Quando Oracle, nel giro di un anno, taglia circa ventunmila posti di lavoro mentre annuncia miliardi di investimenti nei data center per l’intelligenza artificiale, la tentazione di gridare alla catastrofe è forte.
E i numeri che circolano in queste settimane sembrano confermare le voci di chi urla alla catastrofe: il tracker ailayoffs.live, che prova a contare in tempo reale i posti “spostati” dall’IA in tutto il mondo e dove è possibile contarli, a metà giugno segnava 425.000 licenziamenti in tre anni, 142.000 in Europa, e nel giro di pochi giorni ha già superato quota 487.000.

L’International Labour Organization, ripresa in Italia da Consumers’ Forum, stima che un quarto dell’occupazione globale rientri in mansioni potenzialmente esposte all’automazione, percentuale che sale al 34% nei paesi ad alto reddito.

Prima di lasciarsi travolgere dalla cifra che lampeggia sullo schermo, conviene fare un passo indietro. Anzi, due secoli indietro. Perché questa non è la prima volta che una tecnologia promette di riscrivere il rapporto tra esseri umani e lavoro, e la rivoluzione industriale dell’Ottocento resta il termine di paragone più utile che abbiamo. Non per consolarsi a buon mercato, e nemmeno per spaventarsi di più, ma per capire dove finiscono le analogie e dove invece comincia qualcosa di realmente inedito.

Analogie con la rivoluzione industriale

Se vi ricordate qualcosa dai libri di scuola delle superiori avrete notato che la prima cosa che si ripete è il meccanismo di fondo.
Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento l’arrivo del telaio meccanico e della filatrice, la spinning jenny di Hargreaves da noi nota come Giannetta, il telaio idraulico di Arkwright, il telaio a vapore di Cartwright, non aumentò semplicemente la produttività dei tessitori: ne rese superflua una parte.

A dirla in poche parole una macchina governata da pochi operai poco qualificati produceva quello che prima richiedeva decine di artigiani esperti.

È esattamente la dinamica che oggi descrivono i bilanci delle grandi aziende tecnologiche, quando la produttività cresce ma il numero di persone necessarie a generarla diminuisce.

Nel 1800 si sostituiva il braccio, oggi si prova a sostituire una fetta di lavoro cognitivo, concettuale e ripetitivo: assistenza amministrativa, customer care, data entry, prime stesure di codice. Cambia l’oggetto, non la logica economica.

Si ripete anche la reazione sociale. I luddisti, tra il 1811 e il 1816, non erano i nemici irrazionali del progresso che la vulgata ha tramandato: erano lavoratori qualificati che vedevano evaporare il valore del proprio mestiere e che, in assenza di reti di protezione, sfogavano la rabbia sulle macchine.

Certo, oggi nessuno va a spaccare i rack dei data center, ma il disagio si manifesta nelle chat interne dove qualcuno annota che “il bot ha chiuso dieci ticket” e negli open space mezzi vuoti. È la stessa frizione tra chi guadagna dall’innovazione e chi ne paga il conto, riproposta con un linguaggio diverso.

E si ripete, infine, la tentazione opposta: quella di chi minimizza.

Jeff Bezos, intervistato dal Financial Times, ha liquidato i timori dicendo in sostanza che chi prevede la sparizione del lavoro si sbaglia, e che ci attendono nuove “età dell’oro”.

Evidentemente Bezos pensa che alla lunga, come la rivoluzione industriale creò molti più posti di quanti ne distrusse, e mestieri oggi ordinari come l’elettricista, il meccanico, l’operatore di macchine utensili all’epoca non esistevano.

La stessa cosa, in piccolo, la vediamo già: in Italia, secondo il Politecnico di Milano, nel 2025 gli annunci di lavoro che richiedono competenze legate all’IA sono cresciuti del 93%.

Cosa cambia davvero

Qui però finisce la parte rassicurante, perché tre differenze rendono il paragone meno tranquillizzante di quanto sembri.

La prima è la velocità.

La transizione ottocentesca si distese su generazioni. In Inghilterra la quota di occupati in agricoltura impiegò quasi un secolo a crollare, e i contadini che persero la terra ebbero figli e nipoti per riassorbirsi nelle fabbriche.
Gli storici economici parlano addirittura di una “pausa di Engels“: un lungo periodo dove la produttività salì ma i salari reali ristagnarono, con il beneficio della rivoluzione che arrivò ai lavoratori solo decenni dopo.

