«Se non controlli la tua infrastruttura digitale, non controlli il tuo futuro». Poche frasi riescono a condensare una visione geopolitica in modo tanto efficace quanto quella pronunciata da Francesca Bria, economista e docente universitaria alla University College di Londra, durante il summit europeo dedicato all’interoperabilità e alla trasformazione digitale della pubblica amministrazione. Non si tratta di uno slogan. È la sintesi di una tensione strategica che attraversa oggi l’intera economia europea e che, per molti osservatori, rappresenta una delle sfide più importanti dalla nascita del mercato unico.

Mentre Bruxelles discute di competitività, intelligenza artificiale e autonomia strategica, il vero nodo emerge con una chiarezza quasi brutale: l’Europa possiede regole, competenze scientifiche e una grande tradizione industriale, ma continua a dipendere da infrastrutture digitali costruite e controllate altrove. Cloud, piattaforme, sistemi operativi, modelli di AI e persino parte delle catene di approvvigionamento dei semiconduttori rimangono nelle mani di attori extraeuropei.

Il tema non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda il potere.

Per decenni la globalizzazione ha convinto governi e imprese che l’efficienza fosse l’obiettivo principale. La provenienza di una piattaforma cloud sembrava irrilevante. L’origine di un chip appariva una questione tecnica. La dipendenza da fornitori esterni veniva considerata un prezzo accettabile in cambio di costi inferiori e innovazione più rapida.

Gli eventi degli ultimi anni hanno demolito questa convinzione. Pandemie, guerre, crisi energetiche, tensioni commerciali e scontri geopolitici hanno mostrato quanto le infrastrutture digitali siano diventate elementi strategici quanto i porti, le reti elettriche o le autostrade.

Quando un’interruzione dei servizi cloud di un grande operatore può bloccare servizi pubblici europei, quando la connettività di un teatro di guerra dipende dalle decisioni di un singolo imprenditore privato, quando un ordine esecutivo firmato a Washington può influenzare l’operatività di aziende europee considerate gioielli tecnologici continentali, il dibattito sulla sovranità digitale smette di essere teorico.

Bria individua nell’interoperabilità la risposta europea a questa vulnerabilità. Un concetto apparentemente tecnico che in realtà assume una valenza politica e industriale. L’interoperabilità permette infatti a sistemi diversi di comunicare tra loro, riducendo la dipendenza da singoli fornitori e creando un ecosistema più aperto, resiliente e competitivo.

Dietro questa visione emerge il progetto EuroStack, una proposta che punta a costruire una filiera digitale europea completa, dai materiali critici ai semiconduttori, dal cloud all’intelligenza artificiale. L’obiettivo non è chiudere il continente in una fortezza tecnologica, ma evitare che ogni livello dello stack digitale dipenda da decisioni prese fuori dai confini europei.

La sfida appare gigantesca. Oggi circa il 70% della spesa europea per il cloud finisce verso fornitori non europei. L’Europa rappresenta soltanto una piccola quota dell’addestramento globale dei modelli di intelligenza artificiale e una percentuale limitata della produzione mondiale di semiconduttori avanzati. Parallelamente, centinaia di miliardi di euro di capitale europeo continuano a fluire ogni anno verso gli Stati Uniti, alimentando la crescita di aziende che poi dominano il mercato globale.

In questo scenario la corsa all’intelligenza artificiale assume caratteristiche quasi paradossali. Da una parte assistiamo a investimenti senza precedenti in data center, infrastrutture energetiche e chip specializzati. Dall’altra emergono interrogativi sempre più insistenti sulla sostenibilità economica di questa espansione.

Bria non ha esitato a utilizzare un linguaggio provocatorio, suggerendo che parte dell’attuale boom dell’AI presenti caratteristiche assimilabili a una bolla finanziaria. Una valutazione che molti investitori considererebbero eccessiva, ma che riflette una preoccupazione crescente. Oltre tremila miliardi di dollari stanno convergendo verso infrastrutture AI mentre il mercato continua a interrogarsi sulla capacità effettiva di trasformare questa spesa in produttività diffusa e profitti sostenibili.

L’ascesa di Nvidia rappresenta il simbolo perfetto di questa fase storica. Un’azienda che ha raggiunto valutazioni superiori al PIL di intere nazioni europee e che occupa una posizione quasi monopolistica nella catena del valore dell’intelligenza artificiale. La concentrazione del potere economico e tecnologico in un numero ristretto di aziende costituisce una delle maggiori preoccupazioni per i decisori europei.

La risposta proposta da Bria non consiste nell’imitare Stati Uniti o Cina. Al contrario, l’Europa dovrebbe sfruttare i propri punti di forza distintivi. Dati industriali di alta qualità, amministrazioni pubbliche avanzate, competenze scientifiche, infrastrutture energetiche relativamente sostenibili e una tradizione consolidata nella tutela dei diritti rappresentano asset che nessun altro blocco geopolitico possiede nella stessa combinazione.

In questa prospettiva assumono rilevanza progetti come il Digital Euro, il portafoglio europeo di identità digitale, gli spazi europei dei dati e i modelli linguistici sviluppati nel continente. Non sono semplici iniziative tecnologiche. Sono tentativi di costruire un’infrastruttura pubblica digitale capace di garantire autonomia operativa e capacità decisionale.

Particolarmente interessante è l’insistenza sul ruolo dell’open source. Per molti anni il software aperto è stato considerato una scelta tecnica o ideologica. Oggi viene sempre più percepito come uno strumento strategico. La possibilità di verificare il codice, adattarlo alle esigenze locali e ridurre i rischi di lock-in tecnologico trasforma l’open source in un elemento fondamentale della sovranità digitale.

Naturalmente esiste una domanda che aleggia sopra ogni discussione europea: riuscirà davvero il continente a passare dalle dichiarazioni ai prodotti?

La storia recente dell’innovazione europea è costellata di regolamenti eccellenti e risultati industriali meno convincenti. Il GDPR, il Digital Services Act e l’AI Act hanno consolidato il ruolo normativo dell’Europa, ma non hanno prodotto equivalenti europei di Google, Amazon, Microsoft o OpenAI.

Bria sembra consapevole di questa critica. Per questo insiste continuamente sulla necessità di creare prodotti concreti, adottati realmente da cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche. La sovranità digitale non si misura nel numero di documenti strategici pubblicati a Bruxelles. Si misura nella capacità di offrire alternative competitive che le persone scelgono di utilizzare ogni giorno.

La partita che si apre nei prossimi anni sarà quindi meno ideologica e molto più industriale. L’Europa dovrà dimostrare di saper trasformare i propri valori in infrastrutture funzionanti, i propri investimenti in innovazione diffusa e le proprie regole in vantaggi competitivi.

Il messaggio lanciato da Francesca Bria va letto in questa chiave. Non come un richiamo nostalgico all’autosufficienza, ma come la presa d’atto che nell’economia digitale il controllo delle infrastrutture equivale sempre più al controllo del destino economico, politico e democratico di una società. In un mondo dove il software è diventato geopolitica e l’intelligenza artificiale una questione di potere, l’Europa si trova davanti a una scelta che non può più rimandare.