La prima regola della nuova guerra è semplice: nessuno deve accorgersi che una guerra è iniziata. Nessun carro armato che attraversa il confine. Nessun missile che illumina il cielo sopra Berlino. Nessun agente che consegna una valigetta in una stazione ferroviaria sotto la pioggia. O almeno, non più.
L’arma più efficace oggi pesa pochi grammi, entra in una tasca e vibra qualche decina di volte al giorno. Si tratta di uno smartphone.
Immaginate una stanza senza finestre, da qualche parte tra Mosca e San Pietroburgo. Non compare sulle mappe, non ha un’insegna e nessuno degli uomini seduti davanti ai monitor indossa un impermeabile come George Smiley, il mitico personaggio letterario, funzionario dell’intelligence britannica e protagonista di una celebre serie di romanzi di spionaggio ambientati durante la Guerra Fredda creato dallo scrittore John le Carré. Nulla di tutto questo. Qui uomini dai volti impenetrabili bevono caffè, osservano dashboard piene di grafici, monitorano hashtag, studiano l’umore degli elettori tedeschi quasi in tempo reale.
Uno di loro non scrive fake news.
Sarebbe troppo banale.
Costruisce qualcosa di molto più sofisticato.
Prende la prima pagina di un quotidiano autorevole, ne modifica pochi dettagli con strumenti di intelligenza artificiale generativa, cambia un titolo, inserisce una fotografia leggermente diversa, mantiene font, impaginazione e colori originali. Il risultato è quasi perfetto. Talmente perfetto da superare il primo controllo del cervello umano, quello che dura meno di due secondi e decide se un contenuto merita fiducia.
Un altro operatore prepara un breve video. Trenta secondi.
Una voce sintetica, ormai indistinguibile da quella reale, legge una notizia che non è mai esistita.
“L’Ovest odia l’Est.”
“La Germania è vicina a una guerra civile.”
“Ricostruite il Muro.”
Frasi costruite non per convincere, ma per insinuare un dubbio.
È la differenza tra propaganda e manipolazione.
La propaganda vuole cambiare la tua opinione.
La manipolazione vuole convincerti che nessuno sappia più quale sia la verità.
Secondo un’inchiesta pubblicata da Der Spiegel, una rete riconducibile alla campagna denominata “Matrjoschka” avrebbe diffuso proprio questo tipo di contenuti in vista delle elezioni regionali tedesche di settembre. Le false copertine utilizzano i marchi di testate come Spiegel TV, Bild, Tagesspiegel, Die Welt, Die Zeit e della televisione pubblica ARD. I ricercatori che hanno analizzato il materiale ritengono che le modalità operative siano coerenti con una campagna di influenza già osservata in decine di Paesi dal 2023 e attribuita da diverse analisi ad attori filorussi.
Il nome scelto non è casuale. Una matrjoschka contiene sempre un’altra bambola al suo interno. Anche questa operazione funziona così.
Dentro una falsa copertina si nasconde un contenuto manipolato. Dentro quel contenuto si trova un’emozione. Dentro quell’emozione cresce un dubbio. E dentro quel dubbio può nascere una scelta elettorale.
L’AI, dal canto suo, rende tutto questo infinitamente più semplice ed economico da produrre.
Fino a pochi anni fa servivano grafici, montatori video, traduttori, copywriter, operatori social e settimane di lavoro per costruire una campagna di disinformazione credibile.
Oggi bastano modelli generativi, strumenti di clonazione vocale, sistemi di traduzione automatica e software capaci di produrre centinaia di varianti dello stesso messaggio adattandole ai diversi pubblici.
Non è l’automazione della menzogna. È qualcosa di più sottile: l’industrializzazione della persuasione.
La parte più inquietante, tuttavia, non riguarda la tecnologia. Riguarda la psicologia.
Nessuna di queste campagne cerca realmente di convincere milioni di persone con un’unica narrazione. Sarebbe un approccio vecchio, che forse ci saremmo aspettati nel ‘900. Qui l’obiettivo è diverso: moltiplicare le fratture già esistenti. Far sembrare l’Est più distante dall’Ovest. Trasformare ogni discussione politica in uno scontro identitario. Amplificare qualunque tensione fino a farla apparire sistemica.
L’algoritmo non crea il conflitto. Lo osserva, lo misura e lo alimenta.
Per questo motivo il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt ha definito queste operazioni “la guerra ombra del XXI secolo“. Una definizione che fotografa con precisione il cambiamento in corso. Le campagne di influenza non hanno più bisogno di sabotare infrastrutture fisiche quando possono intervenire direttamente sull’infrastruttura più delicata di tutte: la fiducia collettiva.
È anche per questo che Berlino ha deciso di istituire il nuovo Centro congiunto di difesa contro le minacce ibride, il GAZ Hybrid, incaricato di coordinare la risposta contro interferenze straniere, campagne di disinformazione e operazioni psicologiche sempre più sofisticate.
John le Carré raccontava un mondo nel quale le spie rubavano documenti, fotografavano dossier segreti e attraversavano il Checkpoint Charlie con il cuore in gola.
Oggi il dossier più prezioso è un database comportamentale. L’agente migliore potrebbe non parlare cinque lingue. Potrebbe addestrare modelli linguistici. Potrebbe analizzare milioni di conversazioni pubbliche ogni giorno. Potrebbe sapere quali parole generano rabbia prima ancora che quella rabbia emerga.
Il Muro di Berlino è caduto nel 1989, ma un altro muro, molto meno visibile, continua a essere costruito ogni giorno. Solo che non divide più l’Est dall’Ovest. Divide ciò che è vero da ciò che appare semplicemente abbastanza credibile da essere condiviso.
Ed è probabilmente questo il terreno sul quale si combatteranno le elezioni del futuro.