L’intelligenza artificiale, invece, oramai la misuriamo in trimestri.
Un modello aggiornato si distribuisce a milioni di postazioni in una notte, e un’azienda può riorganizzare un reparto prima ancora che il dipendente abbia avuto il tempo di reinventarsi.
Non è detto che il saldo finale sia negativo, ma il tempo di adattamento questa volta è compresso fino quasi a sparire.

La seconda differenza riguarda chi viene colpito.

Il telaio meccanico minacciava il lavoro manuale e lasciava intatto, anzi premiava, il lavoro intellettuale: chi sapeva leggere, scrivere e far di conto saliva di valore.

L’IA generativa ribalta questo schema. Questa volta ad essere toccate per prime sono proprio le mansioni d’ufficio, testuali, basate su competenze che fino a ieri consideravamo al riparo: impiegati di banca, traduttori, addetti ai call center, e in parte gli stessi programmatori.

Una ricerca recente di Anthropic stima che circa tre quarti dei compiti tipici di chi scrive codice siano ormai coperti dall’IA, pur senza un picco di disoccupazione corrispondente, sembra che per ora si tratta più di trasformazione delle mansioni che di sostituzione netta. È un dettaglio che cambia la geografia sociale dell’impatto: il “primo gradino” delle carriere d’ufficio, quello dove un tempo i giovani imparavano il mestiere, è anche il più automatizzabile.

La terza differenza è dove si concentra il potere. Le fabbriche ottocentesche erano costose, ma molte.

La rivoluzione attuale poggia su un’infrastruttura, che va dai grandi data center ai chip avanzati fino all’energia per alimentarli, accessibile a pochissimi attori globali. L’International Energy Agency prevede che i consumi elettrici dei data center raddoppino entro il 2030, dai 415 terawattora del 2024 a circa 945, ossia il 3% dell’elettricità mondiale.

Chi controlla calcolo, energia, dati e talenti controlla la leva, e questo concentra il valore in modo molto più verticale rispetto all’Ottocento. Non è un caso che le grandi manovre del settore, fatte di acquisizioni miliardarie, guerre per i ricercatori di punta e integrazione verticale, assomiglino più a una partita tra poche corone che a una concorrenza diffusa.

Attenzione a leggere i numeri!

Vale la pena maneggiare le cifre con cautela. Lo stesso ailayoffs.live si presenta come un prototipo e ammette che la sua metodologia non è verificata in modo indipendente: probabilmente somma licenziamenti annunciati, turnover non rimpiazzato, esternalizzazioni e contratti non rinnovati, attribuendo all’IA cause che spesso le aziende preferiscono etichettare come “riorganizzazione” o “efficienza operativa”.

È un utile per cogliere la direzione ma non è una sentenza definitiva. Trattarlo come un contatore esatto significherebbe cadere nello stesso errore di chi, nel 1820, attribuiva ogni miseria operaia esclusivamente alla macchina, ignorando guerre, carestie e politiche economiche.

C’è poi un rischio nuovo che la rivoluzione industriale non conosceva e su cui conviene tenere alta l’attenzione: la sicurezza.
Più i processi aziendali vengono affidati a sistemi generativi e ad agenti autonomi, più si allarga la superficie esposta agli attacchi informatici.
Non a caso la cybersecurity sta diventando uno dei terreni di competizione più caldi tra i grandi del settore.

È un promemoria sano: ogni automazione che fa risparmiare lavoro introduce anche nuove dipendenze tecnologiche, che vanno presidiate con la stessa serietà con cui si presidia un impianto.

Facciamo il punto ad oggi

La rivoluzione industriale insegna che le tecnologie che distruggono lavoro raramente lo distruggono e basta: lo spostano, lo trasformano, e nel lungo periodo tendono a crearne di nuovo.

Ma insegna anche che il “lungo periodo” può durare una generazione, e che il prezzo di quella transizione lo pagano persone reali, in carne e ossa, che non possono aspettare i nipoti per veder migliorare le proprie condizioni.

La vera questione, oggi come duecento anni fa, non è se la macchina sostituirà l’uomo, ma quanto sapremo accorciare e ammortizzare il passaggio, con formazione, regole sensate e una distribuzione meno verticale dei benefici.
Questa volta però abbiamo un vantaggio incalcolabile: abbiamo già il manuale di storia sotto gli occhi. Sta a noi decidere se leggerlo.