La competizione globale sull’intelligenza artificiale non si gioca più soltanto sulla potenza dei modelli linguistici o sulla corsa verso l’AGI. Il terreno più sensibile è diventato quello della cybersecurity offensiva, dove gli Stati iniziano a trattare gli agenti AI come infrastrutture strategiche al pari dei semiconduttori avanzati o delle tecnologie nucleari.

Dopo che gli Stati Uniti hanno limitato l’accesso al modello Claude Mythos di Anthropic attraverso controlli all’esportazione e un ristretto programma riservato a partner verificati, la risposta cinese è arrivata nel giro di pochi giorni con un messaggio inequivocabile: Pechino non intende accettare una dipendenza tecnologica in uno dei settori più delicati della sicurezza nazionale.

Durante la conferenza ISC.AI 2026 di Pechino, il fondatore di Qihoo 360, Zhou Hongyi, ha presentato Tulong Feng, un agente AI per la ricerca automatica delle vulnerabilità che la società descrive apertamente come l’equivalente cinese di Mythos. Insieme al nuovo sistema è stato annunciato anche Yitian Zhen, una piattaforma dedicata alla difesa automatizzata, oltre alla nascita della coalizione nazionale di sicurezza Panshi Zhidun (“Shield of Bedrock”), pensata per coordinare ricerca e sviluppo nel settore.

Il linguaggio utilizzato da Zhou riflette il nuovo clima geopolitico. Secondo il manager, strumenti come Mythos rappresentano le “armi nucleari informatiche” dell’era dell’intelligenza artificiale: sistemi capaci di individuare vulnerabilità, comprenderne l’impatto e costruire autonomamente catene di attacco senza supervisione umana. Da qui la critica diretta agli Stati Uniti, accusati di impedire alle aziende cinesi perfino l’accesso alla tecnologia attraverso il programma Glasswing di Anthropic, riservato a partner selezionati come Microsoft, Apple e altri grandi gruppi occidentali.

Qihoo sostiene che Tulong Feng abbia già individuato oltre 3.400 vulnerabilità, con più di cento confermate dagli organismi regolatori cinesi e numerosi casi classificati ad alta criticità dal database nazionale delle vulnerabilità. Al di là dei numeri, difficili da verificare indipendentemente, emerge una strategia tecnologica interessante: invece di inseguire un unico modello di frontiera sempre più grande, Qihoo punta su una rete di agenti specializzati che collaborano tra loro. È una filosofia sempre più diffusa anche in Occidente, dove gli agenti AI stanno rapidamente sostituendo il paradigma del modello monolitico.

Ma la risposta più sorprendente non è arrivata da Qihoo. È arrivata da Z.ai, conosciuta anche come Zhipu AI, che ha scelto una strada quasi opposta rispetto a quella americana.

Pochi giorni dopo il ritiro internazionale di Mythos 5 e Fable 5, Z.ai ha pubblicato GLM-5.2 con licenza MIT, completamente open source, modificabile liberamente e senza alcuna restrizione geografica. In pratica, mentre Washington limita l’accesso alle capacità più avanzate, una società cinese decide di renderne una versione comparabile disponibile gratuitamente alla comunità globale.

Anche le prime valutazioni tecniche hanno attirato attenzione. Secondo i benchmark di Semgrep, GLM-5.2 ha ottenuto risultati superiori a Claude Code nell’individuazione delle vulnerabilità di tipo Insecure Direct Object Reference, mentre una valutazione indipendente di Graphistry indica prestazioni paragonabili a Claude Opus 4.8 in una competizione Capture The Flag dedicata alla sicurezza informatica. Ancora più significativo il dato economico: circa 17 centesimi di dollaro per vulnerabilità individuata contro oltre un dollaro nei workflow basati su Claude.

Le dichiarazioni dei dirigenti di Z.ai mostrano inoltre una diversa visione strategica. Il cofondatore Tang Jie ha definito “profondamente deplorevole” la decisione di Anthropic di limitare la disponibilità dei propri modelli, mentre il responsabile tecnico Qinkai Zheng ha sintetizzato la filosofia dell’azienda in una frase semplice: il modello deve essere accessibile a tutti.

Anche la previsione temporale alimenta il confronto. Quando Elon Musk ha ipotizzato che la Cina non avrebbe raggiunto capacità paragonabili ai modelli più avanzati prima del primo trimestre del 2027, Tang ha replicato con sicurezza: “Non ci vorrà così tanto”.

La vicenda evidenzia una trasformazione destinata a incidere profondamente sull’equilibrio tecnologico mondiale. Le restrizioni all’esportazione, nate per rallentare gli avversari strategici, stanno producendo un effetto collaterale prevedibile: accelerano gli investimenti domestici e incentivano lo sviluppo di alternative indipendenti. Lo stesso fenomeno è già emerso nel settore dei semiconduttori, dove le sanzioni statunitensi hanno spinto la Cina ad aumentare gli investimenti nella produzione nazionale di chip.

L’intelligenza artificiale per la cybersecurity sembra seguire lo stesso percorso. Non si tratta più soltanto di chi possiede il modello migliore, ma di quale ecosistema riuscirà a sviluppare più rapidamente strumenti autonomi, agenti cooperativi e piattaforme aperte capaci di diffondersi su larga scala.

Se questa dinamica continuerà, il vero vantaggio competitivo potrebbe non appartenere necessariamente a chi costruisce il sistema più potente, ma a chi riesce a creare l’ecosistema più vasto e accessibile. Nella storia dell’informatica, le piattaforme aperte hanno spesso accelerato l’innovazione più delle tecnologie chiuse. L’AI per la sicurezza potrebbe essere il prossimo terreno dove questa regola tornerà a manifestarsi.