio, adesso bisogna fare sul serio.
La città di Dalian, centro portuale nel nordest della Cina e sede alternante del forum insieme a Tianjin dal 2007, ha ospitato l’evento come se volesse dimostrare qualcosa, con oltre cinquanta imprese attive nella filiera dell’idrogeno e un sistema di climatizzazione della sede principale alimentato da pompe di calore a mare, con un risparmio dichiarato del 30% sui consumi. Per chi sa leggere i sottotesti, questo costituisce già un programma politico: la Cina non parla solo di futuro energetico, lo mette in scena.
Il premier Li Qiang ha aperto i lavori con un discorso che aveva la struttura di una dichiarazione di principi. Le tecnologie avanzate, ha detto, devono essere strumenti che beneficano le persone in tutti i Paesi, non fonti di caos che minano la pace e la stabilità. Poi, più concretamente, la proiezione economica: la Cina è attesa a contribuire per oltre un quarto della crescita reale globale del PIL nel 2026, mentre l’Asia nel suo insieme dovrebbe generare più della metà della crescita mondiale. Numeri che spiegano perché questo forum si tenga ogni anno in Cina e non altrove.
Il cuore delle discussioni ruotava attorno a una contraddizione che nessuno ha risolto, ma che almeno tutti hanno nominato con una certa franchezza: nonostante gli investimenti record in AI, informatica quantistica e biotecnologie, la crescita della produttività in gran parte delle economie rimane lenta, aprendo un solco sempre più ampio tra il potenziale tecnologico e i risultati economici reali.
Sul fronte del lavoro, il dato che circolava più spesso nei corridoi era uno: il 40% dell’occupazione globale è esposta all’intelligenza artificiale. Una cifra sufficientemente grande da spaventare e al tempo stesso sufficientemente vaga da non costringere nessuno a impegnarsi in previsioni precise. Il Ceo di ManpowerGroup Jonas Prising ha scelto la linea rassicurante, sostenendo che l’AI amplierà le capacità umane piuttosto che sostituirle, rendendo creatività, giudizio e capacità di collaborazione più importanti che mai. Una tesi confortante, condivisa da molti sul palco e molto probabilmente un po’ meno dalle persone in platea.
La questione dell’energia è entrata in sala dalla porta principale. La crisi nello Stretto di Hormuz, che nelle settimane precedenti aveva mandato in fibrillazione i mercati petroliferi e ridisegnato le rotte della logistica globale, ha fornito un argomento concreto a chi sostiene che la dipendenza dalle fonti fossili non sia solo un problema ambientale, ma una vulnerabilità strutturale. L’Energy Transition Index 2026 del Forum ha rilevato che tensioni geopolitiche, interruzioni dell’offerta e crescita della domanda stanno frammentando il panorama energetico globale, con la prontezza alla transizione in calo nonostante gli investimenti record. Una notizia che ha trovato spazio nelle presentazioni senza generare soluzioni evidenti, il che è probabilmente il destino naturale di ogni indice di questo tipo.
Robin Zeng, fondatore e CEO di CATL, la società cinese che produce circa un terzo delle batterie per veicoli elettrici del mondo, ha partecipato a una sessione intitolata senza troppe metafore “No Power, No AI”. Ha spiegato che comprare un’auto elettrica oggi non significa solo risparmiare sulla benzina: significa potersi creare una personale fabbrica di token. L’affermazione ha lasciato qualcuno perplesso, ma in un forum dedicato all’innovazione su larga scala, la chiarezza eccessiva è considerata una forma di pigrizia intellettuale.
Sul fronte delle relazioni tra grandi potenze, il tono è rimasto cauto. Graham Allison, professore alla Harvard Kennedy School, ha sintetizzato il rapporto sino-americano con una formula che ha il merito della precisione: le due nazioni sono così inestricabilmente intrecciate che ciascuna richiede un livello di cooperazione con l’altra per garantire la propria sopravvivenza. Non esattamente un messaggio di ottimismo, ma abbastanza realistico da suonare quasi rassicurante.
Alla cerimonia di chiusura, il direttore generale del WEF Mirek Dušek ha annunciato che il prossimo Summer Davos si terrà a Tianjin nel 2027. Ha anche rilevato che il paesaggio geopolitico si sta frammentando, ma le innovazioni restano profondamente interconnesse, un’osservazione che vale quasi come slogan, ma che contiene una verità sufficiente a giustificarne la pronuncia pubblica. Ciò che il mondo richiede ora, ha aggiunto, è l’architettura di investimento, i quadri normativi e la cooperazione internazionale per dispiegare le tecnologie con grande velocità e scala.
Tre giorni di lavori, duecento sessioni, 1.800 delegati. Il conto è questo.
La domanda, come trasformare l’innovazione in crescita, la crescita in lavoro, il lavoro in prosperità condivisa, era la stessa al momento dell’apertura e al momento della chiusura. Il merito di Dalian 2026 non è averla risolta. È averla tenuta in piedi, senza farla scivolare nell’ovvio.