È tempo di smettere di essere ingenui”. António Costa sceglie una frase semplice, quasi brutale nella sua chiarezza, per descrivere il momento che sta vivendo l’Europa. Dal palco delle Rencontres Économiques di Aix-en-Provence, il tradizionale appuntamento che riunisce economisti, imprenditori, responsabili politici e accademici per discutere del futuro dell’economia globale, il Presidente del Consiglio Europeo ha lanciato un messaggio che va ben oltre il commercio internazionale. Il tema, in realtà, è uno solo: la sovranità tecnologica europea.

Bruxelles ha sempre predicato il libero mercato come se fosse una legge della fisica. Poi sono arrivati la pandemia, la crisi energetica, la guerra in Ucraina, la corsa globale all’intelligenza artificiale e la competizione industriale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Ed è a questo punto che ci siamo resi conto, pur continuando ad essere sostenitori della globalizzazione, che affidare ad altri i pezzi fondamentali della propria economia – pensiamo non solo alla dipendenza europea dalle soluzioni AI e cloud delle Big Tech Usa ma anche al predominio cinese nei settori dei veicoli elettrici (EV) e del fotovoltaico dove Pechino controlla l’intera catena di approvvigionamento, dalle materie prime (silicio, litio, terre rare) alla produzione finita – non è esattamente un capolavoro strategico.

António Costa ha fotografato proprio questa mattina questo cambio di paradigma con una formula destinata probabilmente a diventare uno degli slogan della nuova legislatura europea: basta ingenuità. Avanti con sovranità e preferenza europea.

Dietro queste parole non si nasconde un ritorno al protezionismo, come il Presidente del Consiglio Europeo tiene a precisare, ma la volontà di costruire finalmente una politica industriale comune. Un obiettivo che fino a pochi anni fa sembrava quasi un tabù e che oggi deve necessariamente rappresentare una delle priorità della Commissione europea.

La vera novità è proprio questa. L’Europa non vuole chiudersi al commercio internazionale, ma smettere di affrontarlo in posizione di debolezza. L’obiettivo è partecipare alla globalizzazione da protagonista, sostenendo la propria industria e le proprie tecnologie invece di limitarsi a regolamentare quelle sviluppate altrove.

Il riferimento è esplicito al pacchetto europeo dedicato alla sovranità digitale del 3 giugno scorso, che punta a rafforzare le competenze continentali nei settori più strategici della nuova economia. Semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud computing e infrastrutture digitali rappresentano oggi ciò che nel Novecento erano acciaio, carbone e petrolio. Chi controlla queste tecnologie controlla una parte significativa della competitività economica e della sicurezza nazionale.

Non è un caso che Costa abbia insistito anche sul concetto di “preferenza europea” negli appalti pubblici. La Commissione presenterà entro la fine dell’anno nuove proposte per favorire, in modo proporzionato e compatibile con il mercato unico, le imprese europee in alcuni comparti strategici. Significa che Bruxelles vuole iniziare a utilizzare il proprio enorme potere d’acquisto come leva di politica industriale.

L’obiettivo appare evidente. Se gli Stati Uniti sostengono la propria industria con l’Inflation Reduction Act e la Cina continua a investire massicciamente nelle tecnologie strategiche, l’Europa non intende più limitarsi al ruolo di arbitro delle regole mentre gli altri giocano la partita.

Lo stesso principio emerge dalle altre priorità indicate da Costa ad Aix-en-Provence. Il completamento dell’Unione del Risparmio e degli Investimenti, evoluzione della Capital Markets Union, rappresenta uno degli strumenti fondamentali per mobilitare i capitali privati necessari a finanziare innovazione, startup e crescita industriale. L’obiettivo dichiarato è approvare entro la fine dell’anno la normativa principale che consenta finalmente alle imprese europee di accedere a un mercato dei capitali realmente integrato.

Accanto a questo dossier, Costa ha indicato altre due riforme considerate essenziali. La prima è il cosiddetto “28° regime”, un quadro giuridico uniforme che permetta alle aziende di operare in tutta l’Unione con regole comuni, superando parte della frammentazione normativa che ancora oggi rallenta la crescita delle imprese innovative. La seconda riguarda il portafoglio elettronico europeo, destinato a diventare uno dei pilastri dell’identità digitale comunitaria e dell’integrazione dei servizi digitali.

Il filo che unisce tutti questi interventi è evidente. L’Europa non vuole soltanto regolamentare le tecnologie del futuro. Vuole anche produrle, finanziarle, svilupparle e renderle competitive su scala globale.

La differenza rispetto al passato è sostanziale. Per oltre un decennio Bruxelles è stata percepita soprattutto come la capitale mondiale della regolamentazione digitale. Dal GDPR all’AI Act, passando per il Digital Markets Act e il Digital Services Act, l’Unione ha costruito un modello normativo che, è vero, molti Paesi hanno successivamente preso come riferimento. Ma quella leadership regolatoria non si è tradotta automaticamente nella nascita di grandi campioni industriali europei dell’intelligenza artificiale, del cloud o dei semiconduttori.

Oggi sembra che ci si sia finalmente accorti di questo limite. Regolare resta importante, ma non basta più: servono investimenti, politiche industriali, capitale di rischio, infrastrutture digitali e una strategia comune capace di sostenere la competitività tecnologica europea.

In questo quadro assume particolare rilevanza anche la proposta sul nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, che Costa ha già definito essenziale approvare rapidamente. Il piano prevede un significativo aumento delle risorse destinate a ricerca, innovazione e competitività, segnando uno spostamento progressivo delle priorità di bilancio verso gli investimenti tecnologici.

L’impressione è che Bruxelles stia cercando di costruire qualcosa di più ambizioso rispetto a una semplice risposta alla concorrenza americana o cinese. L’obiettivo è rafforzare quella che viene ormai definita autonomia strategica aperta. L’espressione può sembrare uno dei tanti ossimori prodotti dal lessico europeo, ma descrive un equilibrio preciso. Restare un’economia aperta agli scambi internazionali senza dipendere completamente dalle tecnologie sviluppate altrove.

La sfida, naturalmente, non sarà scrivere nuovi regolamenti o annunciare nuovi fondi. Sarà trasformare questa strategia in capacità industriale concreta, accelerando tempi decisionali che spesso faticano a tenere il passo con un settore come l’intelligenza artificiale, dove mesi possono fare la differenza tra leadership e rincorsa.

Ad Aix-en-Provence António Costa ha mandato un messaggio che difficilmente passerà inosservato nelle capitali europee. La stagione della sola regolamentazione sembra lasciare spazio a quella della produzione, degli investimenti e della competitività tecnologica. Per un continente spesso accusato di arrivare tardi sulle grandi rivoluzioni digitali, riconoscere che l’ingenuità non è più un’opzione rappresenta già un primo cambio di passo.

Adesso resta la parte più difficile: trasformare le dichiarazioni in una strategia industriale capace di produrre risultati concreti e rafforzare la competitività tecnologica europea.

Per chi desidera approfondire questo scenario, il paper di ricerca La sovranità tecnologica europea nell’era dell’intelligenza artificiale, realizzato da Rivista.AI in collaborazione con TechVisory, analizza le principali sfide e delinea alcune possibili direttrici di politica industriale, anche attraverso la visione di Franco Bernabè.