Hollywood ha sempre inseguito un sogno impossibile: rendere immortali le proprie stelle. Per oltre un secolo ci ha provato con la pellicola, poi con il digitale, con il restauro dei film e con gli effetti speciali. Oggi sembra aver trovato una strada molto più radicale. Che non è tanto quella di conservare gli attori, quanto quella di continuare a farli lavorare per sempre. E il paradosso è che questa rivoluzione non arriva da uno studio cinematografico, ma dall’intelligenza artificiale.

Da una parte Michael Caine, novantatré anni, presta la propria voce all’Odissea di Omero in un audiolibro interamente costruito con strumenti di AI. Dall’altra, un altro grande di Hollywood, Tom Hanks guarda al futuro con una preoccupazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata il soggetto di un film di fantascienza.

Il giorno in cui non ci sarà più, Woody, il cowboy di Toy Story, potrebbe continuare a parlare con la sua voce senza che lui debba essere presente. “Possono farlo”, ha spiegato l’attore. “Hanno abbastanza materiale raccolto negli ultimi trentuno anni”.

È una frase semplice, ma racconta meglio di qualsiasi analisi il momento che sta attraversando l’industria dell’intrattenimento.

Per decenni il cinema ha utilizzato la tecnologia per creare mondi impossibili. Adesso la utilizza per rendere teoricamente infinito ciò che fino a ieri era inevitabilmente finito.

Il caso di Michael Caine rappresenta forse l’esempio più sofisticato di questa trasformazione. In vista dell’uscita del nuovo kolossal di Christopher Nolan dedicato all’Odissea, ElevenLabs ha pubblicato un audiolibro di tredici ore nel quale il poema viene narrato attraverso una replica sintetica della voce dell’attore britannico. Non una semplice imitazione, ma un modello vocale costruito grazie all’intelligenza artificiale, accompagnato da musiche ed effetti sonori anch’essi generati algoritmicamente.

La particolarità è che Caine ha autorizzato il progetto.

Lo scorso anno aveva infatti concesso in licenza la propria voce e la propria immagine a Iconic Marketplace, la piattaforma di ElevenLabs che raccoglie identità digitali utilizzabili per progetti commerciali. Nel caso dell’Odissea, spiegano dall’azienda, l’attore è stato consultato e ha approvato l’iniziativa.

Dal punto di vista giuridico tutto appare limpido. Dal punto di vista culturale, molto meno.

Perché la vera domanda non riguarda Michael Caine. Riguarda tutti quelli che verranno dopo.

Quando un attore concede in licenza la propria voce, cosa sta realmente cedendo? Alcune registrazioni? Un insieme di diritti economici? Oppure una parte della propria identità artistica destinata a vivere indipendentemente dalla sua presenza?

Hollywood si trova improvvisamente davanti a un concetto che il diritto d’autore tradizionale aveva affrontato solo marginalmente: l’immortalità digitale.

Tom Hanks lo percepisce con estrema lucidità. La sua preoccupazione non nasce dal fatto che l’intelligenza artificiale possa sostituirlo oggi. Nasce dall’idea che possa continuare a farlo recitare domani, tra dieci anni o tra mezzo secolo.

Non è più il contratto di un film a diventare eterno. È l’attore stesso.

Questo cambiamento sta ridisegnando gli equilibri dell’intera industria cinematografica.

L’accordo annunciato tra Google e A24, uno degli studi indipendenti più innovativi del panorama americano, va letto proprio in questa prospettiva. L’obiettivo dichiarato è esplorare nuove applicazioni dell’intelligenza artificiale nella produzione audiovisiva, cercando un equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela del lavoro creativo.

Una parola, quest’ultima, che negli ultimi due anni è diventata quasi un mantra a Hollywood.

La lunga stagione degli scioperi di sceneggiatori e attori aveva già dimostrato che il vero conflitto non riguarda la tecnologia in sé, ma il controllo sul suo utilizzo. Chi decide quando una replica digitale può essere utilizzata? Per quanto tempo? Con quale compenso? E soprattutto, con quale consenso?

Le risposte sono ancora in costruzione.

Nel frattempo, alcuni dei più grandi registi del mondo hanno scelto di entrare direttamente nella partita.

Martin Scorsese è diventato socio e consulente della startup tedesca Black Forest Labs per utilizzare l’intelligenza artificiale nella realizzazione degli storyboard. James Cameron è entrato nel consiglio di amministrazione di Stable AI, convinto che questa tecnologia rappresenti uno strumento inevitabile per ridurre i costi degli effetti speciali.

Nessuno di loro immagina un cinema senza esseri umani. Tutti, però, immaginano un cinema nel quale l’intelligenza artificiale diventerà parte integrante del processo creativo.

La questione, allora, cambia completamente prospettiva. Paradossalmente Hollywood ci sta mostrando qualcosa di diverso: le macchine stanno imparando non tanto a creare, quanto a preservare.

Una voce può essere ricostruita. Un volto può essere ringiovanito. Un’espressione può essere sintetizzata. Un’interpretazione può essere replicata.

L’arte, però, non coincide con nessuno di questi elementi presi singolarmente. E forse è proprio questo il punto che rende così affascinante e inquietante la trasformazione in corso.

L’intelligenza artificiale è straordinariamente efficace nel riprodurre tutto ciò che un artista ha già fatto. Molto meno nel costruire ciò che ancora non è stato immaginato.

Michael Caine che legge Omero attraverso una voce sintetica è un esperimento tecnologico affascinante e, grazie al consenso dell’attore, perfettamente legittimo.

Tom Hanks che immagina Woody parlare anche dopo la sua scomparsa è invece qualcosa di più profondo.

È il momento in cui Hollywood scopre che il vero protagonista dell’era dell’intelligenza artificiale potrebbe non essere un algoritmo.

Potrebbe essere il tempo.

Perché il cinema ha sempre saputo riportare in vita i personaggi. L’intelligenza artificiale qui promette qualcosa di molto più ambizioso. Far sembrare che non se ne siano mai andati nemmeno gli attori.